Bob Weir è in tour in buona sostanza dal 1965, ma le ultime settimane sono state frenetiche persino per lui. A dicembre i Grateful Dead sono stati oggetto di una celebrazione al Kennedy Center di Washington, D.C., a gennaio sono diventati Persons of the Year ai MusiCares. Un paio di giorni dopo questa intervista, a febbraio 2025, Weir poserà ai Grammy Awards con Taylor Swift, facendo impazzire i Deadhead. Nello foto, Weir è accanto alla superstar e sorride dietro la sua enorme barba bianca e il bolo tie nero, manco fosse appena tornato dal vecchio West grazie a un viaggio nel tempo. A marzo tornerà a Las Vegas per alle 18 date allo Sphere coi Dead & Company. Prevede di continuare a suonare col progetto che unisce i Wolf Bros a varie orchestre sinfoniche in giro per il Paese. «È il mio mestiere, la ragione per qui sono qui», dice.
A 77 anni, Weir non sembra granché emozionato per tutti questi riconoscimenti. «Se resti in giro tanto a lungo, la gente comincia a notarti», dice con nonchalance. «Se mai avrò dei nipoti, probabilmente mi prenderanno un po’ più sul serio, ma sono sempre lo stesso. Devo ancora alzarmi dal letto la mattina, con la schiena che fa i capricci. Non è cambiato nulla».
Nei Grateful Dead, Weir era un po’ il fratello minore. È entrato nel gruppo dopo aver incontrato Jerry Garcia a Palo Alto, California. Era il 1963 e Weir aveva 16 anni. Oggi è uno dei pochi sopravvissuti della band insieme ai batteristi Mickey Hart e Bill Kreutzmann. Poco prima che Phil Lesh morisse (o, come piace dire a Weir, «che facesse il check out») a ottobre 2024, i quattro stavano parlando di una possibile reunion per il 60° anniversario dei Dead. Ora che Lesh non c’è più, Weir non ne è più tanto sicuro.
«Parliamo una lingua che nessun altro parla. Comunichiamo tra di noi, basta uno sguardo o il movimento di una spalla, e poi traduciamo la cosa in un linguaggio universale. È una formula che ha funzionato benissimo per un sacco anni, ma ormai siamo rimasti in pochi per continuare».
Mi vedo con Weir nel complesso degli studi Jim Henson che di recente sono stati acquistati da John Mayer, suo partner nei Dead & Company. Siamo in una stanza degli A&R Studios e Weir non riesce a togliere gli occhi da un enorme banco di missaggio. «È enorme, Cristo santo, dev’essere un 48 piste». Indossa lo stesso bolo tie che aveva ai Grammy e in mano tiene un bicchiere di Coca-Cola che ha chiesto alla moglie Natascha. Ci sediamo su un divano, con le nostre paia di Birkenstock mollate una accanto all’altro.
«Forza», dice, «partiamo».
Con la situazione che c’è nel nostro Paese, è un bene che si facciano questi concerti allo Sphere, la gente ha bisogno della musica.
Ho la sensazione che sarà la musica e nient’altro a riunire il Paese. Siamo tutti oggetto di un gigantesco programma di marketing con le notizie che vengono fatte su misura per un certo pubblico a cui viene detto quel che vuole sentire. Nel caso della destra, fanno incazzare la gente coi “sinistrorsi” e a loro volta i media di sinistra fanno arrabbiare il proprio pubblico con quelli di destra.
Hai sostenuto Kamala Harris sui social, bello. Immagino che tu sia stato deluso da come sono andate le elezioni.
Sì e non so cos’altro dire su come stanno andando le cose in questo momento, se non che sarà un viaggio interessante.
Hai visto molte amministrazioni in vita tua. Che consiglio daresti ai giovani?
Resistete. È la cosa migliore che si può fare. Se l’amministrazione Trump dovesse prendersela con la California, come effettivamente potrebbe fare, non è che non abbiamo alternative. Spero che lo stiano tenendo in considerazione.
Cosa ti ha spinto a tornare allo Sphere?
Non riesco a pensare a nulla che non si possa fare in quel posto. La tecnologia può ancora progredire, ma non credo esista sistema audio migliore di quello.
Quanto è pulito il suono per voi che state sul palco?
Il suono sul palco è per sua natura soggetto alle leggi della fisica e quindi è tutto un po’ complicato. Col ritorno che si crea e che è quasi forte quanto quello che suoni mi sono dovuto arrendere e passare agli in-ear.
Avete annunciato il tour finale dei Dead & Company nel 2023, e poi sono arrivati i concerti allo Sphere. Alcuni fan sono rimasti sorpresi quando sono stati annunciati quei concerti…
Sì, ma le cose cambiano di continuo e non puoi lasciarti sfuggire un’opportunità del genere.
Nel 2016 ci avevi parlato di aver vissuto un «piccolo flash» sul palco con i Dead & Company: «All’improvviso ero sei metri dietro di me e ho iniziato a guardarmi attorno ed erano passati vent’anni». Ora siamo nel 2025, quindi sei a metà strada.
Già.
Avresti mai immaginato che sarebbe durato così a lungo?
Non ho mai fatto piani e non inizierò adesso, perché sono troppo occupato a fare altro: cercare il suono giusto, gli accordi giusti, le parole giuste, mettere tutto assieme e raccontare una storia. Fare piani è una perdita di tempo, perché niente va mai come te lo aspetti, quindi perché preoccuparsi?
Tu e John Mayer non avete discusso del futuro dei Dead & Company?
No, andiamo dove ci porta la strada.
I Grateful Dead nel 1968. Da sinistra, Jerry Garcia, Phil Lesh, Bob Weir, Bill Kreutzmann, Mickey Hart. Foto: Malcolm Lubliner/Michael Ochs Archives/Getty Images
Vedi possibile un ritorno di Bill Kreutzmann nel gruppo? Ha lasciato i Dead & Company nel 2023, ma non ha smesso di suonare.
Vedremo. Non siamo più dei ragazzini. In quanto a Bill, credo che se la stia cavando.
Quest’anno cade il 60° anniversario dei Dead. Si è saputo che tu, Phil Lesh, Bill e Mickey Hart stavate discutendo l’idea di una reunion. Ora che Phil non c’è più, c’è ancora qualche possibilità che si faccia?
Quell’idea è morta con Phil, non c’è più un bassista che ha suonato con noi per 60 anni. Era quella la cosa intrigante… Se lo si facesse non metterei nessuno al suo posto, a quel punto saremmo un trio. Io e due batteristi. Dovrei pensarci. Non ci ho mai pensato, mi sta venendo in mente adesso visto che me l’hai chiesto… vedremo.
Non è un segreto, tu e Phil avete avuto delle divergenze in passato. Com’è stato il vostro rapporto negli ultimi anni?
Abbiamo avuto delle divergenze. L’ultima telefonata che mi ha fatto è quando è uscita la notizia del Kennedy Center. Mi ha chiamato per congratularsi con me e con noi e dopo averlo fatto ci siamo detti più o meno «ci vediamo là», ma a quanto pare non doveva andare così.
Sono anni che parli di scrivere un libro. Lo vuoi ancora fare?
Sì, ci sto lavorando. Nell’ultimo anno o giù di lì non ci ho lavorato granché, ma ho scritto i primi capitoli. Devo tornarci sopra e rimettermi in carreggiata. Quello che facevo era scrivere la mattina presto per un’oretta. Devo solo riprendere. Sarà un’ottima notizia per il mio editore.
C’è già un titolo?
Quello provvisorio è It’s Always July Under the Lights, solo che non è più vero con le nuove luci che ci sono.
Hai visto il film su Bob Dylan?
Non ancora.
Ci sono tantissimi biopic rock. Avete mai pensato a un film sui Grateful Dead?
Sarebbe interessante. La storia c’è, ma non so quanto sia facile raccontarla. Jerry era un ottimo punto di partenza, ma da quando se n’è andato sono successe tante altre cose. Jerry era sempre al centro quando in passato si sono fatti tentativi di fare dei documentari sui Grateful Dead, ma non sono sicuro che oggi la storia sia tutta lì.
C’era in programma un biopic su Jerry con Jonah Hill qualche anno fa. È ancora in lavorazione?
Credo che stesse pensando di farlo Martin Scorsese, ma non so a che punto è il progetto.
Come dicevi, sono successe molte cose in questi trent’anni e ancora di più da quando è morto Pigpen.
Era il nostro frontman nei primi anni, io e Jerry eravamo comprimari. C’è molto da raccontare, ma non sono sicuro che la gente abbia la soglia di attenzione necessaria per stare lì seduta a seguire tutta la storia, né so come la si potrebbe riassumere.
Pigpen è morto nel 1973, quindi non ha potuto vedere l’impatto che la band ha avuto. Come pensi che avrebbe reagito?
Non lo so. Ho vissuto con lui, ma non saprei rispondere.
Foto: Devin Oktar Yalkin per Rolling Stone US
Molti descrivono gli anni ’60 come un Rinascimento americano, un periodo unico. È solo nostalgia o è stato davvero speciale?
Penso sia stato speciale. La cultura era in mano ai giovani, le istanze giovanili erano in primo piano. Poi, man mano che la generazione dei baby boomer è invecchiata, c’è stata una predominanza di persone più avanti con l’età. Ora, ogni giorno che passa, quella generazione si assottiglia un po’ di più e presto le cose torneranno a equilibrarsi. Detto questo, nei ’60 c’è stata una convergenza di novità culturali. Era venuto fuori il rock, la musica era il linguaggio con cui comunicavamo. Per esempio, dopo la vicenda della Kent State, quella canzone passava alla radio: “Tin soldiers and Nixon’s coming, we’re finally on our own”. Tutti avevano una chiara consapevolezza di ciò che pensavano e sentivano rispetto a quello che stava succedendo.
David Crosby diceva che gli hippie avevano ragione su tutto tranne che sulle droghe. Sei d’accordo?
Probabilmente sì, almeno all’80, 90%.
Di cosa sei più orgoglioso nella tua carriera, magari qualcosa che la gente non si aspetterebbe?
Non mi fido dell’orgoglio, cerco di non abbandonarmici. Essere orgogliosi non ti porta lontano.
È strano essere considerato una leggenda vivente?
Sì. Mi ci sto abituando, ma non significa che sembri meno strano o innaturale.
Non riesco a immaginare come Jerry avrebbe vissuto eventi del music business come il Kennedy Center e MusiCares.
Ci sono aspetti positivi nel fatto che non sia più qui, non avrei voluto essere messo in mezzo tra il management e Jerry in occasioni come quelle. Sembra che stiano facendo più clamore del necessario sul nostro lavoro. Ma del resto, devono pur mettere quella medaglia al collo di qualcuno al Kennedy Center. E odio dirlo, ma non riesco a pensare a qualcuno che incarni meglio ciò che stanno onorando (l’intervista è stata condotta prima che Trump prendesse il controllo del consiglio del Kennedy Center, ndr).
È da un po’ che non ti vedo postare quei video di fitness. Continui con quelle cose?
Sto per ricominciare, mi mancano. Ho dovuto prendermi una pausa, sono stato travolto da altri impegni, nell’ultimo periodo sono stato terribilmente occupato. Ho iniziato a correre a piedi nudi la mattina su strade sterrate e sassose. Non corro molto veloce, voglio respirare col naso. E mentre corro, medito. Più che altro trotterello, in realtà. È una pratica che sta diventando importante. Sei la prima persona a cui ne parlo. Lo faccio da un anno, un anno e mezzo. Ora sono finalmente pronto a fare un po’ di proselitismo.
Perché a piedi nudi?
Ho seguito le mie orme, in realtà. Vedremo dove portano. Magari vivrò più a lungo, o almeno più felice.
Riesci a immaginare i Dead & Company che continuano dopo che tu e Mickey non ci sarete più? Pensi che la musica continuerà a risuonare anche in tribute band come Dark Star Orchestra e Joe Russo’s Almost Dead?
Oh, assolutamente, non ne ho alcun dubbio. Quello che sto cercando di fare è rendere l’idea del concerto non più dipendente da me. E sì, vorrei che qualcuno subentrasse quando non ci sarò più. I Wolf Bros sono un’altra cosa ancora, lì chiunque può entrare e portarli avanti.
Come vorresti essere ricordato quando non ci sarai più?
Per la mia opera. Ci sto ancora lavorando. È un lavoro in corso, quindi non entrerò nei dettagli. Ma una delle cose per cui spero di essere ricordato è l’aver messo in contatto la nostra cultura con altre culture. Spero che persone di orientamenti diversi trovino qualcosa su cui essere d’accordo nella musica che ho offerto, e si incontrino attraverso di essa.
Sei entrato nella band da adolescente, hai visto morire tanti amici…
Ogni giorno le cose cambiano. Ti dirò questo: attendo con ansia la morte. Tendo a pensare alla morte come il premio finale per una vita ben vissuta. È così. Ho ancora molto da fare e non sono pronto ad andarmene, non lo sarò per un po’. Phil è arrivato agli 80 anni, Jerry no e c’era molto che Jerry avrebbe potuto fare.
Cinquantatré anni sono pochi.
Sì. C’è una lezione da trarre. Ha bruciato intensamente mentre era in vita. Ma…
Trey Anastasio ci ha parlato di Jerry: «Avrei voluto che si fossero fermati, che lo avessero lasciato in pace, e gli avessero dato il tempo di rimettersi in sesto».
Sarebbe stato bello. Jerry ci ha provato. Per un periodo è diventato vegetariano, o almeno ci ha provato. Era interessato a uno stile di vita sano. Andavamo in vacanza insieme ed è stato lui a farmi appassionare alle immersioni subacquee. Penso che il problema fosse che era troppo famoso. E troppe persone avevano troppe idee su chi fosse. Tutte sbagliate, nessuna centrava il punto.
È facile dire che Jerry avrebbe dovuto prendersi una pausa, ma c’erano tante persone che dipendevano da lui per mandare avanti la baracca.
Lui doveva suonare. Doveva entrare in connessione con gli altri. Aveva trovato un equilibrio tra i periodi in tour e quelli a casa, e più o meno funzionava. Quella che non funzionava era la dieta. Non poteva uscire molto e non era facile mangiare sano negli hotel a quei tempi. La dieta e la mancanza di esercizio. Si muoveva solamente sul palco, ogni sera in tour e questo lo ha tenuto in vita per 53 anni, nonostante una dieta tremenda. Non puoi mangiare come mangiava lui e vivere a lungo.
Anche tu ti sei preso un bello spavento una decina d’anni fa. Cosa pensi di aver imparato da quell’esperienza?
Quale spavento?
Quando sei svenuto sul palco nel 2013.
Ah, giusto. Prendermela un po’ più con calma e cose del genere. Ho le mie ambizioni, costruisco la mia vita intorno alle sfide, se qualcuno mi dice che non posso fare qualcosa, non gli resta che guardare la polvere che sollevo. Ricordo che un giorno Jerry mi ha detto che ero pigro. Non so perché lo pensasse. Credo fosse negli anni ’80. Non sono sicuro che fosse vero, ma non credo nemmeno di essere stato operoso quanto lui. Era un amico, quindi se mi criticava perché ero pigro, allora dovevo fare qualcosa. Ma probabilmente sono andato un po’ troppo nella direzione opposta.
Il mio vecchio amico Ken Kesey una volta mi ha detto che viveva in una fattoria vicino a Eugene, Oregon. Ogni due o tre anni lì nevica di notte, di brutto. Quando si sveglia al mattino e vede la coltre di neve, esce col suo fuoristrada e va ad aiutare la gente finita fuori strada. Mi diceva che puoi seguire le tracce dell’auto che finisce fuori strada, vedi che iniziano a deviare in una direzione, poi il guidatore gira bruscamente il volante e finisce dall’altra parte. Succede tutte le volte perché cercano di controsterzare troppo, di sovracompensare. Il punto era: non sovracompensare troppo nella vita, ma è difficile evitare di farlo. Ho la sensazione che se c’è una cosa che Jerry non avrebbe voluto dirmi è quella cosa sul fatto che sono pigro. Forse è stata una considerazione poco ponderata, perché mi ha spinto a mettermi nei guai sovracompensando.
Ci sono canzoni che sei stanco di suonare dal vivo?
Quando succede le tolgo dalla scaletta. Come Beat It on Down the Line, che non sono sicuro di riuscire ancora a cantare, idem Monkey and the Engineer.
Ci sono canzoni di Jerry che ti risultano difficili da cantare o anche solo da suonare?
No. Sto iniziando a lavorarci su. Ora che ho imparato a farle, devo tornare ad ascoltare come le faceva lui per imparare ad esempio i suoi fraseggi per poi decidere se farli o non farli. Ma devo essere in grado di citarlo prima di poter andare oltre.
C’è stato un breve periodo nel 1968 in cui sei stato cacciato dai Dead. Come pensi che sarebbe stata la tua vita se non fossi tornato?
Sarei comunque rimasto nel mondo della musica. Sono stato cresciuto da persone fantastiche, ma ero dislessico. Dislessico in modo estremo fin dalla nascita. Dislessia era una parola che all’epoca forse nemmeno esisteva. Sono cresciuto all’ombra della Hoover Tower, quindi i miei genitori avevano in mente per me la Stanford University, ma una carriera accademica o una carriera professionale che implicasse molta lettura non faceva per me. Loro però non ne erano coscienti fino in fondo. Non avrei comunque avuto scelta se non fare musica. È un bisogno compulsivo. Devo scrivere musica. Devo creare.
