Quando si tratta di scrivere canzoni che parlano d’attualità Lucinda Williams posiziona l’asticella molto in alto. «Sono più difficili da scrivere di quelle d’amore. Bisogna evitare che sembrino datate, non devono essere pretenziose, vanno evitate robe sdolcinate tipo: “Prendiamoci per mano, fratelli e sorelle”». È forse per questo che solo oggi, a 72 anni d’età e dopo mezzo secolo di musica, Williams ha pubblicato il suo primo album esplicitamente politico. World’s Gone Wrong non è mosso solo dalla rabbia per l’amministrazione Trump, è anche pieno di fede ed è un discorso sullo stato (corrotto) dell’unione, con la coscienza che gli orrori di oggi sono radicati nel terrore e nella violenza razziale dell’America di ieri.
L’ispirazione viene dall’eroe di Williams, che è Bob Dylan, e dagli Staple Singers il cui spirito è percepibile nel finale We’ve Come Too Far to Turn Around e nella presenza di Mavis Staples nella cover di So Much Trouble in the World di Bob Marley. «Adoravo la loro capacità di mettere assieme gospel, blues e soul, poi però non avevano paura di scrivere una topical song», spiega Williams. Se nel suo mirino c’è il presidente Trump (“Quanto ti hanno dato per l’anima?”, chiede), nel suo background ci sono la storia della letteratura afroamericana, da Langston Hughes (Black Tears) a Jesmyn Ward, il cui romanzo del 2017 Sing, Unburied, Sing (in Italia Canta, spirito, canta) ha ispirato la canzone omonima.
World’s Gone Wrong arriva al momento giusto. Williams ha influenzato una nuova generazione di artiste, da Waxahatchee ai Big Thief, questi ultimi co-autori di Low Life. Il pezzo di Lucinda del 2003 Fruits of My Labor è diventato una sorta di standard moderno e cantanti d’ogni età affollano un nuovo locale a New York che porta il suo nome, Lucinda’s, dove lei stessa ha presentato l’album a inizio settimana.
A costo di fare una domanda ovvia, che cosa ti ha spinto a scrivere canzoni così esplicitamente politiche?
Le sorti di un mondo che è diventato folle, pazzesco, caotico. Ho scritto questi pezzi quando Trump stava facendo il suo grande ingresso in scena e succedevano cose assurde ogni giorno. Era da un pezzo che volevo scrivere pezzi politici. Sai, ero una specie di piccola attivista ai miei tempi. Quand’ero adolescente mi hanno cacciata da scuola perché mi sono rifiutata di prestare giuramento di fedeltà.
Mi ha colpito una frase dell’ultimo brano: “Siamo qui per testimoniare questa malattia mostruosa”. Adoro come il disco si inserisce sia nella storia che nell’attualità del Paese.
Molta gente mi chiede da dove vengono queste canzoni, ma quello mi pare ovvio. Altri mi hanno chiesto se ho paura di cantarle. Ecco, questo mi ha un po’ sorpresa, mi ha fatto pensare: dovrei avere paura? Immagino di no, altrimenti non salirei sul palco. Però mi si è ficcato in testa il pensiero che qualcosa di brutto potrebbe succedere. C’è persino chi crede che l’FBI potrebbe arrivare e trascinarmi giù dal palco. Sarebbe grandioso per il movimento, no? Guardate chi avete votato, guardate cosa sta succedendo.
Vedo già il titolo: “Cantante di Passionate Kisses arrestata sul palco”.
Ecco, un giornalista mi ha detto che queste canzoni sono molto lontane da pezzi come Passionate Kisses. E sì che lo sono…
La scorsa estate hai aperto per Willie Nelson e Bob Dylan. Com’è andata?
È stato fantastico. Sono riuscita a parlare un po’ con Bob.
Succede di rado.
Vero? Voleva salutarmi. Mi ha fatto recapitare un messaggio. La sua gente ha parlato con la mia: «Bob vorrebbe scambiare due parole con Lucinda». È curioso: negli ultimi anni qualche giornalista ha iniziato a chiamarmi la versione femminile di Bob Dylan e lui ne ha sentito parlare da Mavis Staples. Gli è piaciuta un sacco questa cosa.
Che cosa gli hai detto quando è venuto a salutarti?
Gli dico: «So che sai di questa cosa della versione femminile di Bob Dylan…». Lui sorride e mi fa: «Ma sei tu?». Ero un po’ imbarazzata, perché è una cosa sciocca. E poi, e questo mi ha sconvolto, mi dice: «Beh, chi altro potrebbe essere?». Ho pensato: oh mio Dio, vuol dire che conosce la mia musica. Non so, provo ancora tanta ammirazione nei suoi confronti. Canto le sue lodi da quando l’ho scoperto che avevo 12 anni.
Molti cantanti oggi ti citano come fonte d’ispirazione. Lo senti?
Lo sento, sì. È stimolante e meraviglioso. Mi piace. Adoro scoprire artiste nuove. Ne conosco alcune, come Margo Price, sono contenta di vederla farsi largo.
Katie Crutchfield dei Waxahatchee ama la tua musica.
Benedetta lei. Le voglio bene, è un tesoro. Ho cantato con loro al Ryman non molto tempo fa. Abbiamo fatto la mia Abandoned.
Cosa speri che la gente colga delle tue nuove canzoni?
Spero che non pensino che mi lamento per il gusto di farlo. La mia è una specie di dichiarazione sullo stato del Paese, lo vediamo tutti cosa sta succedendo. E spero che la gente non lo trovi respingente. La maggior parte dei feedback è positiva, specialmente all’estero. Vedono la nostra follia qui e vogliono sapere com’è. Vogliono sapere come ce la caviamo o perché non abbiamo fatto nulla perché non accadesse.
Ti emoziona l’idea di suonare queste nuove canzoni davanti al pubblico?
Il mio manager mi ha detto che se vado avanti così potrei perdere dei fan. E allora? Chi se ne frega. Anche Bob Dylan è stato criticato, ma la cosa non l’ha fermato. È questo il punto. Sento di avere la responsabilità di far girare le notizie, per così dire. Qualcuno ieri ha detto che le canzoni sono come messaggi e io sono la messaggera. Gli schiavi nei campi di cotone cantavano canzoni in codice che potevano capire solo gli altri schiavi. Era un mezzo di comunicazione. Non potevano dire apertamente quel che volevano, se li avessero sentiti li avrebbero ammazzati e allora usavano le canzoni per parlarsi. Amo l’idea che la musica riesca a fare una cosa del genere.
