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Luca Carboni, tra il mito di Roberto Baggio e i consigli di Lucio Dalla

Da giovane non ascoltava nessuno, oggi si circonda di nuovi stimoli e talenti, da Calcutta a Giorgio Poi.

Una grande festa, il primo singolo di Sputnik, sembra una sorta di Mare mare, quasi trent’anni dopo.
È un inno ironico al pop, alla sua libertà di inventare ogni volta qualcosa di nuovo e diverso. Abbiamo ancora bisogno di questo tipo di canzoni. È pop, ma fuori dalle regole. Con Mare mare volevamo citare ironicamente le prime ondate del sound latino, che iniziava a conquistare le canzoni estive, riprodurre in chiave elettronica l’orchestrina da piano bar in riviera. Ma non era nata come tormentone. Per me era, e resta, un brano minore.

Sputnik è un album molto elettronico.
Porta avanti la strada di Pop-Up, ma in chiave ancora più estrema. Abbiamo eliminato quasi completamente le chitarre, a parte un paio di campionamenti.

Come già in Pop-Up, anche in Sputnik hai collaborato con giovani artisti italiani.
Sono innamorato della nuova ondata di pop italiano, come Calcutta, Cosmo, i miei concittadini Lo Stato Sociale. Dopo anni di scrittura solitaria, sono tornato al desiderio di lavorare con altri, come facevo all’inizio della mia carriera con gli Stadio. Ho sempre voglia di confrontarmi, avere stimoli nuovi, raccontare storie diverse, e infatti in questo album ci sono tre brani scritti con Calcutta, Giorgio Poi e Gazzelle.

Pensi di essere una sorta di modello, per il nuovo pop italiano?
Qualcosa sicuramente ci lega. Artisti come quelli che ho citato stanno cercando di riportare il pop a una sorta di purezza, alla voglia di restare fuori dagli schemi. Per la mia generazione era qualcosa di istintivo, volevamo uscire dal retaggio della canzone d’autore, intellettuale e ideologica a tutti i costi. Anche questi nuovi cantautori vogliono superare il pop più banale che è girato per molti anni. Questi ragazzi hanno personalità, ognuno con le sue differenze – Cosmo che è più elettronico, Calcutta che è un cantautore, Giorgio Poi che ha un grande talento musicale.

Ghali? Sfera? Cosa pensi di loro?
Tanto di cappello a Ghali che ha fatto un disco molto bello. Il mondo della trap è meno nelle mie corde, anche se amo il rap. La trap mi sembra meno innovativa: è un’evoluzione del rap, che però domina da tempo il mondo giovanile. La vera novità di questi anni è che venga fuori un autore come Calcutta, appunto.

Qual è l’insegnamento migliore che hai ricevuto?
Me l’ha dato Lucio Dalla. Lui inizialmente aveva vissuto il cantautorato più intellettuale, aveva inciso dischi difficili con Roversi. Poi dopo i 30 anni aveva iniziato a scrivere i suoi testi, e aveva scoperto che la cosa più bella era arrivare al popolo, al cuore della gente. Senza perdere la profondità, l’ideale di raccontare cose grandi nel modo più diretto possibile. Questo è stato per me il suo più grande insegnamento. Essere popolari, senza svendersi.

Chi sono i tuoi eroi?
Nel calcio Roby Baggio. In generale mia madre e mio padre. Per come hanno vissuto, per come mi hanno lasciato libero, anche culturalmente, nonostante le complicazioni della vita.

C’è uno sfizio che non ti sei ancora tolto, con la musica?
Cerco di farlo a ogni album, anche con Sputnik: avevo voglia di fare un disco senza chitarre. Per il prossimo disco, chissà. Forse registrare qualcosa di strumentale, andare oltre la parola. Sarebbe una sfida affascinante.

Qual è la canzone di cui vai più fiero?
Non per vantarmi, ma ce n’è più di una. Sono molto legato al mio secondo album, Forever. Lo riascolto ancora volentieri, con quello ho capito tante cose. Già si vedevano una dimensione elettronica e una acustica, che sarebbero stati i due poli della mia carriera.

Qual è l’aspetto migliore e quello peggiore del successo?
Il migliore è che ti mette in empatia con le persone. È più profondo di quanto possa sembrare. A volte il successo è visto come una situazione superficiale, ma per un musicista l’affetto che si riceve in un concerto è una cosa che si prova sulla pelle. Se lo sai apprezzare è una consolante, molto dolce. Ma il successo l’ho anche sofferto: non ero preparato all’attenzione del mio terzo disco (Luca Carboni, del 1987, ndr), che mi trasformò in personaggio pubblico. Può spaventare. Ti toglie la possibilità di essere fan di qualcos’altro.

Che cosa consiglieresti oggi, al giovane Carboni?
I consigli sarebbero inutili. Al tempo del mio primo disco non ascoltavo nessuno, come fanno – giustamente – i giovani. Ero convinto di sapere tutto io. Non perché fossi un fenomeno, ma perché sentivo di portare il messaggio di una generazione che non si era ancora espressa, ma aveva tanto da raccontare. Mio figlio ha 19 anni, e non mi ascolta neanche per sbaglio.

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