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Lubomyr Melnyk: «Il futuro della musica classica è ambientalista e militante»

Il “profeta del piano”, ospite del Romaeuropa Festival, racconta il suo rapporto con lo streaming, l'album ‘Fallen Trees’ e perché la musica classica ha solo un modo per sopravvivere: dare bellezza alla nostra vita quotidiana

Lubomyr Melnyk

Foto: Alex Kozobolis

Il detto dice “Roma ad agosto non è un bel posto”. A parte che sarebbe ora di metterlo in discussione visto che ad agosto si trova sempre parcheggio, non c’è un filo di traffico, gli autobus e le metropolitane (se agibili) sono totalmente vuoti e il generico caos che caratterizza la Città Eterna sembra un lontanissimo ricordo, ma comunque. Si potrebbe almeno aggiungere un nuovo detto che fa “Roma a settembre è un bellissimo posto” e così per tutto l’autunno. A voler essere un briciolo ottimisti, bisogna ammettere che da un po’ di tempo a questa parte le attività culturali istituzionali in città sono aumentate esponenzialmente e lo spessore dell’offerta è aumentato, dopo un inizio di millennio deprimente e una recente guerra agli spazi autogestiti. Se c’è una presenza costante che ha accompagnato e aiutato questa crescita, quella è certamente il Romaeuropa Festival, che esiste da più di trent’anni ma che da almeno un decennio è uno dei traini principali che spingono hanno portato Roma sullo stesso piano delle altre capitali europee.

A conferma di questa crescita, l’edizione di quest’anno ha un’offerta ancora più variegata e ancor più estesa su numerose location, per diverse rassegne e per molteplici età. Il programma è davvero il fiore all’occhiello della stagione ed è praticamente impossibile non cerchiare almeno un giorno del calendario per uno degli spettacoli che si susseguiranno da qui a novembre. Uno di questi, il prossimo sabato 28 settembre sarà alla Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica ed è uno dei più interessanti tentativi di commistione tra generi musicali e mondi culturali differenti, tra i tanti in programma. Si tratta dello spettacolo Fallen Trees + The canon, rispettivamente tenuto da Lubomyr Melnyk e Craig Leon.

Il primo, classe 1948 è considerato semplicemente “il profeta del piano” nonché inventore della “continuous music”. Craig Leon invece è colui che ha dato il via alla carriera dei Blondie e dei Ramones e che oggi produce musica elettronica fatta di loop e contaminazioni futuristiche, creando una dicotomia che si preannuncia eccitante per gli ascoltatori. Per l’occasione abbiamo avuto modo di scambiare due chiacchiere con Melnyk, il compositore ucraino dall’alto dei suoi settant’anni è un osservatore attivo e mai banale dei tempi che corrono, oltre a essere un musicista con un bagaglio tecnico e culturale che ha pochi paragoni e che ha ispirato numerosi musicisti contemporanei e della cosiddetta scena “neoclassica”, anche se la sua opinione al riguardo non è particolarmente esaltante.

Il tuo ultimo album Fallen trees è uscito per l’etichetta Erased Tapes, che è un’istituzione nell’ambito della cosiddetta musica neoclassica. Che opinione hai riguardo la musica neoclassica? Nel 2013 Peter Broderick ha prodotto il tuo album, hai contatti frequenti con “la scena berlinese” di cui sei considerato un precursore?
Credo che ”neoclassica” sia una definizione sbagliata perché vengono usati gli strumenti della musica classica, ma non allo stesso modo della musica classica, bensì seguendo i canoni della musica pop: per questo è molto più simile alla ”easy listening”. D’altra parte oggigiorno la scena musicale cambia ogni due mesi, quindi non sono molto aggiornato. Capito raramente a Berlino, ho la mia strada da seguire.

La tua lunga carriera ha attraversato tantissimi periodi storici, sociali e politici, più o meno tragici. Come si colloca la musica contemporanea oggi, nell’era di Brexit, di Trump, del populismo, della catastrofe ambientale all’orizzonte?
La musica ha il potere di stabilizzare il mondo, dà all’umanità un ”terreno” su cui poggiare i piedi quando tutto sembra assurdo. La musica classica purtroppo sta svanendo dagli interessi delle persone, qualcos’altro deve prendere quel posto e dare bellezza alla nostra vita quotidiana. Senza la bellezza della musica gli esseri umani tornerebbero a essere creature basiche, ridotte a degli esseri primitivi, a dei mezzi animali. Ne abbiamo tremendamente bisogno vista l’orribile situazione politica mondiale, con l’ascesa di tiranni e dittatori – ci metto anche Boris Johnson in questo elenco.

A tal proposito, nel tuo ultimo album Fallen Trees l’ambientalismo è il tema centrale. Abbiamo trascorso l’estate guardando inermi l’Amazzonia e la Taiga bruciare, il tema antropocene è all’ordine del giorno: pensi di voler proseguire in questa direzione con i tuoi lavori?
Assolutamente sì, lo sto già facendo, grazie per la domanda! Si tratta del più grande crimine contro l’umanità in questo momento. Si sta uccidendo il pianeta e questo ucciderà miliardi di persone. La musica è la mia voce in capitolo, uno dei miei ultimi lavori è un lungo brano intitolato The end of the world. Non abbiamo più tempo di scherzare, è davvero il momento di agire, anche per quanto riguarda le tematiche delle canzoni, basta con canzonette dolci. Siamo stati ricoperti di bugie e di propaganda, anche per quanto riguarda le politiche ambientali, le cose non hanno fatto altro che peggiorare.

La musica contemporanea e quella neoclassica sono spesso associate a una estetica naturalistica, nei video o nelle foto ma anche nelle tematiche. Come se fosse musica strumentale per evadere individualmente dalla realtà. Io penso che vengano ingiustamente trascurati gli aspetti umani, urbani e anche aggregativi di questa musica. Che ne pensi?
Sì, c’è certamente un profondo legame tra la musica che faccio e la natura, d’altra parte la cosiddetta ”musica minimalista” ha quelle radici ed è stata teorizzata come se venisse direttamente dalla natura. Non ha certamente lo stesso spessore e le qualità di Beethoven, Wagner e Verdi, ma ha portato una Nuova Bellezza, una luce sui campi, la calma della foresta, nelle vite delle persone che la ascoltano. Non si tratta solo di una fuga dalla realtà, ma di un atto d’amore verso la natura.

Da questo punto di vista internet è sia una risorsa che un disastro, penso all’algoritmo YouTube che da un lato personalmente mi ha fatto scoprire moltissimi artisti interessanti, dall’altro appiattisce l’ascolto e generalizza. Che opinione hai al riguardo?
Sono d’accordo, ma solo in parte: internet offre dei vantaggi, ma quello che chiede in cambio è molto di più. È come avere a che fare con uno strozzino che ti presta qualche spiccio e poi ti chiede in cambio la tua anima e la tua mente. Stiamo perdendo la capacità di ascoltare la musica da degli impianti stereo, seduti a casa, su una poltrona comoda, semplicemente per il gusto di farlo, per la bellezza che si trova nel farlo. Internet ha sradicato tutto questo, soprattutto dalle vite degli under 30 e sono molto preoccupato di come queste nuove generazioni si prenderanno cura di se stessi. La musica oggi è diventata un sottofondo ininfluente, che sta lì per arricchire i vari colossi che propinano musica di pessima qualità sulle loro piattaforme, pagando cifre irrisorie agli artisti.

Sulle varie piattaforme di streaming la musica contemporanea o neoclassica ottiene risultati straordinari tra le generazioni più giovani, in parte è dovuto al fatto che si sposa bene con i lavori da scrivania e anche per ridurre lo stress di cui siamo campioni. Da questo punto di vista si può riconoscere un vero e proprio fenomeno generazionale. Pensi si possa parlare di “Millennial Classical”? Ovvero della musica classica ascoltata da chi ha 30 o 40 anni e fa lavori precari, da freelance, creativi o semplicemente da ufficio?
La musica ambient di oggi è troppo focalizzata sugli effetti elettronici e quindi non la chiamerei proprio classica o neoclassica, come ti dicevo prima è una via di mezzo tra l’uso di strumenti classici, con strutture di musica pop e onestamente credo che non sia un granché. Sì, è vero, le persone la ascoltano molto, perché la musica classica non può essere ascoltata dalle cuffie mentre si aspetta l’autobus. Andiamo verso una costante deformazione e semplificazione delle cose, compresa la musica e invece le cose sono complesse. Questa ”neoclassica” è più facile, tutta ”dolce e carina”. Io la chiamerei Coca Cola per orecchie!

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