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L’oro segreto di Napoli

Un album racconta un tesoro che sembrava perduto, sepolto tra negozi vintage e archivi dimenticati, ora ritrovato a ritmo di funk e disco

Napoli Segreta

Foto di Giovanni Salsano

Napoli, musica. Quali nomi vengono in mente? Liberato sicuramente, che ha dato una svolta elettronica e itpop al tutto. La canzone tradizionale partenopea, “Funiculì, funiculà”, certo. Oppure Gigi D’Alessio, la neomelodica, il rap di Luchè, Nto, Clementino. Pino Daniele, magari. James Senese e tutto il Neapolitan Power. Basta? Sì. O anche no, cioè. A cavallo fra i Settanta e gli Ottanta, in città esplose un’ondata di funk e disco fresca, visionaria e internazionale, ma finita presto sepolta. Era roba figlia dell’America, ma coi piedi piantati nei vicoli della città e nelle sue tradizioni, nel dialetto. Roba – dicevamo – uscita solo su vinile, in poche copie, mai digitalizzata e rimasta per anni ad ammuffire nei mercatini. Ecco: Napoli segreta è un progetto dai dj e collezionisti partenopei Lorenzo Sannino (Famiglia discocristiana) e Gianpaolo Della Noce (DNApoli), che vuole riscoprire quei tesori. I due organizzano dj-set a tema, e insieme ai Nu Guinea (non a caso, il loro Nuova Napoli è una attualizzazione di quel sound) nel 2018 hanno pubblicato Napoli segreta vol. 1, il primo capitolo di una serie di compilation che recuperano i brani di allora. Il secondo è uscito il 14 febbraio, sempre a cura dello stesso power trio.

«A livello musicale, all’epoca a Napoli c’era un mix di suoni afro, funk, fusion, progressive e disco, figlio della presenza degli americani in città, dove c’era una delle più grandi base NATO del Mediterraneo. Al porto era pieno di night club, e ci piace immaginare che siano stati i laboratori di tutto ciò», ci spiega Della Noce. «Si formò un microcosmo di artisti che stampavano dischi solo per il pubblico napoletano e, al massimo, siciliano. Ma non esisteva una vera scena, gli artisti non si conoscevano neanche fra loro. Le case discografiche commissionavano ad arrangiatori (quasi sempre gli stessi) dei brani da creare per i cantanti, che accorrevano in massa negli studi per registrare le proprie voci. Poi, i singoli venivano dati alle radio senza neanche essere messi in vendita», raccontano i Nu Guinea. «Insomma: le case discografiche convivevano con piccole stampe private, probabilmente illegali. E poi c’erano radio pirata e star di quartiere, ma tipo che ogni vicolo aveva un eroe locale», aggiunge Sannino. Era, quindi, un mercato nato dalla congiunzione fra nazionale e locale, e che oggi ci lascia tonnellate di rarità perdute. Tutte in stile funk e disco, come costola sporca dei vari, grandi Senese e Napoli Centrale, e cantate rigorosamente in dialetto.

«Chiaro: abbiamo sempre prodotto cultura qui in città. Ma per questo progetto ci interessa lo spaccato che va dai primi Settanta a metà Ottanta, ovvero finché i vinili non hanno iniziato una parabola discendente», continua Sannino. Lui, sotto il nome Famiglia Discocristiana, è un po’ il padre di Napoli Segreta, che nasce cercando fra i vinili impolverati dei negozi e rendendosi conto di quante perle oscure contenessero. Archeologia, insomma. «Organizzavo serate con collezionisti, diggers e dj in cui suonavamo canzoni funk, afro e disco-music napoletana. L’obiettivo era condividere produzioni sconosciute, non presenti su Youtube o Discogs. E l’idea fu poi sposata da DNApoli». «Me lo ricordo, era il 2015. Io e Sannino non avevamo mai condiviso la console prima, ma in borsa avevamo entrambi musica prodotta a Napoli: io con attitudine più jazz, funk e prog, lui con una spinta disco e funk», ci dice più avanti Della Noce. «Già da anni mi occupavo di musica partenopea. Ma quando la passavo tutti mi dicevano: “Che è ‘sto trash?!”. Invece con Lorenzo presi coraggio e cominciammo a proporre i primi eventi targati Napoli Segreta, in cui suonavamo musica made in Napoli».

E, serata dopo serata, il marchio cresce e interessa persone in tutta Italia. «Anni fa, ai tempi dei mercati delle pulci, la nostra sarebbe stata un’operazione anacronistica. Ma oggi, grazie ai mixtape su Soundcloud, alcuni dei dischi che suoniamo sono diventati merce di scambio, come gagliardetti», aggiunge Famiglia Discocristiana. Finché, un giorno, il progetto non arriva alle orecchie dei Nu Guinea, anche loro sulle tracce della musica partenopea più sepolta. «Li ascoltammo in un lido non troppo lontano dal Vesuvio», ci raccontano Lucio e Massimo. «Lì capimmo che avevamo ancora molto da scoprire, in quanto a musica napoletana, e fu l’inizio di questa collaborazione che ha alla base la voglia di salvaguardare un patrimonio musicale che poteva essere dimenticato nel tempo».

Tant’è che nel 2018, dalla sinergia dei tre, arriva Napoli segreta vol. 1, la prima compilation. Dentro, nove canzoni uscite fra i Settanta e gli Ottanta, nel frattempo diventate oscure e che loro hanno contribuito a rendere cult. Fra queste, l’algida e sintetica Napule canta e more di Donatella Viggiano, la disco di Follia di Giancarlo D’Auria e il funk di ‘E prumesse di Antonio Sorrentino. «Quella selezione ha avuto una lunga gestazione, molti dei pezzi erano noti ai nostri supporter. Ma vivevamo un conflitto interiore per aver ‘tradito’ i diggers che collezionano musica oscura», scherza Sannino. E in effetti, anche grazie alla spinta di Nuova Napoli dei Nu Guinea, il successo è arrivato, contribuendo a lanciare una nuova – e meno stereotipata – estetica della città. «Ma adesso tutti vogliono un pezzo di Napoli, vogliono infilare le mani negli angoli nascosti degli scaffali polverosi dei mercatini di vinili», puntualizza Gennaro Ascione, giornalista, scrittore e “paroliere” del progetto. «Ed è un bene – commenta Della Noce – però ora sugli scaffali non si trova più un cazzo e tutto ciò che porta con sé una matrice napoletana è diventato improvvisamente carissimo. Ma non che ci interessi, chiaro».

Nel dubbio, dal 14 febbraio c’è il secondo volume di Napoli segreta, che confonde la geografia ma non l’anima del progetto, riscoprendo brani “internazionali” come Calipso di Tony Verde e Luci a New York di Tony Iglio. «Il secondo è un pezzo – secondo Famiglia Discocristiana – con un synth che ci porta dall’Europa a Nuova York». «In effetti stavolta abbiamo spaziato in America e Sud America, come verso la new wave. Ma senza dimenticare i classici dei nostri djset», ci spiega Della Noce. Come Luna lù di Antonio Sorrentino, o Dimme di Maria Kelly. «Quest’ultimo lo abbiamo trovato in uno scatolone di un negozio vicino Caserta», raccontano più avanti i Nu Guinea. «La proprietaria ci disse che glielo aveva dato un’amica, che poi è la stessa Kelly! Solitamente, quando torniamo dai mercatini quasi tutti gli album di musica napoletana sono esteticamente più fighi di come in realtà suonano. Ma quello fu un giorno fortunato».

Napoli segreta non è solo recupero di vinili impolverati, né solo dj-set. Per esempio, è un lavoro fotografico e iconografico curatissimo, realizzato da Antonello Colaps di Dopolavoro.org, che punta a un’estetica fra vintage, tradizione e futuro. «Col primo volume ci eravamo divertiti a realizzare immagini che accompagnassero la visione ‘laterale’ dalla compilation», ci spiega. «Le prime bozze del Volume 2, invece, non contenevano una foto: il progetto sviluppava l’idea di zoomare nelle viscere della stessa Napoli fotografata prima, e tradurre visivamente la puzza di muffa dei mercatini dell’usato. La copertina con le carte è capitata per caso, invece, durante una nostra ‘riunione’ a Torino». E poi, i talk: «Di quegli anni abbiamo recuperato anche aneddoti e curiosità che raccontiamo nel format Exploring Napoli segreta. Ma i nostri appuntamenti – specifica Sannino – non hanno un tono didascalico: sono una sorta di rituale magico di stampo rinascimentale, in cui Gennaro Ascione fornisce le coordinate scientifiche e poi tutti insieme le traduciamo in atti magici». «La verità è che Napoli Segreta è parte di un qualcosa di più grande che sta accadendo in città. Unisce musica, letteratura e immagine. Tra avanguardia e retroguardia. La nostra identità è un virus», spiega lo stesso Ascione.

Appunto, l’identità. Ritornando a Nuova Napoli dei Nu Guinea, l’album (che secondo la band risente di questi pezzi proprio per la loro capacità di fare da collante fra influenze diverse) prende il titolo da un festival (“Primo festival Nuova Napoli”, appunto) al centro della commedia noir No grazie, il caffè mi rende nervoso (1982). Nel film, un misterioso sabotatore fa di tutto per mandare all’aria l’evento perché “Napoli nun adda cagna” – Napoli non deve cambiare. «In effetti, qui abbiamo tantissimi musicisti e producer validi: Fitness Forever, Bop & 291 out, K- Conjog, Quiroga, Dario Bass. Il vero problema di questa scena – chiude Sannino – è non avere un festival di riferimento». Un festival, appunto. Perché Napoli nun adda cagna, o forse sì. Magari tenendo conto della sua discomusic oscura, viene da suggerire.

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