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L’odissea nel subconscio di Mana

Il primo album del torinese per Hyperdub Records, 'Seven Steps Behind', è una minuziosa raccolta di sogni, reinterpretati secondo i dettami junghiani ma in chiave elettronica

Foto di Andrea Cossu

Seven Steps Behind è l’ultima creatura di Daniele Mana. Esce il 5 aprile per la mostruosa Hyperdub Records, e rappresenta per il musicista torinese il primo vero sfoggio della nuova livrea artistica, dopo un lungo passato a nome Vaghe Stelle e una metamorfosi che l’aveva portato due anni fa a cambiare ragione sociale e pure aria, approdando con un piccolo EP sull’etichetta cult londinese.

I suoi neo-classicismi allucinati e onirici però, ed è lo stesso Daniele a dirlo nella breve conversazione qui sotto, funzionano meglio su ascolti più lunghi, immersivi. In parole povere: un album. Magari, uno che parta dall’esperienza dell’interpretazione dei sogni di Jung e ne restituisca un’opera in tutto e per tutto simbolista, una specie di Parsifal di Wagner aggiornata all’antropocene.

Prima eri Vaghe Stelle, ora solo Mana. Perché questo reset?
Avevo bisogno di staccare con Vaghe stelle e ricominciare da capo. Era diventato tutto troppo confuso, non sapevo più dove dovevo andare e cosa fare. Avevo una nuova idea, quindi mi serviva un nuovo nome, banalmente per una questione di etichette che ti metti quando fai musica. Ora posso dirmi soddisfatto della scelta.

E parlando di altre etichette, ti è anche andata molto bene. Era previsto anche un album dopo l’EP per Hyperdub?
All’momento dell’EP avevamo già parlato di fare un album, sì. I ragazzi di Hyperdub erano interessati a pubblicare la mia musica ma erano anche consapevoli che quello che faccio rende meglio su lunghi formati. Una delle osservazioni che mi sono sempre fatto, e che poi ho notato, è che il mio modo di fare musica ha bisogno di più ascolti. È una roba abbastanza immersiva, non faccio il singolo immediato con la melodia che poi ti canticchi sotto la doccia. Lo stile che ho adesso nel comporre musica funziona meglio su una durata di 40/45 minuti. Solo così è più facile entrare nel mondo che ho costruito coi suoni. Le melodie e le strutture di questo disco sono leggermente più pop degli altri, ma non c’è mai il pezzo radiofonico.

Hyperdub da parte sua ha un’identità molto forte, molto distinguibile. Questa cosa ha esercitato un’influenza su di te al momento di scrivere i pezzi?
Hyperdub ha un’identità forte ma questa cosa si notava molto di più agli albori. All’inizio quando è nata portava con sé un suono che comprendeva le varie derivazioni del dub declinate allo UK beat. Adesso, guardando i vari Dean Blunt, Hype Williams, Laurel Halo, Lee Gamble, Klein..

Fatima Al Qadiri..
Fatima Al Qadiri. È tutto più improntato all’avanguardia, allo spingere in avanti le frontiere della musica. Sull’inaspettato, fondamentalmente. I molti si adattano più o meno consapevolmente al suono etichetta quando devono pubblicarci un disco, ma non è il mio caso. Tant’è che la maggior parte dei commenti quando è uscito il singolo nuovo è stata tipo “Non mi sarei mai aspettato una roba del genere da Hyperdub” oppure “Sei pazzo a fare queste cose per un’etichetta come quella!” Non ho mai avvertito nessun tipo di pressione, né tantomeno Kode9 mi ha mai detto “prova a fare un pezzo più così, o più cosà.”

E questi commenti iniziali come li hai presi?
Ho sorriso, perché alla fine se uno mette un po’ più di attenzione nel percorso curatoriale di Hyperdub si accorgerà che non ci sono due dischi che suonano allo stesso modo. Ci sono quelli dancehall o ci sono quelli praticamente jazz, come Laurel Halo. Io comunque prendo tutto bene, perché un commento è comunque qualcuno che ti sta dando attenzione. Poco importa se poi dice che fa cagare.

Come se uno scegliesse l’elettronica per rendersi la vita facile, poi.
Non c’è niente di facile nel fare musica. Ma manco farsi una pasta è facile, se vuoi che la gente si ricordi della tua pasta.

In generale nell’elettronica un po’ più avanguardistica si sta notando un po’ un ritorno agli archi e ai clavicembali, e tu non fai eccezione. Sono veri o sintetizzati?
Ho usato sia synth per ricreare i clavicembali e alcuni violoncelli. Altri violoncelli li ho registrati. Nell’ultimo brano invece ho registrato dei sax, flauti e una voce femminile. Ci sono questi corni che sembrano suonare in una cantina ma in realtà li ho registrati qui a Torino, alle Officine Grandi Riparazioni.

Sai per certo che i tuoi dischi li ascolterà anche Burial, come ti fa sentire questa cosa?
Non so se lo ha ascoltato, ma sarei contento anche solo se lo ascoltasse. Sono fan di Burial e Hyperdub dai tempi di Untrue, mia madre ha ancora quel CD in macchina.

La copertina dell’album

Nel Seven Steps Behind nel titolo c’è per caso una critica alla situazione socio-politica del 2019?
No perché non mi immischierei troppo in faccende socio-politiche. Per capire il titolo bisogna partire dall’inizio. Siccome ho una vita notturna molto attiva, nel senso che mentre dormo faccio moltissimi sogni, alcuni dei quali sono molto intensi, ho deciso di fare una raccolta di tutte le visioni che ho quando dormo e di trasformarle in musica. Ho fatto anche una raccolta di disegni, un piccolo libricino che uscirà tramite Gang Of Ducks. Ci sono tutti i disegni che facevo mentre facevo il disco. È tutto quanto molto simbolico, a partire dalla maschera e il serpente nell’artwork. La maschera è da Mamuthones, quel rituale del carnevale in Marmoiada, in Sardegna. Mi interessava molto, perché il rito è legato ai riti dionisiaci e la maschera è un oggetto che è sempre stato usato per raggiungere quell’euforia che trascende il corpo, che riesce a portare a uno stato di trance.

In pratica sei in dialogo con il tuo subconscio.
Sì, ed è la prima volta che lo faccio in modo così concreto e analitico. Ho preso come punto di partenza la parte sulla teoria del subconscio e da lì trascrivo ogni piccolo sogno, ogni allucinazione, in musica. Tutti i titoli, la musica, è tutto legato a quello.

C’è comunque molta tensione, molta drammaticità. Se penso a uno dei miei pezzi preferiti, Leverage For Survival, lo immagino in un sogno tormentato, non proprio il sogno in cui raccogli le margheritine in un bosco.
Eh sì, quello era un sogno bello intenso. Ero in un bosco tra l’altro, ma non a raccogliere margherite. Sai, poi ognuno gira il subconscio a suo modo. A me di solito vengono sogni abbastanza brutali. Però secondo me è un disco piuttosto romantico, emozionale, con ovviamente delle parti più intense come Leverage For Survival. Quello che è venuto fuori, così come quello che avevo dentro, era un sentimento di malinconia molto forte.

Quindi credi nell’interpretazione dei sogni di Jung?
Sì, sono abbastanza fan. Tant’è che l’idea di usare il serpente è presa da lui, che aveva fatto questo Libro Rosso illustrato in cui ricorreva spesso il serpente. Nei sogni suoi e dei suoi pazienti, il serpente è il simbolo del subconscio che tenta di prendere il sopravvento della mente. Devo ammettere che in generale è stata un’esperienza terapeutica.

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