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Lo Stato Sociale: «L’Italia è una rissa da bar»

«‘Invidiamo’ la comunicazione di Salvini, ma prenderemo sempre per il culo chi lo vota». La band torna con un fumetto realizzato insieme a Luca Genovese, un messaggio politico che non ha paura di essere oscurato da X Factor: «Lodo è uno specchietto per le allodole, siamo ancora un collettivo e dividiamo i guadagni».
Lo Stato Sociale. Da sinistra in senso orario: Lodo, Carota, Bebo, Checco, Albi. Foto Federica Lazza - Style Francesca Piovano - Abiti CC Collection Corneliani

Foto: Federica Lazza

«Hai visto dove si concentra il consumo di eroina in Italia?», scherza Checco dello Stato Sociale mostrando a Luca Genovese l’infografica fra le pagine della nostra inchiesta sul ritorno della sostanza. «A Marghera», osserva Luca con uno spiccato accento veneziano, «Beh anche a Bologna non è che vada poi così meglio», aggiunge il fumettista, sorridendo ai musicisti con cui ha collaborato per Andrea, graphic novel edita per Feltrinelli Comics.

Al centro del racconto una distopia trascinata nel quotidiano, dove la società di oggi è caricaturizzata nel suo volto più viscerale per raccontarne il cambiamento, inteso nel senso cui ormai ci stiamo rapidamente abituando, quello delle ruspe e delle ‘manine’. Il protagonista, Andrea, è un barista di Bologna, che osserva l’Italia negli schiamazzi degli avventori, testimonianza di quel passaggio dal linguaggio ‘politico’ al grido machista che nel fumetto diventa il simbolo dei tempi in cui stiamo vivendo. «Le grida del bar sono la scenografia iniziale, da cui Andrea vorrà fuggire quando il suo equilibrio si rompe, per poi venirne a capo trovando una sua dimensione», racconta Luca Genovese.

La storia si chiude con una citazione a Gilles Deluze, “Non è il caso né di avere paura, né di sperare, bisogna cercare nuove armi”. Può esserci quindi una risposta alla parola muscolare del populismo? Quali sono ‘le nuove armi’ da opporre alla ricerca del nemico esasperata dalla politica? Ne abbiamo parlato con Bebo, Checco e Albi insieme a Luca Genovese.

Una tavola tratta da ‘Andrea’. Illustrazione di Luca Genovese

Partiamo da questa tavola, dove viene presentato il mondo come lo conosce Andrea: un mondo osservato dietro il bancone del bar, raccontato dalle urla degli avventori per cui non è importante la discussione quanto piuttosto vincerla gridando più forte dell’altro. Vedete così l’Italia di oggi, come una litigata da bar?
Bebo: Quando abbiamo iniziato a scrivere Andrea eravamo in campagna elettorale e stava già iniziando a emergere ciò che poi è diventato triste realtà: il populismo sfrenato di Lega e Movimento 5 Stelle. Nel fumetto questo aspetto viene certamente romanzato ed estremizzato ma credo che questo Paese sia effettivamente dominato dalla chiacchiera da bar nel lato più negativo del termine, quella che vive dietro una tastiera, quella per cui se dici una cazzata non rischi nemmeno il coppino che prenderesti in un bar vero.

Cioè?
Bebo: In questo momento storico sembra che il dibattito pubblico si sia trasferito sul web; da un lato è positivo perché la discussione si è aperta a tutti, ma d’atra parte quando tutti parlano poi non c’è nessuno che ascolta, per cui vince chi urla più forte, chi introduce un nemico con cui accentrare tutte le voci dei singoli, come ha fatto Salvini.

Genovese: Credo che sia proprio su questa incapacità ad ascoltare che hanno fatto leva i vari Salvini e Movimento 5 Stelle. Cercare una soluzione facile in mezzo alla rissa, una risposta che accontenti la pancia di tutti, che non risolva il reale problema ma che si accanisce sulla ‘seccatura’ del momento. Distruggere tutto per il solo guasto di cambiare non porta da nessuna parte, bisognerebbe anche capire in che direzione stiamo andando, ma per far questo è necessario ascoltarsi gli uni con gli altri, scegliere una meta comune verso cui andare insieme.

E come si è arrivati a questo punto?
Checco: Credo che per certi versi la ricerca della soluzione più facile sia anche figlia del modello culturale delle generazioni precedenti, quelle del ‘posto fisso e passa la paura’, per cui ci si limitava ad assorbire il mondo in maniera ‘passiva’, sempre meno attivamente o senza quella creatività che è alla base – ad esempio – del processo di integrazione davanti a cui in Italia sembriamo ancora totalmente impreparati.

Una tavola tratta da ‘Andrea’. Illustrazione di Luca Genovese

Credete che in questo clima ci sia ancora spazio per parlare a chi non accetta il ‘diverso’?

Albi: Voglio sperare di sì. Forse bisogna fare leva su chi riesce ancora ad ascoltare, ridare speranza e interesse a queste persone.

Bebo: Il populismo, il razzismo, l’omofobia, tutto ciò ormai è ormai sdoganato nel linguaggio pubblico, dire “negro” o “frocio” è stato legittimato dal periodo politico in cui stiamo vivendo. Convincere queste persone a tornare sui propri passi è ormai un’impresa impossibile e forse bisognerebbe stare al loro gioco, rispondere a tono davanti alla violenza verbale che sentiamo tutti i giorni.

In questo modo però il dialogo lascerebbe definitivamente il posto a una gigantesca lite da bar. La stessa che criticate dentro Andrea.
Bebo: Esattamente (ride). Oggi il ragionamento ha perso, e la sfida è riuscire a utilizzare la sintassi ‘delle urla’ ma trasformandone il contenuto. Se l’asticella del dibattito è arrivata a questa altezza, la razionalità e il buon senso sono ormai frecce spuntate.

Genovese: Ho capito quello che dice Bebo, ma un modo per contrastare le urla è sempre stato quello di abbassare il tono. Forse bisognerebbe tornare a puntare sui contenuti, non so quale sarebbe l’efficacia, ma quantomeno bisognerebbe cercare di mantenere la calma.

Una tavola tratta da ‘Andrea’. Illustrazione di Luca Genovese

Tuttavia la grande critica che si fa alla sinistra è proprio questa, di rimanere in silenzio, troppo ‘pacati’ per essere ascoltati e dunque sovrastati dalle urla dell’altra fazione.
Albi: Certo, non è facile sconfiggere la mancanza di volontà all’ascolto e al ragionamento. Non so quali siano le armi, ma credo si debba ripartire dalle basi, cercando di rendere di nuovo affascinante il ragionamento, rendere sexy l’istruzione. I primi a muoversi in questo senso dovrebbero essere soprattutto le persone in vista, quelle che vedo sulle copertine di Rolling Stone ma che di queste cose non parlano mai: hanno raggiunto il successo senza raccontare il lavoro che c’è dietro. Credo che nel mondo della cultura italiana manchi il racconto dello studio e dell’approfondimento che c’è dietro un determinato risultato.

Fatto sta che da una parte c’è la sinistra che ripensa il proprio linguaggio – la sinistra dei comizi nei teatri o di Chiamparino che scende in piazza per la Tav – dall’altra Salvini che parla alla pancia delle persone. Voi a chi vi sentite più vicini?
Bebo: Si possono prendere le distanze da entrambi (ride). Che io nutra un’invidia comunicativa nei confronti di uno come Matteo Salvini è vero: credo che dica cose mostruose ma il modo in cui lo fa è chirurgicamente perfetto per questo momento storico. Comunicativamente è stravincente.

Albi: Va bene riesce a comunicare, ma lui ha una responsabilità e credo sia consapevole di star facendo politica con una malizia notevole.

Bebo: Certo quello del Movimento 5 Stelle e della Lega è un operato truffaldino, tutto ciò che dicono è improponibile e soprattutto impraticabile, di fatto è un governo che non governa, non c’è mai stato un Parlamento che abbia legiferato così poco. Tuttavia quanto chiacchierano… è incredibile quanto riescono a essere dominanti sui media, anche perché dall’altro lato ci sono i vari Chiamparino che sono distanti, anziani, noiosi; purtroppo sono la massima espressione parlamentare di quello che era la sinistra. Io sto volentieri in disparte rispetto a questi due poli e bisognerebbe cercare una terza via – di cui c’è davvero bisogno – ma ci vorranno degli anni.

E se fra gli elettori della Lega ci fosse qualche vostro fan? Salmo, ad esempio, nella nostra cover story ha detto: «Non puoi stare con Salvini e ascoltare hip hop. Strappa le mie magliette, brucia i cd. Oppure cambia la tua idea del cazzo». Voi siete d’accordo?

Albi: Abbiamo detto qualcosa di simile in passato, non con la stessa poesia di Salmo – che invidio –, ma è capitato. La nostra linea è molto simile, forse un po’ più garbata e probabilmente meno efficace della sua. Per me un fan di Salvini può anche venire a un nostro concerto, ma ben consapevole che si prenderà degli insulti. Molti ci dicono di non trattare certi temi, ma la musica deve parlare anche di questo. Una persona può votare Salvini e continuare ad ascoltarci, è un controsenso ma sono poi cazzi suoi.

Checco: Io la frase di Salmo non l’ho presa come un allontanamento, bensì come uno stimolo. Certo un po’ ‘violento’ ma credo sia più un invito a riflettere.

Albi: Poi noi abbiamo attaccato anche il PD, il M5s… probabilmente abbiamo perso un sacco di pubblico (ride) ma chi fa cultura ha una responsabilità e non si può tirare indietro su certi temi. Noi siamo così, prendere o lasciare, a chi non va bene può smettere di ascoltarci, può bruciare le nostre magliette… o magari provare ad ascoltare quello che diciamo.

Genovese: Probabilmente se un elettore di Lega o M5s leggesse Andrea lo troverebbe disturbante, ma spero si preferisca discuterne piuttosto che strappare i libri o dargli fuoco. Bruciate magliette e dischi se volete (ride guardando Albi, nda) ma i libri piuttosto regalateli a qualcuno che ne può godere di più.

Luca Genovese e insieme a Checcho, Albi e Bebo (Lo Stato Sociale) durante una presentazione di ‘Andrea’

Insomma, il messaggio politico in Andrea è molto chiaro; non avete paura che venga ‘oscurato’ dalla figura di Lodo come giudice di un talent show?
Albi: Non credo, anzi penso possa essere anche una cassa di risonanza per il messaggio che vogliamo mandare. Sono pubblici diversi ma credo che i due progetti possano trarre giovamento l’uno dall’altro, se una persona arriva al libro perché scritto “dal giudice di X Factor”, per quanto possa essere stravagante, ben venga. Se ci pensi Andrea è anche strano come prima uscita dopo Una vita in vacanza: per la cultura popolare siamo quelli della vecchia che balla o comunque persone che prendono la vita in maniera leggera. Questo è vero ma siamo anche altro e dentro Andrea lo mettiamo nero su bianco.

Bebo: Ne parlai con il direttore editoriale di Feltrinelli, e mi spiegò che una casa editrice ha bisogno di best seller per poter pubblicare prodotti più ‘identitari’, che raccontino un altro lato della stessa medaglia. Lo stesso in questo caso vale con X Factor, che è il ‘nostro best seller’ per cui Andrea diventa la voce diversa. Credo valga anche per voi di Rolling: in copertina c’è Salmo che è il volto pop, mentre all’interno trovi l’inchiesta sull’eroina che rappresenta l’identità più complessa del giornale.

Checco: Lodo può essere per certi versi uno specchietto per le allodole, magari può far sì che molte persone che si avvicinino ad Andrea per X Factor poi trovino un messaggio che non si aspettavano e che magari apprezzeranno.

E invece per Lo Stato Sociale come collettivo? Come fate a mantenere questa identità nonostante l’iper-personalizzazione che sta vivendo Lodo?
Albi: Il nostro è sempre stato un collettivo dove ognuno è libero di sviluppare la propria identità senza il peso del giudizio degli altri. Lodo voleva fare questa esperienza e se ad alcuni non va bene d’altra parte noi non abbiamo mai nascosto la nostra voglia di ecletticità. Poi rimaniamo un po’ strani, abbiamo un sistema con cui dividiamo tutti i nostri guadagni, anche quelli di X Factor: Lodo è lì, è bravo a farlo, ma il percorso che ha fatto è stato dentro Lo Stato Sociale e sia lui che noi lo riconosciamo. Per Andrea vale lo stesso con Bebo, al romanzo invece ci ho lavorato per la maggior parte io, ma tutti riconosciamo le regole che ci siamo dati.

E in mezzo a tutti questi progetti che spazio ha la musica?
Albi: Quando arriva il momento di fare un disco diamo un taglio a tutto il resto. Certo con i vari progetti che ci passano per la testa soffriamo un po’ di incontinenza creativa, forse avremmo bisogno di un gigantesco pannolino – «o di un ottimo urologo», aggiunge Bebo scherzando – per concentrare tutte le energie in una sola direzione, ma ci piace aprire tante porte ed è un rischio che vogliamo continuare a correre, senza dover per forza ‘dividere e imperare’ come fanno gli altri, ma continuando a credere nella forza del collettivo.

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