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Lo Stato Sociale: i regaz raccontano i 10 anni di ‘Turisti della democrazia’

«Odio i compleanni, se potete far finta di niente sono più contento», dice Lodo. E invece no: ecco una chiacchierata col gruppo sul decennale dell'album di ‘Sono così indie’, l'identitarismo, l’alternativa al modello musicale imperante, il progressismo di sinistra

Lo Stato Sociale

Foto: Jessica De Maio

Sono trascorsi 10 anni, ma sembra un secolo. Sembra un secolo da quando Lo Stato Sociale, da band cresciuta nel sottobosco dei centri sociali e dei locali alternativi bolognesi, iniziò a catturare l’attenzione di un pubblico inaspettatamente vasto. Nessuno si sarebbe aspettato che Turisti della democrazia, il primo album del gruppo emiliano uscito il 14 febbraio 2012, avrebbe potuto conquistare un successo simile, nemmeno Matteo Romagnoli di Garrincha, produttore della band, convinto di avere tra le mani un lavoro perfetto per «il nostro giro dell’indie» – parole sue – e che invece in breve tempo si ritrovò a mettersi in aspettativa e infine a lasciare un lavoro a tempo indeterminato perché «era cambiato tutto».

Complici il passaparola e alcuni circuiti radiofonici, ci siamo ritrovati in molti a canticchiare pezzi come Sono così indie e Mi sono rotto il cazzo, brani che dietro la maschera della spensieratezza da chiacchiera da bar celavano riflessioni serie e che per tanti sono diventati il manifesto dei millennials. Il relativo tour arrivò a contare circa 200 date. Poi sarebbero arrivati un Sanremo da protagonisti con Una vita in vacanza, altri dischi e tour, l’incursione a X Factor di Lodo Guenzi nel ruolo di giudice, il secondo Ariston, ma è con Turisti della democrazia e il relativo tour che Lo Stato Sociale si giocò la carta che gli avrebbe permesso di trasformarsi da gruppetto messo su tra amici a qualcosa di molto più grande, che a Lodo, Checco, Carota, Bebo e Albi avrebbe cambiato la vita.

Il prossimo 4 marzo i “regaz” festeggeranno il decennale di quel debutto all’Antoniano di Bologna con un concerto speciale, già sold out, presentato da Max Collini. Abbiamo raggiunto tre di loro via Zoom per toglierci qualche curiosità su ciò che è stato e quel che sarà.

Ciao Lodo, Albi, Bebo, come state? Che effetto vi fa pensare che siano già passati dieci anni da quell’esordio e soprattutto che nel frattempo il mondo sia cambiato così tanto?
Lodo: Il mondo è molto cambiato, sì, ma in peggio, ed è in parte colpa nostra: volevamo scusarci.

Vostra de Lo Stato Sociale o di noi umani?
Lodo: Nostra come band, poi il fatto che siamo esseri umani non migliora la situazione.

Quindi?
Lodo: È che odio i compleanni e quel tipo di ricorrenze lì, quindi questa cosa del decennale mi butta in un universo di vecchiaia angosciante. Se potete far finta di niente sono più contento.

È anche vero che da qualche tempo festeggiare anniversari va di moda e tra l’altro si inizia presto.
Bebo: Vero, è un periodo storico estremamente nostalgico.
Lodo: Mi ricordo quando andammo a quella che allora era la Emi – a proposito di cose che sono cambiate, poi è stata acquistata dalla Sony – dal nostro primo editore, Roberto Trinci, e lui tirò fuori un contratto che all’epoca era fuori dal mondo, per una band che debuttava con un disco e che fino a quel momento aveva pubblicato giusto qualche canzone su YouTube. E ci disse: «Guardate, in un mercato che pare fatto apposta perché non esca mai niente di nuovo, una volta all’anno accade questo miracolo assurdo per cui uno ce la fa: quest’anno voi, l’anno scorso I Cani, prima Le Luci della Centrale Elettrica… Non si sa come mai, ma uno soltanto». Questo il mondo in cui abbiamo iniziato (gli scappa da ridere, nda).

Adesso quanti ce la fanno ogni anno?
Lodo: Circa sei a settimana.

Un estratto dal docufilm ‘Ultimo concerto da turisti’, dal concerto del 21 settembre 2013 all’Estragon di Bologna, l’ultimo del tour

Non solo: il brano che vi portò fortuna è Mi sono rotto il cazzo, che non avevate nemmeno scelto come singolo di lancio, e che se uscisse oggi non so come sarebbe accolto. O sbaglio?
Bebo: Non so. Di certo quando nel 2012 abbiamo pubblicato Turisti eravamo gli stessi del 2009, anno in cui abbiamo dato il via alla band. Il livello di produzione e scrittura era un po’ migliore, ma non così diverso da quello di tre anni prima. E visto che ora c’è una grande attenzione verso la produzione…
Lodo: Secondo me si sarebbe offesa un sacco di gente che non si è offesa allora.

In effetti mi riferivo a questo, più passaggi nei testi di quel disco oggi sarebbero attaccati perché non politicamente corretti.
Lodo: Ma sì, tutta la parte sulle signorine che fanno le cose da signorine in Mi sono rotto il cazzo e parecchia altra roba ora darebbe fastidio, perché si è persa del tutto la percezione sia del contesto, sia del punto di vista, il che è preoccupante.
Bebo: Però proprio per questo se un brano come quello uscisse oggi, forse finirebbe nel magma del grande opinionismo per cui si sparano minchiate su qualsiasi cosa tutto il giorno.
Lodo: No, no, ci avrebbero massacrato.

Tu, Lodo, perché dici che si è persa la capacità di contestualizzare?
Lodo: Mi riferisco a un’ampia dinamica che porta ad attribuire valore alla parola in quanto tale. Ma la parola da sola è un suono, solo all’interno di un contesto è un significato. In più, ed è la cosa peggiore, si è persa la percezione del punto di vista. Cioè: in Turisti c’è un pezzo, Ladro di cuori col bruco, in cui io a un certo punto sbrocco e dico “la mia generazione è una merda, Bologna è una merda, le donne sono una merda”. È chiaro che in quel racconto questo è il punto di vista di uno che sta male e che è convinto che nessuna donna lo vorrà mai, ma se tu togli il punto di vista, allora vale tutto. Allora il vaffanculo di uno che ti ama diventa uguale al vaffanculo di uno che ti vuole menare perché sei omosessuale.

Una delle prime foto in “posa” dello Stato Sociale nel 2011, scattata da Matteo Romagnoli pochi mesi prima dell’uscita di ‘Turisti della democrazia’

Chiaro. A voi andò bene e ve la siete goduta: che ricordi avete del lungo tour che si chiuse il 21 settembre 2013 con un live all’Estragon di Bologna immortalato nel documentario Ultimo concerto da turisti?
Bebo: Per mia tutela tendo a dimenticarmi gli episodi di vita vissuta, ma a parte questo la cosa che mi fa più impressione è che Turisti non è un disco: sono 200 date, poi forse un disco. È questa, per me, la grande forza di quel biennio 2012-2013, il fatto di essere riusciti a travalicare il limite fisico delle tue canzonette e a tramutarlo in qualcosa di molto più grande, un’esperienza collettiva fatta di live infilati uno dietro l’altro.

Aneddoti?
Lodo: Io mi ricordo l’università di Novoli, dove lo spettacolo prevedeva anche una parte di monologo un po’ più intellettuale e si presentarono 400 ragazzi scalmanati che volevano urlare e ubriacarsi, per cui finimmo per non fare nulla. E non c’erano transenne, avevamo delle casse, però portate da casa un amico e tenute su a mano, e le transenne erano un cordone umano come alle manifestazioni e in mezzo ogni tanto qualcuno cadeva, si faceva male. Poi mi ricordo il palco di piazza Verdi a Bologna che stava venendo giù a causa di un’invasione di palco senza senso e di quella volta in cui mi bruciai le gambe perché Matteo di Garrincha voleva un video con noi che suonavamo in spiaggia, solo che mi scottai e dopo dovetti fare tutta una serie di date con le gambe ustionate e delle bolle giganti che mi facevano urlare dal dolore: mi buttavo in ogni pozza d’acqua che incrociavamo per strada. Senza dimenticare Checco che in Sicilia si chiude un dito nello sportello del furgone mentre stiamo caricando delle persone…
Bebo: Era proprio mezza mano (ride).
Lodo: Però la cosa divertente è che senza scomporsi disse «aprite il furgone», ma con un tono serissimo! E poi vi ricordate l’Urban?
Bebo: Difficile scordarselo.
Lodo: Lì avevo fatto stage diving ed ero tornato sul palco con la maglia strappata, a pezzi, e c’era una quantità di persone incredibile e nonostante non ci fosse nemmeno lo spazio per respirare riuscirono a fare una rissa, durante il concerto.

«‘Seggiovia sull’oceano’, il brano che chiude ‘Turisti della democrazia’, uscito il 14/02/12, dieci anni fa, l’unica ballata del disco. Un’esecuzione fino ad oggi inedita, ripresa dal cellulare del sesto Stato Sociale, Matteo Costa Romagnoli. Un video che mostra il soundcheck del primo dei 199 concerti del tour, quello di venerdì 17/02/12 al Tpo, alla faccia delle superstizioni! Un mash-up con il mitico live tenuto in Piazza Verdi, il 13/06/12, organizzato dai regaz del Locomotiv Club, sempre a Bologna. La piazza gremita per la band dell’anno, per l’evento dell’estate ed il disco della vita. Almeno della nostra vita»

Dopo due anni di pandemia che cosa vi va di dire del modo in cui è stato trattato il settore della musica dal vivo?
Bebo: Di sicuro quel mondo, come l’abbiamo conosciuto fino al 2019, ora ci sembra non replicabile. Al tempo stesso non possiamo non notare che soprattutto negli ultimi mesi il cosiddetto “governo dei migliori” ha gestito la pandemia nella maniera più iniqua possibile. Trascendendo dalla questione Green Pass, che rispecchia l’illusione di fermare la pandemia attraverso la burocrazia, un delirio che fa diagnosi, che cosa si è fatto? Il mondo dei live è stato più che trascurato, club e spazi culturali sono stati osteggiati con la più grande cattiveria burocratica. Ossia: ti lascio aperto, però niente capienza piena, né servizio al bar, che tradotto significa non consentire di lavorare, ricorrere a un escamotage per rendere la vita impossibile. Quindi fino al 2019 le vacche erano grasse, per cui hai voglia a scuoiarle e a mangiarle tutte quanti, ma adesso che fuori è il deserto se una band come la nostra può riuscire a tornare sui palchi, perché i locali grossi ancora ci sono e nell’estivo di spazi se ne trovano, un emergente dove sbatte la testa? Fa rabbia.
Albi: Io penso si debba tornare a decriminalizzare gli assembramenti, farli tornare a essere qualcosa di cui non bisogna avere paura e di fondamentale anche per la crescita umana delle persone. La socialità non può essere criminalizzata più di quanto non lo fosse già prima del Covid e chiaramente si passa dalle istituzioni, ma dipende anche da noi: la ferita c’è, ma bisogna un po’ reimparare a stare insieme in quel modo lì.

Il titolo Turisti della democrazia riprendeva una celeberrima frase pronunciata da Silvio Berlusconi al Parlamento Europeo. Lo stesso Berlusconi che poche settimane fa vi siete ritrovati candidato al Quirinale.
Lodo: E nessuno ha fatto notare che se fosse stato eletto l’Italia, nella sua totale follia e improvvisazione, sarebbe riuscita ad avere consecutivamente come Presidente della Repubblica il fratello di Piersanti Mattarella e il “convivente” di Mangano! A parte questo, il problema vero è che quel modello di macelleria sociale neoliberista non è stato sconfitto politicamente, è stato sconfitto nel gossip, nella pruriginosità e in cose in fondo o alla fine di destra, il che significa che continuiamo a viverlo nelle sue degenerazioni che ci porteranno, piano piano, ad avere i fascisti al governo: spoiler.

“Mi sono rotto il cazzo del facciamo quadrato nel grande centro”, cantavate voi criticando il progressismo moderato di sinistra che poi, in sostanza, ha vinto.
Lodo: Sì, o meglio, ha vinto l’America, ha vinto un modello di progressismo di sinistra che è liberale, e questo perché più non c’è alternativa al capitalismo più entri in quella forma mentis. Però quelli del nostro esordio erano anni in cui potevi discutere con le persone, se dicevo una cosa che non ti trovava d’accordo se ne parlava affrontando la questione nel merito, non c’era una gara a dire che uno dei due doveva stare zitto o essere legittimato a esprimere la propria opinione dall’appartenenza a una certa categoria umana, mentre adesso il dibattito si è impoverito. E qui i punti centrali sono due. Intanto oggi le persone sono così disilluse rispetto alla possibilità di cambiamenti macro da arrabbiarsi nel piccolo sapendo che il grande non cambierà. Cioè, ci si incazza di più per un conduttore che usa una parola con un portato discriminatorio che per gli schiavi nei campi di pomodori e per i migranti che muoiono in mare: incazziamoci anche per tutte queste cose! L’altro punto riguarda il fatto che l’identitarismo inizia a somigliare, come in molti stati americani, al segregazionismo, mentre la rivendicazione dell’identità non deve mai diventare una maniera per rifiutare che il futuro sia meticcio, altrimenti si abbraccia un modello che somiglia più a Gentilini che a Martin Luther King.

Il primo video ufficiale dei regaz girato con iPhone 4. Vi appaiono tanti artisti della scena indie tra cui Bologna Violenta, Brunori Sas, I Camillas, Giorgio Canali, Caparezza, Max Collini degli Offlaga Disco Pax, Fast Animals & Slow Kids, Federico Fiumani, Perturbazione, Selton, Ufo degli Zen Circus

Altra canzone simbolo di Turisti è Sono così indie: 10 anni dopo cos’è diventato l’indie?
Bebo: Intanto anche in quel brano ci sono passaggi che nel 2022 susciterebbero orde di indignazione, ma era vita vissuta, quindi vale doppio, come avrebbe detto Libero De Rienzo. Personalmente rivendico l’esistenza di un sottobosco indipendente fatto di gente cui non frega nulla di pompare clic, ma interessata a portare la propria cosa in giro e davanti a un pubblico. Ciò che è avvenuto è che la corsa alla radiofonia e al successo in senso ampio hanno prodotto quello che si diceva prima: se 10 anni fa c’era un act che poteva emergere ogni anno, adesso ce ne sono molti di più che, però, hanno vita breve, perché il funzionamento vorace del mercato non fa sì che esistano delle parabole di inspessimento della qualità del prodotto, si è interessati solo alla riproduzione meccanica. Insomma, in passato potevi sognare di avere una carriera trentennale, invece oggi è quasi impensabile, è qualcosa che sta al di fuori dalle orbite, dai voleri della musica in streaming, che da ascoltatore è una figata, ma per il resto… Diciamo che sarebbe meglio se non comandasse solo lo streaming. Anche perché avere numeri giganti sulle piattaforme non vuol dire fare gli stessi numeri dal vivo, così come ci sono band che hanno poco seguito in termini di streaming, ma sul fronte live riempiono i locali abbastanza da poter andare avanti.

Il problema, più che lo streaming in sé, è la sovraofferta che provoca. In questo contesto Lo Stato Sociale che fase sta attraversando, al di là del concerto del 4 marzo?
Lodo: Eh, dobbiamo capire cosa fare, questa è la verità.
Albi: Quella con Collini sarà una serata unica.
Lodo: Sì, quella è una cosa antica, fissata dai tempi del Sanremo 2018 e rimandata più volte. Il fatto è che fino a prima di Sanremo il discorso è stato abbastanza lineare, avevamo chiaro in mente l’obiettivo che volevamo conseguire, cioè riuscire a fare il giro da fuori per dimostrare con la forza dei numeri che esisteva un’alternativa al modello musicale generalista. Questo ci ha portato a vivere anche momenti divertenti nei loro paradossi, per cui mentre noi riempivamo i palasport, altri apparentemente mainstream dal vivo faticavano. Sanremo era l’apice di questa missione, ma anche lo scollinamento di quella parte della storia, e ora stiamo cercando di capire che direzione prendere, dipenderà soprattutto da una riflessione su di cosa vale la pena parlare adesso. L’estate scorsa abbiamo potuto verificare di avere ancora una nostra solidità dal vivo, nonostante non ci siamo buttati nella mischia di nessun agone radiofonico e cose del genere. Fa piacere, significa che ci sono tante persone che ci vogliono bene e credo nasca dal fatto che chi si affeziona alla tua musica prima che sia di tutti intrattiene con quella musica una relazione particolare. Però adesso dobbiamo capire che cosa vogliamo scrivere, poi una volta che pubblicheremo qualcosa di nuovo vedremo. Come band tendiamo a costruire i tour su dati di realtà, anche quando abbiamo fatto i palasport li abbiamo fatti sapendo che erano alla nostra portata. Non amiamo fare i fenomeni, veniamo da Bologna, una città dove se lo fai sei un po’ uno sfigato.

Però oggi la strategia di marketing è quella: ti piazzano su un manifesto enorme anche se hai ancora poco seguito, per venderti come più grande di quello che sei.
Lodo: Io rispetto tutti e riconosco che quelle strategie possono funzionare, ma per quel che ci riguarda anche quando abbiamo portato avanti operazioni promozionali lo abbiamo fatto ragionando sui numeri reali. E anche oggi, se avessimo 20 mila ascoltatori su Spotify, non avremmo tutta questa voglia di avere i cartelloni giganti sui muri.

La copertina di ‘Turisti della democrazia’, uscito il 14 febbraio 2012

Prima di salutarvi posso chiedervi un commento sulle manganellate ricevute dagli studenti che erano in piazza per protestare contro l’alternanza scuola-lavoro e le morti bianche come quella del 18enne Lorenzo Parelli? La risposta del ministro Lamorgese secondo cui quelle proteste «sono state infiltrate da centri sociali e anarchici» non vi ha inquietato e riportato indietro nel tempo?
Lodo: Sì, tante cose sono cambiate, ma questa non cambia mai: mai un ministro che si prenda la responsabilità quando dei poliziotti menano dei ragazzini. Invece sarebbe un gesto di civiltà, anche se non modificherebbe lo stato delle cose.
Bebo: A me fa un incredibile piacere che gli studenti abbiano ritrovato la forza per organizzarsi e che altri movimenti non solo studenteschi, ma anche operai e ambientalisti stiano facendo rete: ce n’è bisogno perché abbiamo tutti lo stesso problema che si chiama capitalismo. Gli studenti sono da sempre il termometro di come vanno le cose e quando una grande fetta di studenti scende in piazza per dire che il mondo così non va bene, la scuola nemmeno, il lavoro neppure, bisogna dare ascolto. Noi cerchiamo di partecipare, perché si tratta di lotte che non sono solo di una categoria, ma di tutti.
Lodo: Posso aggiungere una cosa?

Certo.
Lodo: Posto che la nostra è la generazione peggiore di tutta la storia dell’umanità (lui è del 1986, nda), mi sembra che i ventenni stiano dimostrando di essere migliori di quanto si sarebbe potuto immaginare. Si stanno occupando di libertà collettive e non individuali, di diritti sociali e non solo di diritti civili, e stanno mettendo in evidenza un paradosso che ci riguarda tutti, uno schema che non può funzionare. Insomma, il tema è semplice: la vita delle persone serve a fare galoppare l’economia o l’economia serve a far vivere dignitosamente le persone? Perché se metti l’economia al servizio delle persone, come dovrebbe essere, allora è chiaro che nessun tipo di sfruttamento è accettabile, né a scuola, né dopo.

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