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Lo Stato Sociale: «Cinque dischi per realizzare l’ultima ambizione: fare quello che ci pare»

Sanremo e X Factor hanno appiattito l'immagine del gruppo su quella di Guenzi. La contromisura: pubblicare un disco per ogni membro. Oggi tocca a Checco, che racconta il progetto con Lodo e Carota

Lo Stato Sociale con Checco in primo piano

Foto: Jessica De Maio

Cinque dischi in cinque settimane, uno per ogni componente della band. Alla vigilia del (già) secondo passaggio all’Ariston della carriera, e quindi dell’overdose di riflettori e visibilità al prezzo del nazionalpopolare, Lo Stato Sociale ha deciso di fregarsene delle regole del mercato e, come già i Kiss e i Melvins, di frazionare le forze. Ciascun membro pubblicherà un album “solista”, ma sempre a nome di questo gruppo nato in una cameretta a Bologna più di dieci anni fa, e presto diventato protagonista e pioniere dell’ultima svolta della musica indipendente italiana.

Venerdì scorso è toccato a Bebo, con un lavoro parlato, cerebrale, vicino a certi episodi come Questo è un grande paese e Mi sono rotto il cazzo. Oggi tocca al secondo tassello, quello firmato Checco, che segna un ritorno all’elettropop da cameretta degli esordi di Turisti della democrazia, perlomeno dal lato malinconico di Seggiovia sull’oceano. Poi sarà il turno di Carota, Albi, Lodo e la promessa di altri lavori tutti diversi fra loro. Quindi finirà febbraio e inizierà Sanremo. Dove si presenteranno, di nuovo, come quelli indipendenti, che fanno le cose a modo proprio. Prendendosi rischi e libertà. «Ma senza scordarci del pubblico con cui abbiamo un dialogo. E quando dialogo con te, se all’improvviso cambio lingua non sono “libero”: sono stronzo», mi dice Lodo.

E ok, infatti non voglio dire che un’operazione come questa sia un suicidio commerciale. Ma è sicuramente molto alternativa.
Lodo: Vuoi dire suicidio, comunque (ride).

Suicidio e alternativismo sono sinonimi, nel 2021.
Checco: Andiamo contro i trend discografici di artisti ed etichette. Ma perché dobbiamo farci limitare dalle leggi del mercato? Tra l’altro, con cinque dischi così diversi, raggiungiamo pure un pubblico più vasto. L’idea è spingerci ai confini di questo collettivo.

Come nasce l’idea?
Lodo: La visibilità che abbiamo ricevuto nel 2018, fra Sanremo e X Factor, ha fatto cose buone, specie relative al campare, però ha appiattito l’immagine del gruppo intorno alla mia. Lo Stato Sociale è composto da cinque identità diverse, che dal 2013 circa ci siamo posti di raccontare nella loro integrità. Tra l’altro da Edo (Calcutta, nda) in poi i solisti sono diventati più seguiti delle band, e anche i gruppi, pensa a Tommy (Paradiso, nda), hanno scoperto una dimensione leaderistica. A noi questa cosa, per quanto ci riguardava, non stava bene, tant’è che nel 2017 abbiamo fatto un disco di cui Checco cantava il primo singolo e Carota il secondo. Non siamo Lodo & I suoi amici, e questo progetto ne è la prova. Qui ci sono cinque teste in cui ognuna può dire «ehi, questo sono io». Ed è anche una cosa un po’ speciale, se ci pensi.

Come avete lavorato?
Checco: Mischiando le carte, ciascuno mettendo comunque mano sul disco degli altri. Ma è normale, da sempre facciamo così. A me per esempio piace prendere i testi degli altri e sonorizzarli. E non a caso sul mio disco ci sono le parole di Albi, Bebo e Lodo. Ogni lavoro sarà filtrato dalla rispettiva personalità di ciascuno di noi, ma la scrittura in generale resterà quella nostra, più o meno.

Sapevate che anche Kiss e Melvins avevano fatto un’operazione simile alla vostra, anni fa?
Checco: Sapevo dei Kiss nel ’78. Ed è stato un flop pazzesco (ride).
Lodo: Ma chissenefrega dei numeri! Abbiamo fatto i milioni su YouTube quando nessuno li faceva. Abbiamo suonato per primi nei palasport, e per il genere che facciamo gli stadi sono pure impossibili. Abbiamo fatto un Sanremo trionfale da indipendenti, ed era impensabile. Dai… Adesso lasciateci fare il cazzo che ci pare! Ormai è l’ultima vera ambizione.

Francesco “Checco” Draicchio. Foto: Jessica De Maio

Oggi comunque è il turno del disco di Checco, e quindi: Carota, ci parli del disco di Checco?
Carota: Il mio preferito. Penso che Checco, al di là di quanto di suo sia riuscito a mettere dentro Lo Stato Sociale, è quello che sa fare “di più tutto”, fra di noi. E in questi anni aveva avuto poche occasioni di coltivare il proprio suono.

È il vostro George Harrison.
Carota: Questo devi dirmelo tu (ride)! Sicuramente ha una scrittura unica, particolare. E mi ha colpito come i testi degli altri abbiano preso proprio le sue sembianze, una volta cantati da lui.
Lodo: È il miglior interprete che io conosca. Per una legge semplice: se prendi cinque artisti, l’unico di questi che nella vita avrebbe anche potuto fare altro, è il più luminoso.

In Sto male Checco parla di una vita attaccata al superfluo.
Checco: Siamo vittime dell’accelerazionismo, le proviamo tutte per stare al passo coi tempi, ma è stressante. Dovremmo darci una calmata, saltare la barriera, distenderci su un bel prato in collina, fregarcene. Sennò ci viene l’ansia, l’ansia di quando su Instagram vedi gli altri che si divertono. Siamo ancora lì: produci, consuma, crepa. Non è cambiato niente, anzi si è amplificato.

Vi siete sentite più liberi a lavorare ciascuno a nome proprio?
Lodo: La strada singola ci ha dato la libertà di non dimostrare niente, se non quello che siamo. Veniamo da dieci anni di compromessi l’uno con l’altro, perché una band è un compromesso. Poi certo, da noi non ci sono ruoli o dinamiche fisse come in altri gruppi. Però a un certo punto ti viene lo stesso la voglia di fare quello che ti pare, da te. Ci sta, è naturale. Penso che i miei quattro colleghi siano artisti incredibili. E che io, nel dubbio, dribblerò ogni problema facendo scrivere e cantare un mucchio di altra gente, nel mio disco.

Quello di Carota invece come sarà?
Carota: Proverò a esplorare tematiche anche più semplici di quelle che di solito sono de Lo Stato Sociale. Meno, appunto, sociali, politiche. La nostra band è per gran parte testi, diciamo. Io invece nelle mie cose ho cercato prima il significante che il significato, lavorando sulla produzione più che sulle parole.

E a Sanremo tornerete come band vera e propria, però.
Carota: Ma questo progetto non è nato in ottica Sanremo: c’era da prima, Sanremo ci ha sparigliato le carte. E comunque sì, lì andremo come fronte unito, a fare i vecchi saggi della situazione. Anche se la nostra parte resta quella degli scappati di casa, a proprio agio con le scarpe sbagliate. Saremo quelli che conoscono chi c’era prima e chi è arrivato adesso, quelli che faranno limonare la Vanoni con Fulminacci per capirci. Ti vorrei dire quelli che conoscono l’underground, ma non ci sto più capendo un cazzo e non so neanche se si possa definire così.

Che è successo?
Checco: È successo Spotify. Cioè, da una parte c’è stato un gran ritorno dell’italiano, da Le Luci della Centrale Elettrica in poi, noi e I Cani compresi. E questo ha cambiato la scena, senz’altro. Però Spotify ha appiattito tutto, la cultura locale è diventata internazionale, così trovi il disco di un canadese accanto a quello del tuo ex compagno di scuola. L’underground era tale quando i dischi li prendevi al centro sociale: ora è tutto disponibile.
Carota: Però non voglio fare il vecchio della situa. Credo sia una flessione, fisiologica, che si ripete. Io ricordo che la gente, quella che andava a sentire i Bloody Beetroots, urlava i testi di Vasco Brondi, perché aveva bisogno di quei testi lì, evidentemente. Adesso pare che il mercato sia cambiato: più che il testo, si cerca il suono internazionale. Basti pensare agli artisti di Undamento, che hanno tutti una grande apertura verso l’estero. Ma è un ciclo: non escludo un ritorno dei testi in primo piano. Qualcuno c’è già, tipo Massimo Pericolo. Ma sono ancora pochi, appunto.

E comunque può sempre rimanere l’atteggiamento di rottura.
Checco: Noi abbiamo un certo modo di fare le cose: accettiamo il compromesso fra di noi, interno alla band; non quello col mercato. Quando ci muoviamo, ci piace infilarci in contenitori diversi utilizzando la loro grammatica e il nostro linguaggio.
Lodo: Ti dico una cosa: quando abbiamo iniziato, tutta la scena ce l’aveva con noi. Bisognava usare il pedaletto, e noi facevamo i balletti sul palco. Ora tutti vogliono fare i balletti, quindi non ci resta che usare il pedaletto (ride). In generale, vogliamo essere ancora l’alternativa. Vincere la Formula 1, sì, ma coi go-kart. Fare una musica che segni una strada diversa. Altrimenti, meglio lasciar perdere e dedicarsi ad altre cose della vita. Tipo il ragù.

Sanremo senza pubblico: come la prendete? È arrivata l’ufficialità adesso.
Lodo: Sto leggendo ora: coi premi sul carrello, insieme ai lessi, agli arrosti, ai dolci…
Checco: Però è giusto così, non sarà facile per noi, ma coi teatri chiusi da un anno farlo col pubblico era un po’ una mancanza di rispetto. Saremo lì per dare un messaggio.

Quale?
Lodo: Il mondo della cultura italiano deve ricordarsi che non c’è bisogno di tornare alla normalità, perché proprio la normalità era il problema. Il punto non è l’estetica, ma il sistema produttivo. Non va bene vivere in un Paese in cui la gente crede che se si chiudono i live club ci rimettiamo noi del disco di platino, quando in realtà ci sono tecnici senza paracadute sociale che lavorano otto ore al giorno. E non va bene un mondo in cui loro spariranno e i giganti della discografia, bene o male, resteranno in piedi. Come non va bene che chiuderanno ristoranti e piccole aziende, mentre Amazon prolifererà ancora. Insomma: alla fine di questo strano tunnel che è la pandemia, potremmo trovarci in un mondo in cui i ricchi hanno vinto e i poveri… sono semplicemente scomparsi. Anche per colpa nostra eh, che nel settore della musica, per esempio, non abbiamo mai intrapreso una lotta sindacale forte. Ma la questione resta.

Questo lo potrete dire, a Sanremo?
Lodo: Se hai il garbo per non essere polemico, puoi dire qualsiasi cosa in qualsiasi posto. Serve un cavallo di Troia.

E Una vita in vacanza lo è stato, per esempio per parlare di reddito universale.
Lodo: Il gioco è quello. Sei un privilegiato a stare su quel palco, non puoi lasciarti andare alla polemichetta. Devi essere elegante, aprire uno squarcio. Però resta importante dare messaggi, avere qualcosa da dire; sennò, non ti ascolto neanche. Ora siamo contenti: siamo spariti da tre anni, ci sembrava giusto tornare dal pubblico che ci aspettava con queste dinamiche.

Siete spariti e sentivate il bisogno di tornare. Gli artisti sono iper-esposti?
Carota: Sì, ed è una dinamica che fa male, rende brutti e narcisisti. Chi ne giova? Solo il mercato.
Lodo: Però secondo me la gente se ne accorge, se appari troppo. Gazzelle sta facendo uscire un pezzo al mese, ma solo perché ha i pezzi buoni. Un altro, che non ha delle canzoni così buone, non potrebbe permettersi un’esposizione del genere. Al contrario, i Verdena possono stare anche sei anni senza pubblicare, la gente li amerà ancora, perché il loro linguaggio è quello. Ognuno fa per sé.
Checco: Esatto, i Verdena comunicano coi dischi. Mentre Gazzelle, coi singoli: è più immediato, figlio di questi tempi. Ma entrambi se la cavano benissimo col pubblico, e il punto è quello.
Lodo: Del resto l’unico giudice è il tempo, perché dimostra quanto una canzone è arrivata davvero alla gente.
Carota: Però chissà, comunque, se quello che diciamo è vero o meno, e in caso affermativo se lo sarà anche domani. Spotify ha cambiato tutto, dalla durata delle canzoni alla promozione. Ma ora, io che mi reputo un boomer, ho scoperto Clubhouse: che ne so, magari fra qualche anno si faranno le prove lì, live, e neanche più i dischi. Il nostro mestiere è così, non sai mai che succederà domattina.

E vi mette ansia tutto ciò?
Carota: No. Ci mette ansia dover seguire dei percorsi già tracciati: col cazzo che lo facciamo.

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