Lo spirito di Woody Guthrie è tornato per dirci che la nostra casa è in fiamme | Rolling Stone Italia
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Lo spirito di Woody Guthrie è tornato per dirci che la nostra casa è in fiamme

Le 'Dust Bowl Ballads' ispirate alle tempeste di sabbia che negli anni '30 colpirono gli Stati Uniti tornano interpretate da un cast indie e country. Scopo: sensibilizzare il pubblico sulla crisi ambientale

Lee Ann Womack, Woody Guthrie e Waxahatchee

Carestie, disoccupazione, clima instabile, raccolti distrutti, agricoltori decimati: col senno di poi, la crisi causata negli anni ’30 dalle devastanti tempeste di sabbia degli anni ’30, le dust bowls, sembrano l’anticipazione dell’America nell’era del Covid-19. È appropriato, quindi, che anche il disco che raccontava quegli anni stia tornando.

Giusto in tempo per l’ennesima crisi, ecco Home in This World: Woody Guthrie’s Dustbowl Ballads, un remake traccia per traccia dell’album Dust Bowl Ballads. Probabilmente uno dei primi concept della storia della musica, il disco di Woody Guthrie del 1940 era ispirato da quella devastante serie di eventi. Originariamente pubblicato su due mini album, negli anni ’60 è uscito come LP completo, e alcune di quelle canzoni – I Ain’t Got No Home in This World Anymore, la ballata Pretty Boy Floyd, le storie come Dusty Old Dust (con quel ritornello “addio, è stato bello conoscerti”) e Tom Joad, ispirata a Furore – sono considerate tra le migliori del cantautore.

La nuova versione del disco, in uscita il 10 settembre, è suonata da un cast eclettico di musicisti. Ci sono versioni firmate da artisti country e Americana (Dusty Old Dust di Lee Ann Womack, Do Re Mi di Colter Wall, Dust Can’t Kill Me delle Secret Sisters e Tom Joad Part 1 di Chris Thile), insieme ad altre registrate da musicisti indie e underground come Waxahatchee (Talking Dust Bowl Blues), Mark Lanegan (Dust Pneumonia Blues), Swamp Dogg (Dust Bowl Refugee) e i Felice Brothers (The Great Dust Storm).

Home in This World è frutto di un’idea del produttore Randall Poster, già mente di diversi tribute album e music supervisor di The Queen’s Gambit, Tiger King, Summer Soul e del documentario sui Velvet Underground di prossima uscita. Per non parlare delle musiche di Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese, The French Dispatch di Wes Anderson e di Don’t Worry Darling, il film diretto da Olivia Wilde.

Nonostante sembri strettamente connesso alla contemporaneità, Home in This World non è nato come potreste pensare. Mentre metteva insieme Hannukkah+, una raccolta di canzoni su quella festività interpretate da gente come Flaming Lips e Haim, Poster ha realizzato che Guthrie, sposato con una donna ebrea, aveva scritto diverse canzoni a tema. È così che è tornato a esplorare il suo catalogo.

La riscoperta della musica di Guthrie l’ha portato a Dust Bowl Ballads, l’album che il cantautore registrò in un singolo giorno in uno studio del New Jersey. Ispirato da eventi dell’epoca e da Furore di John Steinbeck, l’album era la prima (e ultima) uscita di Guthrie con una major, RCA, ed è considerato uno dei suoi lavori migliori. «Le tempeste di sabbia si scatenarono perché la terra era sfruttata e non restava mai incolta, così è nata quella tragedia e le conseguenti migrazioni», dice Poster. «Ho capito che quel messaggio era rilevante ancora oggi».

L’idea l’ha conquistato durante una visita a Birmingham, in Alabama, due anni fa, quando ha visto la Lost Dog Street Band, un trio Americana, suonare I Ain’t Got No Home in This World Anymore.

Per mettere insieme il cast, Poster ha scelto artisti con cui aveva già lavorato – come Womack, Thile e Shovels & Rope, che avevano partecipato al suo disco sulle canzoni sulla Guerra Civile – e altri che non conosceva, come il cantautore dell’Oklahoma Parker Millsap. Per la versione in due parti di Tom Joad ha scelto Lillie Mae, cantante e violinista che ha suonato negli ultimi dischi di Jack White e membro della band di sole donne con cui ha suonato l’ex White Stripes. I due brani più lungimiranti della raccolta – Dust Pneumonia Blues, cantata dal timbro cupo e ruvido di Lanegan e Dust Bowl Refugee, reinterpretata da Swamp Dogg – sono state prodotte da George Drakoulias e Brendan O’Brien, che nel curriculum hanno collaborazioni con Pearl Jam, Black Crowes, Bruce Springsteen e Tom Petty.

Alcuni, come Wall, hanno scelto le canzoni da suonare. Altri, come Lanegan e Womack, erano aperti alle proposte. A proposito di Dusty Old Dust, Womack dice che «non la conoscevo, ma sono attratta dalle cose che ricordano la musica con cui sono cresciuta, il Texas, le zone rurali, le piccole città e la classe operaia. Non sono sorpresa di essere riuscita a trovare una connessione con un pezzo del genere».

La sfida maggiore è stata registrare, visto che l’isolamento del Covid-19 ha reso necessarie session casalinghe o incursioni clandestine in studio – il pezzo di Wall è stato inciso in un «dormitorio di compensato», dicono i crediti –, ma in qualche modo ci sono riusciti. «Erano tutti felici di avere qualcosa da fare», dice Poster. «Vogliamo sensibilizzare la gente sui temi ambientali, credo che tutti siano stati attirati da questo aspetto». L’album uscirà in partnership con Kiss the Ground, associazione no profit che mira a sensibilizzare il pubblico sulla salute del pianeta.

Anche gli artisti che non conoscevano bene Guthrie hanno apprezzato l’idea del concept e capito quanto quelle canzoni fossero importanti. «Amo le rievocazioni storiche, sia in tv che nelle canzoni», dice Womack. «Quando senti un pezzo del gente, vieni trasportato in un luogo diverso. Non un luogo finto, ma reale».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.