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LL Cool J: «Sono stato il primo a posare con gioielli e champagne, e mi hanno massacrato»

Il rapper e attore racconta i 30 anni dell'album 'Mama Said Knock You Out' e il progetto Rock the Bells, che racconterà la cultura e i classici dell’hip hop. «Il rap» dice «merita lo stesso prestigio accordato al rock»

Foto: Paul Natkin/WireImage/Getty Images

Non chiamatelo ritorno. Mama Said Knock You Out, il quarto album di LL Cool J, è uscito trent’anni fa, ma l’influenza di quelle rime e tecniche di produzione riecheggia ancora oggi. All’epoca, il disco era una risposta ai critici e ai fan che pensavano che LL Cool J si fosse venduto o che, dopo il precedente Walking With a Panther, avesse perso la bussola. Il rapper ha colpito duro e li ha messi in ginocchio. Non è un caso se ancora oggi guarda alla forza di quel disco con ammirazione.

«La title track non generò tanta attenzione, all’epoca», dice. «È passata un po’ su MTV e in radio, ma in realtà è cresciuta col tempo. Era forte, ma è diventata popolare negli anni. È una cosa pazzesca, ne sono veramente riconoscente».

Il modo in cui il pubblico ha sposato la sua generazione di rapper ha ispirato LL Cool J a espandere il brand Rock the Bells, che trasmette classici hip hop su Sirius XM. In più, il rapper ha lanciato un sito omonimo che spera possa diventare la casa di quello che ritiene un gruppo di fan marginalizzato. Conterrà interviste, opinioni e contenuti legati agli artisti che LL Cool J pensa siano stati ignorati. Il progetto sarà gestito insieme a Big Daddy Kane, Run-DMC, Salt-N-Pepa, Fab 5 Freddy, Eric B., Roxanne Shante e altri.

«Volevo creare un posto per l’hip hop classico e senza tempo, musica che eleva la nostra cultura», dice, «non un sito che tratta quegli artisti come merce, considerati solo se sono in cima alle classifiche. Sono convinto che i fan della stazione radio non avessero un posto per approfondire la classica cultura hip hop in maniera autentica».

Mama Said Knock You Out compie trent’anni. Se ripensi a quel periodo, cosa ti colpisce di più? 

Quel disco esiste proprio perché la gente pensava che non sarei stato in grado di farlo, o almeno mi sembrava che la vedessero così. C’erano tanti fan che mi supportavano e amavano, ma all’epoca le critiche erano scritte in grassetto e i complimenti in caratteri minuscoli. A volte il nostro cervello funziona così. La gente diceva che non sarei stato in grado di creare arte, di scrivere qualcosa che sarebbe durato nel tempo. Ho preso quella sfida di petto e ne sono uscito vincitore.

Ricordi quando hai detto per la prima volta: “Don’t call it a comeback”, non chiamatelo ritorno?
Oh, sì. Il titolo del disco Mama Said Knock You Out viene da mia nonna. Ero arrabbiato e soffrivo per quel che la gente diceva di Walking With a Panther. Sono sempre stato felice di sperimentare in studio, non ho mai seguito le regole. Nell’hip hop questa cosa non è sempre apprezzata. In altri generi non è così, alla gente piaceva quando Prince faceva cose sperimentali. Per qualche ragione, quel disco non aveva colpito nel segno. E mia nonna diceva: “Beh, vai là fuori e stendili”. Così mi sono chiuso nel mio appartamento con l’SP-1200 (un sampler) e il mio amico Bob (il produttore Bobby “Bobcat” Erving) ha messo quel beat. Io ho semplicemente detto: “Don’t call it a comeback!”. Mi sembrava giusto. Veniva dritto dal mio spirito.

Che cosa dicevano di Walking With the Panther? Cosa ti ha dato quell’energia?
Era una combinazione di cose. Sembrava che la gente fosse arrabbiata per la copertina più che per la musica. Non capivano i diamanti, i gioielli, lo champagne e le modelle, tutte cose che dieci anni dopo sono state accettate completamente. È come quando la SWAT ti entra in casa e il primo tizio che incontrano si becca tutti i proiettili. Ecco, io ero quel tizio, poggiato al muro con lo champagne, i diamanti e tutto il resto (ride), quindi ho preso tutti i colpi. Ma va bene così. Non cambierei nulla di quel disco, perché ha dato forma a chi sono.

Eri un pioniere e la gente non capiva? 

Sono cresciuto nel Queens, non ero abbastanza maturo per esprimere quello che provavo con le parole giuste e sicuramente avrei potuto fare meglio. Ma nella vita devi comportarti sulla base delle informazioni che hai sul momento. Questa era la mia lunghezza d’onda. Mi divertivo. Mettiti nei miei panni: hai vent’anni, una Mercedes personalizzata, dello campagne e le valigette piene di soldi, ci sono le catene d’oro e le bottiglie. Te la spassi. Non mi sembra tanto male (ride). Non ho mai pensato che le regole debbano legarti le mani, ho sempre cercato di scrivere regole tutte mie. È questo essere un artista, e non ho intenzione di chiedere scusa.

Mi piacciono le battle di Mama Said Knock You Out. In To da Break of Dawn te la prendi con Kool Moe Dee, Ice-T e MC Hammer. Trent’anni dopo, cosa ne pensi? 

Faceva tutto parte di quel discorso. Sono felice che To da Break of Dawn abbia avuto successo e che abbia ispirato Ice Cube; l’hanno usata per un sample di No Vaseline, quindi sta nel pantheon dei dissing. Adesso, con la mia stazione radio, supporto tutti gli artisti di cui parlo nel pezzo, metto la loro musica. Li aiuto. Ma sai, le battle fanno parte dell’hip hop. A volte però mi sembra di ricevere il trattamento di Mayweather.

Che cosa intendi dire? 

La gente lo considera un grande pugile, ma nessuno gli vuole tributare gli stessi onori di Manny Pacquaio. Io adoro Pacquaio, ma non dite che è il pugile del decennio, almeno non finché Floyd Mayweather è in vita (ride).

A volte mi sembra di subire un doppio standard. Mi dicono che tolgo la maglietta per sembrare sexy. No, fa caldo. Se vai in giro nel quartiere d’estate, quanti ragazzini sono senza maglietta? Perché se lo faccio io significa che voglio sembrare sexy? Non sto parlando del periodo in cui ho fatto una canzone d’amore come Paradise, ero più grande. Parlo di prima, quando facevo I’m Bad e I Need Love con la camicia aperta.

La gente mi giudicava come si giudica un adulto e invece ero solo un ragazzo. Non mi hanno mai dato la possibilità di crescere. In pochissimi tenevano in considerazione il fatto che quando ho fatto I’m Bad avevo 16 o 17 anni. Pensavano che fossi solo uno stronzo arrogante. Ora, se penso a quel periodo sono cresciuto, sono un artista che vuole aiutare altri artisti, assicurarsi che non succeda più a nessuno.

Parliamo di The Boomin’ System: il testo parla di bere alla guida, sei pentito di averlo scritto? La fai ancora dal vivo… 

Intendi il verso: “Mi dici di non bere alla guida, ma che vuol dire? Passami la Heineken e fatti gli affari tuoi”. Amico, ascolta (pausa). Ho detto di passare una birra, prendila come vuoi. Puoi passarla a chi è seduto dietro o a chi è alla guida. Non sto dicendo a nessuno di guidare da ubriaco, ma allo stesso tempo… ero un ragazzino. Non mi posso pentire della mia arte. Non lo farò. Ho scritto quello che ho scritto. C’è gente che vorrebbe mettere le mutande al David. Dai. Ho scritto quello che ho scritto. La pensavo così, ero un ragazzino, non ho intenzione di scusarmi. Non mi pento di nessuno dei miei testi. 
E sai qual è la cosa più divertente di quel disco? Non c’è neanche una parolaccia. All’epoca non lo notò nessuno.

Hai ragione. Ti volevo chiedere anche di un altro pezzo: Around the Way Girl. Lisa, Angela, Pamela e Renee erano persone reali?
(Ride) No. Conoscevo ragazze con quei nomi, ma parlavo in generale. Ma sì, crescendo nel Queens ho incontrato persone con quei nomi. Ma nel testo non parlavo di nessuna in particolare.

Un altro elemento interessante è il sample velocizzato di All Night Long delle Mary Jane Girls. Dopo qualche anno artisti come Kanye West hanno fatto cose simili… 

Sì, molte delle mie cose hanno lasciato un segno. Fa parte del gioco. Va bene. Ero ispirato dai dischi che usavamo per i sample e da tutti gli artisti che venivano prima di me, quindi non c’è niente di strano. Mi sembra un gesto d’amore. Anche tutta la questione del GOAT, del migliore di tutti i tempi. Sono felice di aver iniziato una cosa che è diventata enorme per la cultura globale. Ho inventato quell’acronimo (Greatest Of All Time) nell’album G.O.A.T. del 2000, e ora è così grande che nessuno sa che è merito mio. È davvero impressionante. È bello contribuire alla nostra cultura.

A proposito di cultura hip hop: Rock The Bells è un modo per cambiare il modo in cui la gente vede il rap classico. Perché sei convinto che non sia rispettato come il rock o il country?
Non lo so, ma so che volevo fare qualcosa. È ovvio che, sistematicamente, gli artisti neri sono stati trattati come merci, ignorati a meno che non fossero straordinari. Volevo semplicemente fare qualcosa per l’hip hop. Penso che il genere se lo meriti e penso che tra 300 anni avremo bisogno di raccontare la storia giusta. Mi sembrava di poter diventare un guardiano, assicurarmi che succeda. Mi sembrava anche che non importasse a nessun altro.

Ci sono un sacco di piattaforme diverse, ci sono dirigenti, autori, DJ, tanta gente che dice sempre la stessa cosa: “Questi sono classici, non sono rilevanti, non possiamo spingerli”. Ma se non li spingi non saranno mai rilevanti, non credi? Ho deciso che quegli artisti hanno milioni di fan, che quei fan sono importanti e che questa cultura vale tanto quanto le altre. Ho fatto un passo avanti, ed eccoci qui.

Il tuo team mi ha mandato un appunto prima dell’intervista. Diceva di chiamare questa musica “classic hip hop” e non “old school”. C’è davvero una differenza? 

Sì, assolutamente. Nessuno direbbe che la Gioconda è old school. O Rembrant, o i Beatles. La parla di Keith Richards, ma nessuno ha mai definito gli Stones old school. Non mi è mai piaciuto quel termine. Credo che “classico” e “senza tempo” siano più realistici. Volevo cambiare la narrazione, e credo di esserci riuscito.

Quando la gente associa quelle parole all’hip hop, implicitamente dice che quella musica non è più rilevante, che non ha più successo, che fa parte del passato. Ovviamente alcuni fan lo usano come un complimento, ma non mi è mai sembrato un complimento. Perché usare un termine che può sembrare dispregiativo? Credo che questa arte si meriti di meglio. Si merita la stessa deferenza degli altri generi.

Cosa pensi della Rock and Roll Hall of Fame? Sei stato candidato un paio d’anni fa. Ci tieni?
Credo che l’hip hop meriti la sua Hall of Fame. Il mio lavoro è assicurarmi che Rock the Bells elevi questa cultura, che le dia il prestigio che merita. Sono nel consiglio nazionale dello Smithsonian, e voglio assicurarmi che la narrazione dell’hip hop sia giusta, che tra 300 anni verrà trattato come merita.

Per quanto riguarda la mia candidatura, rispetto chi ha votato per me. È ovvio per chiunque conosca l’hip hop che la mia vittoria sarebbe fuori discussione. Per questo, chi mi ha votato non sa nulla dell’hip hop (ride). Prendo quella candidatura con un po’ di scetticismo. Per questo è più importante costruire qualcosa come Rock the Bells. Voglio che gli artisti che fanno questa musica non siano marginalizzati da chi non li apprezza. Se quello che fa un artista non è nelle tue corde, e vuoi comportarti come se non valesse niente, è una tua scelta. Ma io tirerò dritto per la mia strada. Con tutto il rispetto, sono già famoso.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US

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