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Liz Phair ha combattuto il patriarcato rock prima di te

Dalla feticizzazione delle rocker all'ultima ondata di femminismo pop, parla la musicista che negli anni '90 ha puntato il dito contro Guyville. E il presente? «Lo si affronta 'Soberish', sobri ma non troppo»

Liz Phair

Foto: Eszter David

Qualcuno, a proposito di Liz Phair e soprattutto di quel suo esordio epocale intitolato Exile in Guyville, scrisse che «non c’è niente che i critici rock maschi amino di più di un giovane donna che gioca con le loro fantasie da nerd, soprattutto se lo fa per sfotterli». Questo non basta ovviamente a spiegare l’aura leggendaria che a distanza di quasi trent’anni quel disco – sboccato, eccitante, crudo e soprattutto pieno di canzoni irresistibili – continua a mantenere sui resti ingrigiti della generazione X e non solo, ma spiega invece molto bene perché da un certo punto in poi alla sua autrice non è stato perdonato più nulla.

Poteva diventare una star con tutti i crismi, Liz Phair, e non è accaduto nonostante i buoni risultati commerciali di qualche album successivo. In questo pesa qualche scelta artistica non felicissima, nonostante anche nel suo periodo più mainstream sia sempre rimasta come autrice a livelli più che dignitosi. Ma la vera zavorra è stata l’ombra di Exile in Guyville, perché poi ogni volta Liz ha dovuto confrontarsi con quella voce così ribelle, così esplicita, così brutalmente sincera come lo si può essere solo in una fase della propria vita.

Oggi torna, dopo una pausa di riflessione durata undici anni, con il nuovo album Soberish. “Essere soberish vuol dire essere sobri ma non proprio. Non del tutto lucidi e non del tutto alterati», ci spiega sorridendo dalla sua casa californiana, «vale a dire l’unica condizione mentale con cui si può affrontare la realtà odierna. Soprattutto qui, in America, dopo quattro anni di Trump e dopo una pandemia devastante, gestita in modo disastroso. Insomma, quello che intendo è: davanti al mondo di oggi cerca di essere più vigile e cosciente che puoi, ma aiutati con qualcosa», dice ridendo. La voce è affabile, il tono rilassato, i ragionamenti pacati e improntati a una visione della vita se non proprio pacificata sicuramente resa più articolata dall’esperienza.

Per Soberish sei tornata a collaborare con Brad Wood, il produttore dei tuoi primi dischi. C’era l’intenzione di provare a catturare un po’ dello spirito di quegli album?
Lavorare di nuovo con Brad è stato fantastico, anche perché non abbiamo dovuto faticare troppo per ritrovare la vecchia sintonia. In fondo è stato il compimento di un processo già in corso da tempo, visto che abbiamo supervisionato assieme la ristampa di Exile in Guyville. Per tre anni abbiamo riascoltato tracce lasciate da parte, compresi i nastri a nome Girly Sound, abbiamo guardato vecchie foto, tirato fuori un po’ di roba dai cassetti. Alla fine, fare un altro disco assieme è venuto assolutamente naturale. Così come era inevitabile tornare all’imprinting di Guyville, ma provando a andare oltre e ragionando sugli arrangiamenti in termini più contemporanei, non tradizionali. Negli ultimi anni io ho composto colonne sonore per la tv e Brad ha prodotto un sacco di band, per cui è venuto spontaneo a entrambi pensare in termini di sound design più che di semplice scrittura + produzione. Ci siamo imposti di rifuggire dalle soluzioni più scontate e di provare ad essere avventurosi. È eccitante non sapere dove stai andando a parare, mentre costruisci il suono di un disco. Volevo unire il senso di scoperta di una absolute beginner quale ero trent’anni fa alla voglia di trovare prospettive nuove.

Vorrei che ci raccontassi di un paio di canzoni che ho trovato molto interessanti, soprattutto dal punto di vista dei testi. La prima è Dosage, in cui canti “ora che sono più vecchia sto affrontando le mie paure”. Sembra un dialogo tra due persone di età differenti, a chi ti stai rivolgendo?
Alla me stessa più giovane. O a una versione di me con trent’anni in meno. Ho immaginato di tornare nel bar di cui parlavo in Polyester Bride, una canzone di Whitechocolatespaceegg. Era il posto in cui mi rifugiavo quando ero confusa, incasinata, incerta sulle mie prospettive di carriera nella musica o semplicemente con il cuore a pezzi. Il barista faceva quello che fanno tutti i baristi degni di questo nome: mi lasciava sfogare e poi mi dava qualche consiglio di vita. In Dosage faccio lo stesso con una ragazza più giovane. Le offro qualche drink e provo a spiegarle il mondo dal punto di vista di una zia vecchia e saggia (ride).

L’altra canzone di cui volevo chiederti è Hey Lou. Inutile specificare chi sia il Lou in questione…
Quel pezzo è nato in modo casuale. Brad mi stava facendo sentire dei loop della mia voce mentre improvvisavo una linea melodica, una cosa tipo “da-de-da-de-da-heylù!” e mi ha fatto notare l’assonanza. Allora ho provato a scrivere un testo in cui mi mettevo dalla prospettiva di Laurie Anderson mentre discute con Lou Reed. Sai, una di quelle discussioni che possono avere qualunque marito e moglie. Ho amato così tanto entrambi. Guardare alla loro storia insieme era come vedere due divinità dell’Olimpo che si sposano. Sono stati sia, Laurie che Lou, due delle mie maggiori fonti di ispirazione.

A proposito di ispirazione. Negli anni ’90 tu lo sei indubbiamente stata per tante giovani musiciste che sarebbero emerse successivamente. Forse la definizione di role model è un po’ scontata, ma come stai vivendo questo periodo in cui c’è una nuova, forte coscienza femminile e femminista, anche in ambito musicale? Ti sembra un po’ il compimento di un processo di affermazione e di autodeterminazione che tu e diverse altre artiste avete innescato allora?
Fammelo dire forte e chiaro: sono estasiata dalla svolta storica che le donne, e quindi anche le donne nell’industria musicale, stanno imprimendo alla società in questi anni. Ne sono profondamente ispirata, e per certi versi è stato uno dei motivi che mi hanno spinta a fare un disco dopo tutto questo tempo. Sapere di avere avuto una piccola parte in tutto questo, di essere stata una tappa in questo viaggio, mi rende orgogliosa. È un momento che abbiamo aspettato da così tanto tempo. Il patriarcato è sconfitto? No. Essere donna continua a essere difficile? Sì. Tanto. Ma c’è un cambiamento drammatico in atto, e da qui non credo si tornerà indietro.

In quegli anni, da maschio poco più che ventenne appassionato di musica, ricordo che guardavo a figure femminili forti come la tua – o, per citarne altre, PJ Harvey, Kim Gordon, Kathleen Hanna – e ne rimanevo allo stesso tempo affascinato e intimidito. Non pensi tuttavia che forse il modo in cui venivate percepite all’epoca fosse anche quella una proiezione maschile, che poi l’industria si è affrettata a rivendere in termini di immagine? Mi rendo conto che sia una domanda un po’ contorta, ma…
No, no, capisco cosa intendi. E in parte è sicuramente vero. C’era indubbiamente una feticizzazione delle band femminili o delle musiciste che venivano etichettate come “ribelli”, “emancipate” e così via. Anche lì, era il buon vecchio patriarcato all’opera. Ma forse ci siamo dimenticati tutti di come era a quei tempi. Quando vedevi una donna headliner in un festival? Mai! Oggi succede ovunque ed è fantastico. A quei tempi nelle radio, anche quelle alternative, c’era una regola non scritta per cui si passava una donna o una band femminile ogni mezz’ora, non di più. E stiamo parlando dei primi anni ’90, non del 1950. Io, e come me tante altre, ero stanca e frustrata. Ma lo ero soprattutto sulla base di quello che vedevo nel mio ambiente. Non ne potevo più dei sorrisini di circostanza, o del vero e proprio ostracismo, di questa ghenga di maschi che si erano autonominati custodi del sacrario indie rock. Il carburante del mio primo disco erano proprio rabbia e frustrazione. Volevo far vedere a questa gente cosa ero capace di fare, volevo urlargli in faccia «sì, sono una donna, ho 25 anni, faccio indie rock e vedete un po’ di andarvene affanculo». A un certo punto ho realizzato che eravamo in tante, ed è stato una presa di coscienza meravigliosa. Ma tra i nomi che hai citato prima non c’è quello di chi ha cambiato davvero le regole del gioco per tutte noi. Parlo di Alanis Morissette. Jagged Little Pill, in questo senso, ha avuto la stessa importanza di Nevermind dei Nirvana. Dove saremmo senza Alanis, oggi?

In questa fase della vita il tuo modo di scrivere è cambiato rispetto al passato? Chi hai in mente quando butti giù un testo, a chi stai parlando?
Molte mie canzoni parlano direttamente ai personaggi che ne sono protagonisti, in genere uomini (ride). In Soberish ce ne sono almeno tre diversi. Continuo a vedere le canzoni come delle istantanee della mia vita e non trovo particolarmente più difficile scriverle a 54 anni rispetto a quando ne avevo 24, ma c’è una grande differenza. Oggi non punto più il dito. Una volta pensavo di sapere cosa fosse giusto o sbagliato, molti miei testi erano variazioni sul tema “tu hai fatto questo, tu sei cattivo”. Ora che sono più vecchia e ho più esperienza, mi interessa guardare alle cose e a ciò che succede nella vita da una angolazione diversa. Mi interessano molto di più le linee d’ombra o di confine, i momenti di transizione. Quando una relazione sta finendo o sta iniziando, non tanto l’amore realizzato o la rottura definitiva. Si dice che la vita di chiunque è fatta di alti e bassi, ma spesso non pensiamo a quello che ci capita nel passaggio tra un alto e un basso. Mentre invece quelli sono i periodi più interessanti, anche narrativamente. Quando magari hai la possibilità di cambiare con una decisione il corso degli eventi della tua vita.

Un paio di anni fa hai pubblicato la tua autobiografia. Il titolo Horror Stories quanto era ironico e quanto realistico?
Con quel titolo, e anche con la copertina del libro, volevo citare in modo umoristico l’ossessione nazionale per l’horror. Però sì, se ci pensi una buona parte della vita – di chiunque, non solo la mia – è fatta di storie dell’orrore. In ognuna, tuttavia, può esserci il germe di una rinascita. Scrivere quel libro mi ha fatto bene. Ho dissezionato i miei ricordi con l’intenzione di dimostrare che a un certo punto puoi prenderti il rischi di rivelare te stessa a chi ti sta intorno. Ora sto lavorando a un seguito, che per contrasto si chiamerà Fairy Tales. Yin e yang. Nelle fiabe, quindi nei momenti apparentemente più felici della vita, c’è sempre qualcosa di sinistro e di disturbante. Parlerò di sessualità, delle cose segrete che capitano durante la notte, nei sogni. È un modo di dare ordine e organizzare il proprio passato. Un po’ come mixare una canzone.

Per chiudere: ti senti ancora esiliata nella città degli uomini?
Ah ah, no. Non più. Non posso parlare per altre persone, ma per quanto mi riguarda quello ormai è il passato. E mi auguro che lo diventi per sempre più giovani donne in tutto il mondo.

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