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Little Steven: «Suono i Beatles per dirvi: è un brutto momento, ma sono con voi»

Nel 2017 chitarrista è andato al Cavern di Liverpool per rendere omaggio al gruppo che gli ha cambiato la vita. Quel live, 'Macca to Mecca!', è un tributo all'unica religione che conosce: il rock'n'roll

Little Steven

Foto press

Il torto più grande che si possa fare a Stevie Van Zandt è quello di considerarlo semplicemente il chitarrista della E Street Band. Non solo per l’estrema importanza della sua figura all’interno dell’ensemble che accompagna Bruce Springsteen da cinquant’anni a questa parte, ma perché, anche fuori da quel contesto, Little Steven ha lasciato una traccia personale e indelebile nella storia della musica popolare.

Grazie a Zoom, l’abbiamo raggiunto all’interno del salotto di casa sua per parlare del nuovo live Macca to Mecca!, registrato al Cavern di Liverpool. È un omaggio al repertorio dei Beatles (e non solo) e una sorta di rivincita per quel che accadde nel 2012 a Hyde Park, quando venne tolta la corrente durante l’esibizione di Bruce Springsteen e la E Street Band con Paul McCartney, durante I Saw Her Standing There.

Little Steven ci accoglie in bandana sul proprio divano, circondato da un’accozzaglia di soprammobili e di ricordi, melting pot di epoche storiche e culture che ne rispecchiano appieno l’immagine.

Ascoltare un album dal vivo in questo momento storico lascia un sapore agrodolce. Da una parte compensa in parte l’assenza assoluta di show, ma dall’altra acuisce il dolore.
È vero e la stessa cosa vale per noi artisti. Però, quando pubblichi un album in studio, come per esempio quello con la E Street Band, quel dolore è maggiore, perché hai la sensazione di perdere l’occasione di poterlo suonare dal vivo. Pubblicando un live, invece, almeno quella sensazione non ti assale. Una magra consolazione, ma si fa quel che si può.

Infatti, al di là di chi aveva già annunciato un album prima della pandemia, sono stati pochissimi gli artisti di punta del mercato che ne hanno pubblicato uno.
Alcune case discografiche hanno letteralmente bloccato le uscite per paura di bruciare artisti e album. Nel caso di gruppi o artisti meno affermati è un ragionamento non del tutto sbagliato. Poi bisogna fare i conti con l’urgenza creativa. Dylan, Springsteen o McCartney non possono seguire le leggi del mercato valide per gli altri. Se devono dire qualcosa la dicono. Letter to You non è un album sulla pandemia, è un’opera empatica. E allo stesso modo vuole esserlo Macca to Mecca!. È il nostro modo di dire: è un momento di merda, ma noi siamo con voi.

Ho trovato il titolo del disco geniale, anche se nominare la Mecca può essere sempre fonte di fraintendimenti. Soprattutto, però Macca to Mecca!, rappresenta la tua rivincita personale verso chi tolse la corrente nella serata di Hyde Park…
Amo i giochi di parole e, considerato che davvero per me il Cavern ha sempre rappresentato qualcosa di assolutamente religioso, mi è subito venuto in mente quel titolo. Quasi come uno scherzo. Poi però è piaciuto a tutti così tanto che l’abbiamo tenuto, senza paura dei fondamentalisti (ride). Ho realizzato un sogno, anche se il locale non è più quello di un tempo. Ho scelto apposta la sala più piccola, perché è quella che riproduce la location originale. Se doveva essere una vendetta, allora volevo che lo fosse con tutti i crismi.

Cos’ha rappresentato Ed Sullivan per quelli della tua generazione?
Con tutte le sue contraddizioni, è stata la figura culturale più importante per la televisione americana del Novecento. Dobbiamo tutto a Ed, perché i Beatles, gli Stones e via dicendo stavano cambiando la controcultura mondiale, ma senza di lui non avremmo nemmeno potuto accorgercene o forse sarebbero arrivati fuori tempo massimo. L’idea di poter vedere e non solo ascoltare quei gruppi è stato rivoluzionario, perché il rock’n’roll riguardava solo in parte l’aspetto musicale. Penso a quando l’America conobbe Elvis o a quando vidi per la prima volta Jim Morrison e il suo sguardo beffardo che se ne fotte delle direttive degli autori del programma. In qualche modo devo tutto a quel programma.

Prima hai parlato di empatia, credi che la farse di Lennon “love is the answer” oggi dovrebbe essere “empathy is the answer”?
All You Need Is Love resta uno dei manifesti assoluti di un’epoca, così come Mind Games, seppur considerato un disco meno incisivo di altri, è sempre stato uno dei miei preferiti. Onestamente, non lo so. Credo che per John amore e empatia fossero quasi sinonimi. Però mi è capitato di pensare a cosa avrebbero potuto dire George e John in questi anni. Probabilmente Lennon avrebbe combattuto contro quel coglione di Trump così come aveva fatto con Nixon e George avrebbe puntato il dito contro la perdita assoluta di contatto con la natura, con le cose davvero importanti per la nostra vita, contro il distacco dal nostro lato spirituale. Una delle cose più lampanti di ciò che ci stiamo trovando a vivere.

Da chitarrista, non credi che Harrison resti in qualche modo un musicista fortemente sottovalutato? 
Per quanto possa fare ridere parlare di un membro dei Beatles come di musicista sottovalutato, sono assolutamente d’accordo con te. Mi è capitato spesso di incontrare musicisti che parlavano dei Beatles come di un gruppo sopravvalutato, una cosa che mi ha sempre mandato in bestia. Invece di ribattere, mi sono sempre limitato a far suonare loro un brano a scelta del loro repertorio. È l’unico modo per convertirli. Solo suonare le parti di George ti fa capire che razza di musicista fosse. E poi non dimentichiamoci che è stato l’inventore della world music, oltre che dei concerti benefici.

Foto: Björn Olsson

La tua figura racchiude in qualche modo un po’ tutto ciò che la musica rock ha prodotto negli ultimi cinquant’anni. Sei un pilastro della E Street Band, ma allo stesso tempo un autore impegnato, che ha combattuto in prima persona per cause civili di rilievo mondiale. Sei cresciuto nel culto della Swinging London, ma con un’attitudine a metà tra hard rock e punk. Questo live mette in luce ogni tua sfaccettatura.
Ho creduto a lungo che la mia carriera solista fosse giunta a conclusione. Non perché qualcuno me lo avesse imposto, ma perché credevo di aver già detto e fatto quello che mi ero prefissato quando cominciai ad avere una vita oltre la E Street Band. Sai, è un po’ come con la famiglia d’origine: prima di ricongiungersi, prima di capire che quello che i tuoi ti dicevano non era tutto sbagliato, ci deve essere una rottura, un distacco. Anche Bruce ha affrontato un momento del genere. Ritrovarsi è stata la cosa più emozionante della mia vita. Ora abbiamo compreso che nessun progetto parallelo può influire sulla nostra forza, quindi anche io sono tornato a sentire quel fuoco che avevo perso. Ho sempre cercato di assorbire tutto ciò che mi circondava, facendolo in qualche modo mio. Solo col folk ho sempre fatto fatica. Ho parlato a lungo di folk con Dylan, che ha provato ripetutamente a farmi amare quelle sonorità. Il messaggio è chiarissimo, ma non riesco a digerirne le sonorità. Il suo era un folk che non faceva testo, perché lo cantava come avrebbe potuto fare Joe Strummer. Era un folk incazzato.

Durante il tuo ultimo tour solista hai finalmente rispolverato alcuni brani da Born Again Savage, un album bellissimo finito colpevolmente nel dimenticatoio.
Mi fa piacere tu dica questo, perché per me quel disco rappresenta davvero tanto. Erano esattamente dieci anni che non pubblicavo materiale a mio nome, ero appena tornato a suonare con Bruce e mi sentivo al settimo cielo. Avevo queste canzoni messe insieme negli anni. Pezzi che richiamavano esplicitamente l’immaginario hard rock dei primi anni ’70. Così feci qualche chiamata e sia Jason Bonham che Adam Clayton si dichiararono entusiasti dell’idea. Eravamo un gruppo pazzesco di musicisti che venivano da ambienti apparentemente distanti, ma che in realtà funzionò subito benissimo. Non ho mai capito bene perché nessuno lo ricordi. Mettere quei brani in scaletta ha rappresentato la seconda rivincita con il mio passato dopo quella del ricongiungimento con Paul e il mio personale tributo alla musica dei Fab Four.