Rolling Stone Italia

Little Steven: «Il rock non è morto e nemmeno la E Street Band»

Il chitarrista, attore e produttore racconta la lunga amicizia con Bruce Springsteen, la nascita del personaggio che interpreta nei ‘Soprano’ e il prossimo tour della E Street Band

Illustrazione di Mark Summers per Rolling Stone USA

Poco più di 20 anni fa, Steve Van Zandt non sapeva se avrebbe lavorato ancora. Nel 1984 aveva lasciato la E Street Band per inseguire la carriera da solista, ma negli anni ’90 le cose non andavano bene e non sapeva dove sbattere la testa. «Sono letteralmente sparito dalla circolazione», dice Little Steven. «Non sto esagerando. Ho passeggiato col cane per sette anni. Stavo in giro otto ore al giorno e pensavo: “Come sono finito qui? Se tornerò indietro, cosa farò?”. Mi dicevo: “Se rientrerò nella band non smetterò mai di lavorare. Non voglio mai più ritrovarmi in questa posizione, impossibilitato a lavorare”».

Le sue preghiere sono state esaudite nel 1999, quando è stato scritturato per interpretare Silvio Dante nei Soprano, più o meno nello stesso periodo in cui Bruce Springsteen ha riformato la E Street Band per un tour mondiale. Da allora non ha mai smesso di lavorare, riuscendo in qualche modo a gestire contemporaneamente la sua etichetta Wicked Cool, il canale radio Underground Garage su SiriusXM, e la nuova incarnazione del gruppo solista Little Steven and the Disciples of Soul. E ogni manciata di anni molla tutto per girare il mondo con il Boss.

A pochi giorni dalla fine del tour solista del 2019, in occasione dei concerti a Boston e New York, abbiamo incontrato Van Zandt per chiedergli cosa ha imparato durante la sua lunga carriera.

Quali sono gli aspetti migliori e peggiori del successo?
La parte migliore del successo, del vero successo, è avere l’occasione di lavorare nel modo in cui vuoi tu, di fare quel che desideri. I tuoi progetti sono finanziati, le tue idee sono finanziate, i contenuti pubblicizzati. La parte peggiore è essere più famoso che ricco. So che suona ridicolo, ma ho spesso a che fare con raccolte fondi, devo chiedere soldi in giro, e non c’è cosa che odio di più al mondo. E ti guardano come per dire: “Perché mi chiedi denaro? Ti ho visto in tv. Scommetto che sei fottutamente ricco”.

Non avevi mai recitato prima di accettare il ruolo di Silvio nei Soprano. Come hai trovato il coraggio di lavorare a fianco di professionisti di quel livello?
Dovevo creare il personaggio. Prima di tutto, ho inventato la sua storia. È cresciuto con Tony Soprano, è stato il suo migliore amico, è l’unico che non vuole diventare boss al posto suo, l’unico di cui si fida. In pratica ho usato la mia relazione con Bruce. E nella biografia c’era anche il suo modo romantico di vedere la storia della mafia, l’idea che per lui i tempi migliori fossero passati. I vecchi tempi non ci sono più, tutti fanno la spia con tutti e via dicendo. Era un tradizionalista, voleva avere il tipo di onore che pensava avessero i vecchi boss della mafia, era un nostalgico. In scena ho un taglio di capelli anni ’50 e un atteggiamento anni ’50, perché questa era la sua filosofia.

Ho trovato il posto dove John Gotti si faceva cucire gli abiti. Ho amici di amici che sanno qualche cosa sulla mafia, quindi avevo i vestiti giusti e i capelli giusti. Pensavo che se fossi riuscito a guardarmi allo specchio e vedere quel tizio, allora sarei riuscito a trasformarmi in lui. Rispetto molto gli attori che possono recitare mantenendo il loro aspetto naturale. Io, invece, dovevo guardare allo specchio e vedere un’altra persona. Comunque, nella mia biografia ho scritto che era senza paura. Per questo, quando sono arrivato sul set mi ero già trasformato in quel tizio. Anche io ero senza paura. Stevie Van Zandt non sarebbe stato in grado di stare in scena. Silvio Dante sì.

Quant’è importante lavorare e quanto essere fortunati per avere successo?
C’è un proverbio che dice: “Più lavori duramente, più sarai fortunato”, e credo abbia un fondo di verità. In altre parole, le opportunità si presentano da sole, ma se non sei pronto è irrilevante. Io non ho grandi ambizioni. Di tutti i difetti che ho questo è piuttosto grosso. Non ho avuto l’ambizione che mi sarebbe servita. Quindi è tutta fortuna. Insomma, perché siamo quello che siamo? Torniamo alle basi. Le caratteristiche che ti rendono la persona che sei… non dipendono molto da te.

Dipendono dal luogo e dall’epoca in cui sei nato…
Esattamente. Ho analizzato questa cosa, una volta, e ho trovato quattro elementi chiave per descrivere chi sei. I primi tre sono DNA, circostanze e ambiente. Intendo le circostanze della tua vita. Sei nato in Africa o nel New Jersey. Con ambiente voglio dire cose come “i tuoi genitori ti hanno voluto bene, oppure no”. Il DNA è il DNA, e influenza le tue inclinazioni, è un fattore delle tue inclinazioni. Scoprire e accettare quelle inclinazioni è tutta un’altra storia. La quarta cosa, in un certo senso la più piccola, è la forza di volontà. E interpreta un ruolo particolare. La forza di volontà determina, credo, dove vai a finire. Puoi chiamarla ambizione, ma la forza di volontà è qualcosa di più. È una certa determinazione a realizzare il proprio potenziale, di essere qualcuno ma non necessariamente famoso. Non importa se fai il carpentiere, vuoi sempre costruire quella casa perfetta.

Nella tua carriera hai spesso interpretato il ruolo del capo, sia da solista che nel tuo show Lilyhammer. Poi ci sono situazioni, come la E Street Band o i Soprano, dove sei parte di una macchina più grande. Come hai imparato a mettere da parte l’ego, soprattutto dopo esserti abituato a essere in controllo?
Il mio istinto naturale è stare lontano dai riflettori, dietro le quinte. Se dovessi scegliere un’identità, direi che è quella dell’autore-produttore. E questa è una parte della risposta. Riconoscere la grandezza è un’altra delle cose che so fare. Sono uno che risolve problemi, prendo una cosa brutta e la trasformo in una bella, le cose belle in cose grandi, le cose grandi in altre ancora più grandi. So come si fa. Inseguire la grandezza ha condizionato tutta la mia vita. La cerco, la supporto quando la trovo, cerco di crearla o di contribuire. Non capita spesso di imbattersi in qualcosa di grande, ma è importante se fai il produttore, se è una delle tue qualità, è importante riconoscere una cosa quando la vedi. Quindi sono un buon soldato e un buon leader, perché capisco come ci si sente in entrambi i ruoli.

Sei sposato con Maureen da 37 anni. Qual è il segreto di un buon matrimonio?
Se vuoi che il matrimonio regga, restate separati. Siamo sposati da 37 anni, ma siamo stati lontani l’uno dall’altro per almeno 10. In altre parole, penso sia importante che ognuno abbia i suoi spazi. Lei ha una personalità davvero, davvero forte. Ha la sua vita, i suoi interessi, la sua carriera. Certo, dovete avere abbastanza cose in comune, così da restare insieme e restare innamorati, e per noi è così, ma allo stesso tempo dovete riuscire a stare lontani, così da crescere e diventare persone indipendenti.

Gene Simmons ha detto che il rock è morto. Cosa rispondi?
Beh, credo si riferisca al business. Se parliamo del mainstream, ha assolutamente ragione. Allo stesso tempo, però, dal vivo siamo ancora il meglio sulla piazza. E sono sicuro che sarebbe d’accordo con me. Lui ne beneficia ancora. I Kiss sono una delle macchine da tour più di successo, credo, della storia della musica, e lo sono ancora. Quindi penso si riferisse alle vendite dei dischi, alle classifiche. Questo è il business, ok? In quel mondo siamo appena sui radar. La storia guarderà al rock come a una cosa piccola. Uno straordinario rinascimento che ha generato vendite straordinarie per 30 anni, e tutto è figlio di quello che ha creato Frank Barsalona. Ma questa è un’altra storia.

Credi che il genere finirà come il jazz, ascoltato da un piccolo culto di devoti?
Se fosse così saremmo fortunati, ok? Se mi avessero detti che la mia stazione radio sarebbe stata l’unica a trasmettere i Beatles, avrei risposto: “Mi state prendendo in giro”. Pensavo fossero scolpiti nella pietra. Ma quando Paul McCartney pubblica un disco, sono l’unico a mandarlo in radio. Se gli Stones fanno un disco, sono l’unico a farlo ascoltare. Anche se alcune radio mettono cinque pezzi degli Stones al giorno, non passano mai le nuove canzoni. Perché?

Preferiscono ascoltare all’infinito Sympathy for the Devil e Satisfaction.
E perché? È la stessa voce, lo stesso suono. Non è che gli Stones hanno iniziato a fare fusion. Dai, è assurdo. Non lo capirò mai. Noi stiamo riempiendo un vuoto enorme. Passiamo anche migliaia di nuove band, ma quando Joan Jett pubblica qualcosa, i Cheap Trick… questa gente fa ancora musica grandiosa, sai?

Tu e Bruce Springsteen siete amici da quando eravate ragazzi. Come siete riusciti a far sì che il business non interferisse nel vostro rapporto?
La nostra amicizia è più profonda di tutte queste cose, e sarà così per sempre. È una cosa che ho deciso molto presto. Ricorda che per i primi 10 anni in cui l’ho frequentato Bruce era una persona molto diversa. Non era il più grande intrattenitore del mondo. Era uno di quei tizi grunge con i capelli lunghi, uno di quelli che si guarda sempre le scarpe. Ma quando ho trovato un’altra persona sul pianeta che la pensava come me sul rock & roll, ho trovato anche una forza straordinaria. Ne basta una, così da non pensare di essere matto, o uno sfigato incapace di trovare un posto nella società. Io mi sentivo inadeguato, lui si sentiva inadeguato, e all’inizio avevamo solo l’un l’altro. All’epoca il rock non era ancora un business. Non era fico. Suonare in una band non ti faceva rimorchiare. Le ragazze preferivano i giocatori di football e i surfisti. Non era A Hard Day’s Night in New Jersey, ok?

Che consiglio daresti al te stesso di 20 anni?
Il mio unico rimpianto è non aver avuto un manager, non aver visto che ero un’artista di un livello tale da averne bisogno. Sono uno che risolve problemi, e questo mi rende un buon manager. Se fossi diventato il manager di altri artisti, sarei stato molto bravo.

Ma non puoi essere il manager di te stesso…
Giusto. Non puoi essere il manager di te stesso, non importa quanto a fondo conosci il business. Non puoi difendere gli interessi di te stesso, che è un po’ il lavoro principale del manager. Essere quella persona che ti incoraggia, un fan, che ti tira su ogni volta che sei depresso e cose del genere. Tutti questi cliché hanno un valore e sono veri. Ne hai bisogno. Serve qualcuno, là fuori, che venda il tuo lavoro, perché il contenuto, e l’ho imparato a mie spese, è solo metà del lavoro. L’altra metà è il marketing.

Hai lasciato la E Street Band nel 1984. Se potessi tornare indietro nel tempo, che consiglio ti daresti?
Non farlo! È il momento decisivo della mia vita. È un errore da cui non mi sono mai ripreso. Finanziariamente è stata l’apocalisse. Detto questo, abbiamo comunque accorciato la vita al governo del Sud Africa (Nel 1985 Van Zandt ha fondato Artist United Against Apartheid, nda). Ma valeva la pena perdere tutti i miei amici, il mio potere, la mia forza, la mia celebrità, per salvare delle vite? Tutti direbbero: “Certo, ne valeva la pena”. Ma se guardo indietro penso: “Cavolo, se solo fossi riuscito a fare quelle cose senza lasciare il gruppo…” Avrei avuto la vita perfetta.

Parliamo di politica. Perché 63 milioni di americani hanno pensato che Donald Trump dovesse diventare presidente? Cosa è successo?
Quello che sta succedendo riguarda tutto il pianeta, non è una cosa solo americana. Tutto il mondo è pieno di gente insoddisfatta. È questo che porta al nazionalismo, alla supremazia bianca, all’isolazionismo, all’estremismo religioso. Tutte queste cose stanno succedendo ovunque. Mezza Europa è appesa a un filo. Non posso spiegare tutto, ma so una cosa: il sistema economico di base non ha mai funzionato davvero bene. Se in America ci sono persone che hanno un lavoro ma non una casa, allora c’è qualcosa di profondamente sbagliato nel sistema.

Cosa hai imparato del lutto, dopo aver perso persone come Clarence Clemons e James Gandolfini?
Ti dirò come sono cambiato. La mia vita è soprattutto lavoro. E onestamente, sono spesso frustrato da quello che pubblico. Cerco sempre di fare più cose, lavorare duramente. Quindi per la maggior parte del mio tempo sono ossessionato dal lavoro. Per questo, quando si tratta di queste cose, la mia mente va in un posto dove c’è un utile meccanismo difensivo, che è quello della negazione. Passiamo la prima metà della nostra vita a combattere questo meccanismo, confrontare le nostre paure e cercare di trovare la verità, capire noi stessi, essere onesti e aperti.

A questo punto, invece, sono all’opposto. Nella mia testa, la mia agenda e quella di Jimmy non si sono ancora incrociate, e un giorno di questi lo rivedrò. Mi succede spesso. Vedo molti dei miei amici una volta all’anno, ma ricominci la conversazione esattamente da dove l’avevi lasciata. Cerco anche di evitare i funerali. Preferisco la negazione, perché non c’è altro modo per convivere con questa cosa, sono perdite enormi. Jimmy, mi manca ogni giorno. Frank Barsalona, uno dei miei migliori amici, mi manca ogni giorno. Steve Popovich mi manca ogni giorno. Ce ne sono così tanti. Tua madre, tuo padre… dopo un po’, invecchiando, ti rendi conto che succede continuamente, e allora che cosa puoi fare? Puoi passare la tua vita in lutto, oppure, puoi negare. È come se mi dicessi: “Ok, non li sto vedendo ora come ora. Sono impegnati. Io sono impegnato, loro sono impegnati”. È così che affronto la cosa.

Di recente hai scritto su Twitter che non sapevi se avresti mai suonato un altro concerto da solista. Che succede?
Stavo cercando di essere… qual è la parola? Esistenzialista, ma non è del tutto giusto. Stavo cercando di far capire alla gente di non dare tutto per scontato. Spero che questa band resti insieme per sempre. Non so se ci riuscirò, perché se partiremo con Bruce il tour potrebbe durare due anni, e poi cosa succederà? I ragazzi nella band potrebbero trovarsi altro da fare. Prima dei concerti di New York e Boston ho detto al mio pubblico di non dare niente per scontato. Non voglio che pensino: “Oh, li vedrò ogni tre mesi, ogni sei mesi, quindi se non posso andare questa volta ce ne sarà una prossima”. Non è vero.

Per concludere: in diverse interviste degli ultimi mesi, Bruce ha detto che la E Street Band partirà in tour nel 2020. Sei sicuro che accadrà?
Finché non vedrò il comunicato stampa non ho intenzione di dare peso alle sue parole, ok? Insomma, mi sono messo nei guai in passato e ho imparato la lezione. Non mi importa quello che dice. Ma sì, lo spero. Ma finché non c’è l’annuncio ufficiale, l’unica cosa che posso dire è che lo spero e che penso succederà.

Sei pronto per un tour di due anni?
Sì. A essere onesti, è come una vacanza.

Iscriviti