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Little Simz è la regina introversa dell’hip hop inglese

Lo dimostra l'album 'Sometimes I Might Be Introvert' che uscirà venerdì, una miscela anticonvenzionale di musiche black in cui la cantante condivide i suoi pensieri più intimi. «Farlo è stato terapeutico»

Little Simz

Foto: Nwaka Okparaeke

Il nuovo album di Little Simz si intitola Sometimes I Might Be Introvert – letteralmente, “a volte posso essere introversa” – e a giudicare dalla nostra chiacchierata via Zoom non si tratta di una metafora: questa ventisettenne di origini nigeriane, ma nata a Londra, introversa lo è davvero. Alle domande risponde timidamente, a bassa voce, soppesando con attenzione le parole. «In me coesistono due aspetti: Simz l’artista e Simbi la persona», spiega. «Sto cercando di farle convivere in pace e in armonia, di dare priorità al lavoro quando è il suo turno e alla vita privata quando ne ho bisogno».

È considerata una delle rapper più forti del momento, e non solo nella sua Inghilterra: lo dimostrano i grandi attestati di stima dei colleghi (dai Gorillaz a Drake, con cui ha collaborato) e i sold out in tutta Europa (Italia compresa: ha suonato a Milano nell’ottobre 2019). In molti, per attitudine, freschezza, consapevolezza e temi trattati, la paragonano a una giovane Lauryn Hill, il che non è affatto eccessivo, anche se lei liquida la cosa con modestia. «È un vero onore per me. Crescendo è stata una mia grandissima ispirazione, il fatto che oggi che mi accostino a lei mi sembra pazzesco». Le due si sono anche conosciute durante uno dei suoi ultimi tour, anche se «purtroppo non siamo riuscite a parlare granché perché non volevo disturbarla: le ho detto solo ciao, praticamente, ma è stato comunque un incontro davvero bello».

In Italia, Simz è conosciuta soprattutto come attrice: ha recitato in varie serie tv inglesi fin da bambina, e nel 2019 è stata una delle protagoniste dell’acclamata Top Boy, reboot di uno sceneggiato del 2011 di Channel 4 prodotto per Netflix da Drake. «Ero già una fan della serie originale», racconta. «Era uscita quando ancora andavo alle superiori, e ai tempi era l’unico programma tv che parlava ai ragazzi come me, cresciuti nei miei stessi quartieri. Partecipare al reboot è un’esperienza che ho adorato, alla fine delle riprese eravamo diventati una grande famiglia».

Top Boy è ambientato nelle periferie popolari di Londra, tra spaccio, degrado e arte di arrangiarsi, e nel cast conta molti volti noti del rap inglese, tra cui il pluripremiato Kano; un contesto che l’artista conosce bene, e in cui non ha avuto difficoltà a calarsi. Parallelamente a quella musicale, vorrebbe continuare a perseguire una carriera anche davanti all’obbiettivo. «Mi piace molto, è un altro modo di esprimere la mia creatività e di raccontare storie».

Foto: Nwaka Okparaeke

Sometimes I Might Be Introvert non è il primo lavoro che Little Simz pubblica nel 2021. l’album è stato infatti preceduto dall’EP Drop 6, sesto capitolo di una serie che pubblica ciclicamente su SoundCloud. «È una specie di side project per me, serve a trasmettere le vibrazioni del momento che provengono direttamente dal mio salotto, dove ho registrato quelle tracce. Il lockdown è stato un momento molto importante per la nostra vita interiore, e la musica ne è stata una componente fondamentale: per questo ho voluto pubblicarlo anche in vinile». Suonare dal vivo le è mancato tantissimo, spiega: il giorno dopo la nostra intervista salirà finalmente sul palco per il suo primo festival in epoca post-Covid, mentre alla fine del 2021 prevede di partire per il suo nuovo tour europeo. «Non vedo l’ora, è passato davvero troppo tempo» aggiunge.

Nonostante tutte le soddisfazioni che si è tolta finora, il suo rapporto con la fama resta piuttosto complicato. Nella prima traccia dell’album, l’epica Introvert, dice di essere «close to success, but to happiness, I’m the furthest» (vicina al successo, ma dalla felicità sono la più lontana). «Per molto tempo ho avuto quest’idea di come sarebbe stato una volta che avessi avuto successo, e quando ho ottenuto un po’ di fama sono stata incredibilmente grata di avercela fatta, perché era tantissimo che ci lavoravo su», riflette. «Allo stesso tempo, però, mi sono chiesta: perché a me? È il tipo di esperienza che ti suscita delle domande importanti e sincere». Non pensa a se stessa come a una celebrità. «Non mi ci sento» dice semplicemente. «L’aspetto più difficile della vita che faccio ora è perdere per strada persone e avvenimenti importanti, perché sono sempre in viaggio o sommersa dagli impegni di lavoro. Mi sento molto fortunata, ma vorrei essere più presente per le persone con cui sono cresciuta, e che sono state lì per me tutta la vita. Sono molto legata alla mia famiglia e ai miei amici d’infanzia, e sono tuttora molto coinvolta nelle loro vite».

In quest’album è evidente un grado di maturazione e introspezione che forse era ancora assente nei suoi tre lavori precedenti, il primo dei quali, A Curious Tale of Trials + Persons, è uscito quando aveva appena 21 anni. Ha iniziato a scriverlo a Los Angeles, diversi mesi fa. «Volevo andarmene da Londra per un po’», confessa. «Sapevo che prima o poi sarei tornata e che il disco l’avrei finito in Inghilterra, ma la California era un ottimo posto in cui cominciare a scrivere. L’atmosfera laggiù mi ha ispirato tanto, ne avevo davvero bisogno». Non è stato facile scavare così a fondo nei suoi sentimenti, ammette, ma allo stesso tempo «è stato grandioso avere la libertà creativa di parlare di ciò che volevo, senza sentirmi giudicata. È stato molto terapeutico tirare fuori queste cose e condividerle con chi mi ascolterà».

Uno dei brani più terapeutici e intensi è senz’altro I Love You, I Hate You, una canzone dedicata a suo padre, con cui i rapporti sono praticamente assenti da molti anni. I versi non lasciano spazio a interpretazione: frasi come “Non avrei mai pensato che il primo a spezzarmi il cuore sarebbe stato uno dei miei genitori” o “Sei un donatore di sperma o un papà, per me?” sono inequivocabili. «Non sapevo bene come approcciare l’argomento, non avendone mai parlato prima non mi sentivo molto a mio agio», ammette. «Ma nel momento in cui ho incominciato a scrivere e ho riletto i versi che avevo buttato giù, ho cominciato anche a capire meglio i miei sentimenti e i miei pensieri. Finalmente non era più una questione che esisteva solo nella mia testa, era uscita fuori. È stato veramente catartico». Al punto che non le interessa più come reagirà suo padre quando la ascolterà. «Quella canzone non è per lui, è per me: parla di come mi ha fatto sentire. Che gli piaccia o non gli piaccia, non è affar mio. Certo, ero un po’ nervosa all’inizio, ma alla fine ho capito che inserirla nel disco era la cosa giusta da fare».

Dal punto di vista musicale, è difficile classificare questo disco come un progetto strettamente rap: le influenze pescano da tutta la musica black e non solo, tanto che viene da chiedersi come potrebbero reagire i suoi fan, finora abituati a un sound hip hop più convenzionale. «Perché non metterci tutti i generi che mi piacciono?», obbietta Little Simz. «Ho sempre amato tanta musica diversa, dal jazz al soul e al funk. Mi sembrava naturale integrarla nell’album. Magari non è così comune, ma io non ho esitato un attimo a farlo. Ho anche avuto la fortuna di avere un team che mi supportava e incoraggiava, anziché remare contro». Primo tra tutti Inflo, suo produttore e braccio destro, nonché quasi un fratello, per lei: si conoscono praticamente da sempre. «Lavorare con uno dei tuoi migliori amici è davvero divertente, non ci sono le classiche tensioni che possono a volte svilupparsi in uno studio di registrazione. Non sembra neanche un lavoro vero, ci sproniamo a vicenda e ridiamo moltissimo. In più è un musicista grandioso, che ama esplorare e si emoziona come un bambino quando gli propongo di fare qualcosa di pazzo. Ovviamente ogni tanto capita di scontrarsi e di litigare, come in ogni rapporto stretto, anche perché siamo due teste dure, ma abbiamo sempre gli stessi obbiettivi». E a giudicare dai risultati, li hanno centrati in pieno: Sometimes I Might Be Introvert è davvero un gran bell’album.

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