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L’italiano che ha remixato Martin Gore preservando il romanticismo dell’artigiano

Si chiama Sabino Cannone, in arte MoReVoX, si occupa di librerie sonore digitali e sound design. «Synth modulari e modifiche analogiche rendono unico il suono», dice della sua versione di 'Mandrill'

Sabino Cannone alias MoReVox

Foto: Fausto Lanfranchi

La line up di remixer di The Third Chimpanzee Remixed, dove l’ultimo EP di Martin Gore viene reinterpretato, è per lo più la classica delizia per appassionati: nomi che al pubblico generalista – e al 90% dei fan dei Depeche Mode, diciamolo – non diranno granché, e che invece se si è fissati ma veramente fissati con la techno di qualità il tutto ha il sapore di una vera e propria all-star. Nulla di strano: la competenza di Martin Gore (e anche del boss della Mute Daniel Miller) nel campo dell’elettronica da club è profonda e tutt’altro che banale. Non cercano i più famosi, operazione che per decenni ha rappresentato l’approccio del pop nei confronti dell’elettronica da club per confezionare dei successi facili da rifilare alle piste più commerciali; no, arruolano invece quelli che mandano in estasi gli iniziati. Jlin e i suoi spigoli, la brasiliana ANNA, la sfuggevolezza elegante di Rrose, Kangding Ray, The Exaltics sono nomi da festival di ricerca sofisticatissimi, e pure i nomi grossi e consolidati presenti in Third Chimpanzee Remixed – Chris Liebing – hanno comunque un rapporto stretto e non casuale con la musica di Gore. Non stanno insomma lì per lustrini, paillettes e fatture da staccare senza porsi il problema di cosa si è fatto per chi.

Ora: succede che in questo pregiato, pregiatissimo elenco c’è una specie di scopri l’intruso, uno che non è nella cerchia dei famosi né in quella dei super-ricercati e raffinati da nicchia, proprio no; e succede che questo intruso sia addirittura italiano. «Conosco Martin Gore da molto tempo», dice quasi con noncuranza Sabino Cannone, alias MoReVoX. «Quando è stato pubblicato il primo singolo della sua release, Mandrill, mi è venuta subito in mente un’idea a cui avevo lavorato qualche tempo prima e che, insomma, mi pareva avesse una certa attinenza di spirito. In origine era una semplice idea parcheggiata lì, in attesa di un eventuale sviluppo; poi però ascoltando Mandrill ho intuito che quel materiale lì poteva essere buono per un potenziale remix proprio di quella traccia. Allora ho mandato a Martin un mp3…».

Questo mp3 Gore non solo l’ha ascoltato, ma ha pure deciso di dare il via libera a Cannone per farne un remix vero e proprio, cedendogli direttamente gli stem (gruppi di tracce audio del pezzo originale che possono essere manipolate, ndr). E finito questo remix, ha deciso di inserirlo nella versione definitiva del progetto. «I Depeche e lo stesso Martin Gore hanno una lunga storia di remix, ma lo standard richiesto è – diciamo così – particolare. Quel che conta è non assomigliare a qualcos’altro, ecco… Se succede, di solito è controproducente», spiega puntigliosamente Cannone.

«Quando si pensa al remix di un brano di musica elettronica è facile immaginare territori in qualche modo vicini alla dance. Io però non sono un dj e la mia indole da sound designer mi ha fatto prendere per il remix di Mandrill direzioni focalizzate principalmente sulla creazione del suono. La mia priorità è sempre quella di creare un ambiente sonoro emozionale. La mia versione di Mandrill è up-tempo con distorsioni anche estreme che si muovono su più piani sonori, cercando di ricreare un senso ipnotico, ruvido e tribale. Quello che mi premeva maggiormente era preservare lo spirito originale del pezzo, ma al tempo stesso cercare una nuova prospettiva totalmente originale. Sto leggendo le prime recensioni della stampa internazionale e la mia versione è da molti definita furiosa e brutale: mi piace come definizione perché era la mia intenzione e anche Martin stesso, quando l’ha ascoltata la prima volta, l’ha definita potente e industrial».

«Il brano» spiega «è stato realizzato interamente a Milano, nel mio studio, utilizzando diversi synth modulari con moltissimo processing analogico. Si è portati a pensare che la musica si crei solo con il computer, eppure le cose più interessanti e uniche avvengono quando si percorrono territori non convenzionali. Ci sono diversi artisti nel mondo che utilizzano ancora processori di segnale analogico per modificare e caratterizzare i suoni. Cioè un suono segue una serie di modifiche in ambito analogico – fuori dal computer – per renderlo unico seguendo il proprio istinto e propri mezzi analogici che, non essendo uguali, in quanto ognuno ha diversi processori, spesso utilizzati senza standard di massa come avviene con i computer, portano a realizzare dei suoni finali che sono per loro natura unici».

«È un approccio se vogliamo vintage», continua Cannone, «ma è quello che si è sempre fatto nei dischi storici che ancora oggi ascoltiamo e che spesso continuano a rapirci per il loro suono. Sono tutti processi che si fanno in tempo reale, lontano dalla logica del rendering veloce da computer e, se vogliamo, preservano in questo un certo romanticismo da artigiano. Un discorso simile si può fare per i synth modulari che permettono, di fatto, di creare generatori di suoni partendo da zero, disegnandoli nel dettaglio attraverso il collegamento fisico che cambia di volta in volta. I sintetizzatori modulari per loro natura spingono ad avere un approccio scientifico, perché bisogna sapere bene quello che si fa, ma “regalano” l’ignoto dell’interazione quando combinati fra loro dando luogo spesso a imprevedibili risultati timbrici».

La domanda è: ok la bellezza del remix (effettivamente, è molto interessante nel suo approccio techno e crudo), ma per farsi considerare così da Gore e da una macchina raffinata e sofisticata come la Mute bisogna avere delle credenziali. Quelle di Sabino Cannone alias MoReVoX stanno in un posto dove di solito, dall’esterno, non si va a cercare. Ma chi mastica musica di professione certe coordinate le conosce e frequenta invece eccome.

«Per me l’audio, inteso proprio nel senso tecnico del termine, è una forte forma di comunicazione di suo. Sono sempre stato affascinato dal potere emozionale già del semplice suono, e per questo l’ho esplorato negli anni in tutte le sue forme. Questo è il motivo per cui ad oggi sono riuscito a lavorare come sound engineer a oltre 300 album. Con MoReVoX, ho creato un marchio attraverso cui esprimere più specificatamente la mia personale visione di suono. Con questa identità sviluppo librerie sonore digitali, software e specifici sound design, come ad esempio l’ultimo – assolutamente custom ed immersivo – per conto del National Geographic, a Time Square, a New York».

Bisogna andare a scavare nei meandri delle riviste e pubblicazioni ultraspecializzate per ingegneri del suono per arrivare a scoprire che Cannone ha creato librerie sonore digitali (in primis legate ai ritmi, con attenzione maniacale alla gestione dei riverberi) e plug-in per entità di assoluto riferimento globale come Native Instruments, e usati da leggende come il producer Tchad Blake – un curriculum quasi irreale il suo, da Tom Waits e Costello agli Arctic Monkeys e ai Black Keys di Brothers – o da artisti come Peter Gabriel e, ecco qui, Martin Gore. Parlando con noi, Sabino può pure permettersi di buttare lì in scioltezza un «fra i producer che ammiro moltissimo c’è di sicuro David Kahne, produttore storico di Paul McCartney, Strokes, Regina Spektor. Lui è fantastico. Meno male ho la fortuna di lavorare con lui da tanti anni».

Il lavoro è lavoro, però. Soprattutto se nei confronti del suono hai questo approccio più tecnico che meramente artistico. E quindi non si vola solo altissimo, ma nel carnet di Cannone ci sono anche per dire gli Stato Sociale: nulla contro Lodo, Bebo e gli altri regaz, però insomma, tra loro e Tom Waits o Martin Gore il salto è abbastanza brusco. «Mi ritengo fortunato perché lavoro quasi sempre in contesti in cui è richiesta espressamente la mia visione. Non mi interessano gli stereotipi, e non cerco di replicare quello che è di moda. Mi piace approcciarmi senza freni mentali dettati da standard predefiniti, seguo per lo più l’ispirazione pura anche nel mio campo; ma questo è possibile solo se le persone con cui si lavora sono aperte abbastanza per navigare, a volte, nell’ignoto, per cercare la propria dimensione unica. Nel bene e nel male». Riassumendo: «Non faccio distinzione di generi, solo di attitudine. Lavoro con chi ha la propensione a cercare una propria espressione specifica». E sei bravo, preparato e fortunato Martin Gore li ascolta, gli mp3 che gli mandi una sera via mail. Li ascolta sì.

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