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Lionel Richie: «Perché dovrei ritirarmi? Il mio non è un lavoro»


Nessuna biografia celebrativa, nessun ritiro: Richie non ha ancora finito di vivere i suoi anni di gloria e starà sul palco fino alla fine. Dall’infanzia nell’America razzista al lato oscuro del successo, intervista a una leggenda

Lionel Richie

Illustrazione: Mark Summers per Rolling Stone USA

Quando gli chiedo che effetto gli fa avere 70 anni, Lionel Richie risponde in modo gioviale, ma risoluto. «Non penso affatto all’età o a invecchiare», dice dalla sua casa di Los Angeles. Il musicista vincitore di quattro Grammy, che ha venduto più di 90 milioni di album in tutto il mondo, non ha tempo per immaginare una biografia sui suoi anni di gloria, perché non ha ancora finito di viverli.

Prima della pandemia, Richie doveva partire per un tour europeo organizzato per replicare il successo della residency a Las Vegas. Poi c’è American Idol, dove dà consigli amabili e paterni insieme a Katy Perry e Luke Bryan. Oppure HELLO by Lionel Richie Eau de Parfum, un’essenza che “sprigiona aromi eleganti e sensuali”, una descrizione che si potrebbe tranquillamente applicare anche allo stesso Richie.

Non pubblica un album da Tuskegee (2012), ma non importa. Il co-autore di We Are the World ha scambiato il titolo di “cantante pop” con quello di “icona culturale”: un artista che ha messo una quantità straordinaria di forza di volontà nelle sue hit intergenerazionali e nel supporto a organizzazioni umanitarie. Nella nostra conversazione alterna un’umiltà ammirabile a un orgoglio più che meritato: è un settuagenario che non riesce a smettere di scherzare e che si circonderebbe solo di giovani per assorbire (e probabilmente superare) la loro energia e vitalità. «Con chi ho a che fare di solito?», chiede. «Beh, ci sono quelli della mia età… ma c’è un mondo di 18enni, 20enni e 35enni che mi parla ogni giorno. Ho una famiglia globale».

Chi sono i tuoi eroi e perché?
I miei genitori. Stanno alla base di tutto. Quand’ero bambino non avevo capito cosa stessero passando (nell’Alabama ai tempi della segregazione razziale, ndt). Ma crescendo ho realizzato con quali forze combattevano. La segregazione faceva parte della mia vita quotidiana, e non capivo come mai i miei genitori non mi parlassero mai delle loro sofferenze. Quando gliel’ho chiesto, hanno risposto: «Non volevamo che ti ponessi dei limiti».

Se l’avessero fatto, saresti cresciuto in un mondo pieno di barriere… 

Sì. Volevano che pensassi che potevo avere tutto. È solo al liceo che ho iniziato a vedere cosa stava davvero succedendo, perché a quel punto avevo cominciato a pensare con la mia testa. Chiamavamo Tuskegee “la bolla”. Se crescevi nella bolla, eri protetto dalla realtà di quegli anni. Scoprire la verità della loro storia ha cambiato la mia visione del mondo, ma sono felice di averlo scoperto dopo e non quando si stava formando la mia personalità.

Come vedi la “bolla” adesso? Era una cosa positiva o negativa?
Era molto positiva. Quando ho scoperto la verità ero arrabbiato, ma con il passare del tempo ho capito che senza la bolla non avrei mai scritto alcune canzoni. Non avrei mai guardato al mondo come faccio oggi. Sarei andato su un’altra strada, perché la realtà era cruda e amara.

Ricordi il primo episodio di razzismo che ti ha colpito?
Cynthia Dionne Wesley. C’era questo gruppo di ragazzini di varie città diverse, e lei era una delle ragazze. A un certo punto è sparita, e la mia famiglia mi ha detto che si era trasferita. In realtà era una delle bambine uccise nella strage di Birmingham del 1963. Quando l’ho scoperto, ho compreso quel che stava succedendo. Da quel momento ho voluto portare in giro il verbo del cambiamento. Ho scoperto che l’amore è il messaggio più importante, che bisogna guardare al mondo con le mani aperte e non serrando i pugni.

Una volta hai raccontato una storia simile su Nelson Mandela…
L’ho conosciuto alla fine della sua vita, quando è uscito di prigione, e sono rimasto colpito da come avesse scelto l’amore invece dell’odio. Quando l’ho incontrato per la prima volta, si è avvicinato e mi ha detto: «Ragazzo, vorrei ringraziarti per le tue parole e la tua musica, perché mi ha aiutato negli anni passati in prigione». Mi sono messo a piangere, non riuscivo a smettere.

Come si risponde a un complimento simile? 

Non si dice nulla. Io piangevo e non riuscivo a smettere. Ma insomma, uscire di prigione con quella lucidità e con un messaggio come il suo è semplicemente incredibile. Mi ha davvero reso umile: era un uomo presente a se stesso, non ne era uscito distrutto.

Qual è il miglior consiglio che hai mai ricevuto? 

Mio padre diceva sempre: «Qual è la differenza tra un eroe e un codardo? Sono entrambi spaventati a morte, ma il primo ha fatto un passo avanti, il secondo indietro». Ogni volta che ho dei dubbi su me stesso, penso: «Per dio, fai un passo avanti».

Dopo 50 anni di concerti hai ancora paura di salire sul palco? 

Guarda, so che suona strano, ma per me gli artisti sono maniaci egocentrici con il complesso d’inferiorità. Tutte le volte che dici a un artista: «Wow, hai spaccato», dentro di lui c’è una voce che ripete: «Non so, sarà vero? Non ne sono sicuro». C’è tanta gente che ti guarda e che si aspetta molto da te, e non puoi fare marcia indietro e dire: «No, stasera sono troppo spaventato». Non è quello che vogliono sentirsi dire. Per questo, devi fare un passo avanti.

Che cosa avresti voluto sapere sull’industria discografica quando eri agli inizi? 

Sono entrato nel giro fidandomi di tutti. Adesso ho un motto: nell’industria ci sono papponi, truffatori, puttane e ladri. E poi c’è il lato oscuro. L’ingenuità è grandiosa, ti aiuta all’inizio, ma poi devi farti furbo.

Qual è la parte migliore del successo? E la peggiore? 

La parte migliore è vincere. Tutti vogliono diventare famosi. Tutti vogliono i soldi. La peggiore è che quei soldi, il potere e il successo non possono cambiarti, ma solo amplificare quello che sei. Se sei un po’ un gangster, diventerai un grosso gangster. Se sei un po’ uno stronzo, diventerai un grande stronzo. Se sei un bravo ragazzo, sarai fantastico. La parte peggiore, insomma, è che finisci per scoprire chi sei davvero. E quando succede non sono in molti a sopravvivere.

Ma sei famoso da 50 anni. Parlami di…
Dillo, lo devi dire. Cento anni. Cento anni! (Ride)

Quando ti sei abituato al successo? 

Non ti abitui mai perché cambia tutto di continuo. Pensi di ritirarti a 40 o 50 anni, poi le cose vanno avanti. Sono più a mio agio con la fama da una quindicina d’anni, non di più.

Nel 1987, al picco della tua carriera, ti sei preso una lunga pausa per stare con tuo padre, che all’epoca era molto malato. È stata una decisione difficile?
Non sapevo che quella pausa mi avrebbe salvato la vita. Non era nei piani. Andavo veloce come un razzo, e sapevo che con un altro album non avrei avuto tempo per stare con mio padre, quindi mi sono fermato. Sono successe tre cose: ho vissuto quello che stava vivendo lui, ho divorziato e mi sono operato alle corde vocali. Qualcuno una volta ha detto: «È impossibile colpire un bersaglio in movimento, ma quando resti fermo sanno tutti dove sparare». Beh, sono stato colpito da tutto nello stesso momento.

Pensi davvero che se avessi continuato la tua vita sarebbe stata in pericolo? 

Sì, sì. Ricorda: il successo non ha odore né sapore. Non puoi vederlo. Non puoi sentirlo. Mi segui? Un giorno pensi: ma come mai non sono tutti qui con me? La risposta è che stai andando troppo veloce. A un certo punto… avevo perso 20 feste di famiglia, 20 cene di Natale. Ho pubblicato hit per 20 anni, ma ho perso compleanni, matrimoni, funerali. Non sapevo nemmeno chi fosse morto. Nel frattempo, però, stavo volando.

Spesso al successo si accompagnano gli eccessi. Qual è l’acquisto più indulgente di tutta la tua carriera? 

Probabilmente il mio primo divorzio (Ride). È stata un’altra grande lezione di vita.

Non c’è un modo semplice per fare questa domanda, quindi sarò diretto. Qual è il segreto per dei baffi perfetti come i tuoi?
Posso rispondere. Oltre a tagliarli, uso le pinzette.

È questo il segreto?
(Abbassa la voce a livelli incredibilmente romantici e sensuali) Le pinzette sono la chiave.

Due anni fa hai detto: «Sono dipendente dalla fatica. Amo l’adrenalina». Come fai a rilassarti?
Ci ho rinunciato. Sono un iperattivo. Anni fa, ho detto a un mio amico che sarei diventato più serio, che avrei iniziato ad abbassare il ritmo. Lui mi ha risposto: «Lionel, se dovessi farlo tutti penseranno che c’è qualcosa che non va, che stai prendendo un qualche tipo di medicina» (Ride). Sono sempre stato così.

L’anno scorso hai compiuto 70 anni. Qual è il segreto per restare giovanI? 

Devi svegliarti ogni mattina inseguendo la tua passione. Devi avere qualcosa che ti faccia pensare: «Cazzo, non riesco ad aspettare».

Qualcuno una volta ha detto: «Un attore non si ritira, muore». Pensi mai a quando smetterai sul serio?
Dovranno portarmi fuori di peso. Da cosa dovrei ritirarmi? Non ho un lavoro. Chi lavora pensa alla pensione. Io sono lo stesso ragazzino di 19 anni che suonava con i Commodores. Devo ammettere che ila qualità dei viaggi è migliorata, ma l’avventura e il divertimento sono gli stessi. La gente dice: «Ma suoni sempre le stesse cose!». No, sbagliate, io non ho mai suonato nel 2020. L’ho fatto nel 2019, ma non quest’anno, e aspetto il 2021, il 2022 e il 2023. È tutta un’enorme ricreazione.

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