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L’intervista inedita e le lettere perdute di Bob Dylan

Per quasi 50 anni, nessuno ha potuto leggere il carteggio e le lunghe e illuminanti conversazioni fra l'artista e l'amico Tony Glover. Li trovate qui per la prima volta ed è un Dylan insolitamente aperto

Bob Dylan nel 1970

Foto: Al Clayton/Courtesy of Sony Music Entertainment

Il 18 marzo 1971, Bob Dylan si è seduto nel suo ufficio a Manhattan, ha messo i piedi sulla scrivania e strimpellando la chitarra si è aperto come raramente aveva fatto prima, forse mai. L’ha fatto col vecchio amico Tony Glover nella prima di quattro interviste che i due avrebbero fatto quell’anno. In quell’occasione Dylan ha parlato dei fischi ricevuti a Newport nel 1965 («una serata strana»), della scrittura di Subterranean Homesick Blues («la satira di un ragazzo matto»), della sua musica («il mio lavoro è sempre in movimento») e del dottorato onorario a Princeton («una laurea strana, non serve a niente»). Sentendosi ingiustamente analizzato da critici stupidi che usavano i suoi testi per trarne informazioni sulla sua vita, ha tirato in ballo Johnny Cash: «Credete che abbia sparato davvero a un uomo a Reno? O che Paul Simon si stenderebbe sul fiume Hudson per farsi usare come ponte?». In totale, le interviste sono durante tre ore e mezza. Non erano mai uscite, fino ad ora.

In quelle chiaccierate l’energia nervosa del decennio precedente sembra svanita. Dylan è sereno e colto, disposto a gettare luce su cose che non aveva mai spiegato fino in fondo. Si sentiva a suo agio con Glover, armonicista blues e musicologo anche lui del Minnesota. Era una delle poche persone con cui Dylan si era tenuto regolarmente in contatto dopo aver lasciato Minneapolis per New York. Nel programma per il Newport Folk Festival del 1963, aveva scritto che Glover era «un amico in tutto e per tutto, sente e pensa e parla e agisce proprio come me».

L’idea di Glover era di usare le trascrizioni delle interviste – annotate e rivedute di suo pugno da Dylan – per un articolo su Esquire. Alla fine non se n’è fatto nulla perché Dylan aveva perso interesse nella cosa. Glover, che è morto nel 2019, ha tenuto per sé registrazioni e trascrizioni, oltre a quattro lettere e a un tesoro di altri cimeli dylaniani cumulati negli anni. Oltre alle interviste, ci sono anche sei registrazioni di telefonate tra i due effettuate tra il 1966 e il 1971.

Il 19 novembre, la RR Auction di Boston venderà questa collezione storica a nome della vedova di Glover, Cynthia. È una macchina del tempo eccezionale, che porta dritti nella testa di Dylan subito dopo la controcultura degli anni ’60, un’era che, dal porto sicuro del 1971, Glover aveva definito «parecchio distruttiva, un periodo che ha annientato menti, corpi e anime».

L’amicizia tra Dylan e Glover era nata attorno al 1960, più o meno nello stesso periodo in cui Dylan aveva smesso di frequentare l’Università del Minnesota per suonare il folk nei club di Minneapolis con Spider John Koerner, Dave Ray e lo stesso Glover. Tutti e tre avevano fatto carriera nelle Twin Cities e non solo. Glover suonava l’armonica in un modo tutto suo e sarà fonte d’ispirazione per Dylan, per i Rolling Stones e per i Doors. «Tendevo a fare cose semplici», ha ricordato Dylan in Chronicles parlando dei suoi giorni a Minneapolis. «Non ero in grado di suonare come Glover, né ci provavo. Suonavo come Woody Guthrie, fine. Il modo in cui suonava Glover era noto in tutta la città, mentre nessuno parlava di me». 

Dylan viveva già a New York quando Glover gli ha proposto la serie di interviste. Solo a lui avrebbe ammesso che l’idea di ascoltare i suoi capolavori anni ’60 come Bringing It All Back Home e Highway 61 Revisited lo spaventava. «Non canti canzoni come quelle se hai una vita normale», ha detto Dylan. «Per essere così forte in quel campo, devi essere molto debole in altre cose». Il tono delle loro conversazioni – pubblicate per la prima volta qui su Rolling Stone – è sempre amichevole e scherzoso. Per la maggior parte del tempo, Glover cerca di mantenere un approccio cronologico: comincia con l’addio di Dylan a Minneapolis nel gennaio 1961 per incontrare il suo idolo Woody Guthrie al Greystone Park Hospital di Morris Plains, New Jersey, e termina con la pubblicazione del Greatest Hits Vol. II nel 1971.

Glover sapeva che l’incontro con Guthrie era stato particolarmente importante per Dylan. Nella prima intervista gli chiede se in ospedale Dylan ha incontrato altri musicisti in attesa di parlare con Woody. «Non ne ho visto nessuno, ma ho visto molti altri uomini. L’unico posto in cui ci si poteva incontrare era la sala d’attesa. Ci saranno stati 50 o 60 uomini in pigiama seduti lì. C’erano carte da gioco ovunque. Più di ogni altra cosa ricordo l’odore di quel posto».

Immaginando la scena, Glover ha detto che doveva essere stato difficile parlare faccia a faccia con Guthrie in un ospedale sovraffollato. «Non c’era molto da dire, in realtà. Lui voleva ascoltare le sue canzoni e io gliele suonavo. Le sapevo tutte all’epoca. Sapevo qualcosa come 75 sue canzoni. Quindi anche andando tutti i giorni non esaurivo mai il repertorio». A un certo punto, Guthrie ha suggerito a Dylan di incontrare sua moglie Marjorie ad Howard Beach, nel Queens, affinché ascoltasse alcuni suoi inediti. «Ho preso la metropolitana fino al capolinea, era parecchio lontano», ha ricordato Dylan. «E dopo essere sceso dalla metro ho camminato nel fango. Era febbraio, credo. Alla fine di un lungo viaggio sono arrivato alla casa. Quella parte me la ricordo più di quanto non mi ricordi i giorni con Woody stesso, perché andare a trovarlo era stato decisamente più facile. Non sarebbe stato facile se fossi stato in California o nel Midwest, ma se eri lì praticamente chiunque poteva andare a trovarlo in ospedale. Chiunque poteva andare in visita tra le 2 e mezza e le 5. Beh, io ero andato a New York proprio per incontrarlo, ci tenevo molto. E l’ho fatto. Sono stato in città tre giorni e poi me ne sono andato. La sensazione di gioia che ho provato mi ha accompagnato a lungo».

Foto: Nikki Brickett/RR Auction

Glover ha poi domandato come Dylan era arrivato a New York la prima volta. «Ho fatto l’autostop da St. Paul e mi sono ritrovato a Madison, in Wisconsin. È il destino che mi ci ha portato, io non ne avevo idea. È stato un colpo di fortuna. Sono sceso dall’auto e ho incontrato dei ragazzi che suonavano la chitarra. Sono stato da quelle parti per qualche giorno… non ricordo quanto. Poi abbiamo trovato un passaggio da Madison fino a New York, credo». Lasciare il Minnesota era per Dylan l’unica opzione possibile. «Me ne dovevo andare. L’unica altra opzione era vendere camicie o lavorare in miniera oppure diventare pilota d’aereo… non è che volessi diventare James Dean, ma c’è stato un periodo in cui non m’importava di nessuno, tranne Guthrie».

Dalle risposte di Dylan emerge un senso di quiete e cameratismo. È come se fosse precipitato dalle cascate del Niagara chiuso dentro una botte e ora fosse in un luogo sicuro a godersi il tramonto. Dylan si illumina quando la conversazione si sposta su leggende della musica come Sonny Boy Williamson, Little Walter, Howlin’ Wolf ed Ernie Freeman. Meno quando si parla dei suoi dischi. «Non potrei mai riascoltare i miei album prima del, poniamo, 1969. Non li ho mai sopportati. Li ho sempre odiati. Penso che ci sia del buono e del cattivo in ognuno di essi, no? Io la vedo così».

Glover faceva il critico per Little Sandy Review, Sing Out!, Hullabaloo/Circus e Rolling Stone, e Dylan si divertiva a farsi raccontare pettegolezzi su quel che succedeva nell’industria musicale. La sua curiosità forse era alimentata all’isolamento che si era autoimposto. Preferiva leggere la Police Gazzete che la rivista, Rolling Stone, che aveva stroncato il suo album doppio Self Portrait e aveva pubblicato una “non intervista” (presumibilmente si riferiva a una copertina del magazine del 1969).

Dylan era ancora furioso con Newsweek per aver pubblicato un pezzo del 1963 in cui si metteva in dubbio l’autenticità delle sue storie sulla strada. Ed era sconvolto che Time avesse di recente definito il suo amico John Lennon «ridicolo» e «un punk» in un articolo. «L’hanno voluto colpire». Quando Glover solleva la questione del perché Lennon ha cantato che non crede in Zimmerman nel brano God contenuto nell’album John Lennon/Plastic Ono Band, Dylan scoppia a ridere. «È un problema suo, non mio», per poi aggiungere: «beh, guarda, John Lennon è dentro a quella roba, togliersi i pantaloni, capito? È com’è fatto lui. Il suo album parla di cose del genere. Chissenefrega, no?». 

Glover ha raccontato di quanto stupidi erano sembrati Lennon e Yoko Ono al Dick Cavett Show comportandosi come se grazie all’LSD potessero portare la pace nel mondo. «L’ho visto anch’io. Non potevo crederci», ha risposto Dylan ridendo. «Quando è finito mi è venuta voglia di lanciare qualcosa contro la tv. Sono andato a letto incazzato». 

Al contrario, quando si parla di George Harrison, Dylan non trattiene complimenti sinceri. Non solo l’ex Beatle aveva organizzato un concerto per il Bangladesh al Madison Square Garden il 1° agosto 1971 – Dylan vi ha partecipato suonando versioni raffinate di Just Like a Woman e Mr. Tambourine Man – ma l’aveva fatto con grande integrità. «George è stato fantastico. Già solo il fatto che l’abbia fatto è incredibile». Allo stesso modo, l’album triplo Bangladesh pieno di materiale originale di Harrison tratto dal concerto aveva lasciato Dylan senza parole. «Ha un gran suono. Metti su il disco e sei quasi trasformato. Sei lì. Non riesci a uscirne subito quando togli la puntina dal disco. Davvero. È riuscito a mettere insieme in modo coeso un grande suono e ci sta sopra in modo perfetto, tutto il tempo. È stato l’unico a parlare, io non ho detto niente. Ha indossato una giacca, è salito sul palco, e ha detto: “Ora fate silenzio, c’è Ravi, fate attenzione”. Lennon non l’avrebbe mai fatto».

Ponendo le domande con garbo, Glover ha chiesto come mai avesse cambiato il suo cognome da Zimmerman a Dylan, un argomento delicato per qualsiasi altro intervistatore. Forse, ha detto Glover, era preoccupato che l’antisemitismo gli avrebbe danneggiato la carriera? «C’è discriminazione nei confronti degli ebrei», ha risposto Dylan. «Tanta gente pensa che gli ebrei siano tutti banchieri e mercanti e venditori di orologi. Che abbiano la coda o mangino le bambine o cose del genere. Un sacco di gente lo pensa e bisogna farle capire che non è così». Alla fin fine, ha detto, ha scelto il nome Dylan per crearsi un’identità dinamica nello showbiz. «Mi ha permesso di ritagliarmi il ruolo di Guthrie, con più carattere. Mi permetteva di non dovermi sentirmi ricordare cose che non volevo che mi si ricordasse. Dovevo essere libero di imparare a fare musica, libero di imparare la tecnica». 

Non completamente soddisfatto, Glover ha chiesto delle origini della figura folk chiamata Dylan. «Il personaggio che ha preso il nome di Dylan», ha risposto Dylan un po’ annoiato. «Intendo dire che non avrebbe funzionato se mi fossi cambiato il nome in Bob Levy o in Bob Johnson o in Bob Doughnut. Non avrebbe funzionato. Doveva esserci qualcosa che gli desse una dimensione extra».

Bob Dylan e George Harrison. Foto: Bill Ray/The LIFE Picture Collection/Getty Images

Dylan si era accorto che nonostante il debutto del ’62 non avesse venduto bene, riceveva posta dei fan da «posti molto strani», come «piccole città dell’Idaho, o Michigan, Ohio, Louisiana, Florida, posti piccoli di cui non si sente mai parlare». Quel feedback positivo gli aveva dato la forza per continuare. Sia Glover che Dylan erano d’accordo nel dire che era stato The Freewheelin’ Bob Dylan, con la hit Blowin’ in the Wind, a trasformare Dylan nella nuova promessa del folk revival. Glover ha chiesto com’era nata la sua canzone più famosa. «Scrivo canzoni ogni giorno, alcune le ricordo, altre no. All’epoca l’idea era di scrivere quanto più possibile, al punto da avere una canzone nuova per ogni concerto. Scrivevamo di continuo. Lo facevano tutti. Scrivevamo canzoni come macchine. Blowin’ in the Wind è stata un colpo di fortuna, perché è rimasta. Ma probabilmente ne avevo scritta un’altra la sera prima, e forse un altro paio il giorno dopo, ma nessuno le ha mai ascoltate perché erano nello stesso stile. Per me era una canzone come un’altra. È diventata famosa perché la cantavano in tanti».

Per fare un esempio, Dylan ha spiegato che la surreale A Hard Rain’s A-Gonna Fall era stata scritta per «restare sulla carta» senza diventare una canzone. «È stata una svolta, grazie alla sua forma», ha detto Dylan, insistendo nello spiegare che il testo apocalittico non aveva niente a che vedere con la crisi dei missili di Cuba. «Quella canzone esisteva grazie a quella nuova forma, per me all’epoca era una novità. Quel “da-da-da, da-da-da, da-da-da” era ipnotizzante. Quando la cantavo finivo in trance. Mi ha liberato dalla necessità di cantare in rima e ricordare le rime, oltre alla storia e ai dettagli più intricati. Ci riesci quando ci sei dentro, ma quando passi oltre fatichi a ricordare tutto. Insomma, l’ho fatto per scrivere, per me il divertimento è stato scriverla. È questo che mi ha fatto andare avanti».

Preoccupato per la sua sicurezza personale, Dylan ha raccontato a Glover la storia inquietante di A. J. Weberman, lo stalker che si spacciava per giornalista e che aveva minacciato la sua famiglia e rovistato nella sua spazzatura per scrivere articoli orribili. Per Dylan era la prova della corruzione di alcuni reporter. «So cosa c’è nella mia spazzatura, chissà com’è stato rovistarla. Abbiamo due figli in età da pannolini. La spazzatura è piena di quella roba puzzolente». Dylan aggiunge che il suo amico bohémien David Blue – un musicista folk del Village sotto contratto con l’etichetta Elektra – l’aveva messo in guardia sui matti che giravano per la California del Sud dando il tormento ai musicisti rock in modo aggressivo. «Sono fissati con Gesù, c’è tanta gente fissata con Gesù che ti ferma per strada», ha detto a Glover. «A Joni Mitchell e Neil Young succede di continuo e non sanno che fare. Blue mi ha raccontato di un tizio che ha contattato Neil. Lui aveva scritto una canzone con le parole “violino d’argento”, e il tizio si è presentato dicendo che parlava di lui. Non riuscivano a liberarsene. Ma insomma, capisco perché succede, a noi è successo per anni su a Woodstock… È un’assurdità».

Famoso per dissimulare e nascondere i suoi pensieri, Dylan era disposto a gettare luce sul modo in cui scriveva le canzoni e, in misura minore, su cosa lo ispirava a scrivere i testi. «Le canzoni di John Wesley Harding erano tutte scritte in forma di poesia, la musica è arrivata dopo. In Nashville Skyline è stato l’esatto opposto. La melodia c’era già, e ha cambiato le cose. Se isoli le parole del disco per un attimo, pensi solo al suono della voce e alla linea vocale, anche se non sai l’inglese e senti solo il suono, corrisponde molto bene al significato delle parole. È tutto materiale sognante, gentile, una musica piacevole, credo».

Glover era curioso di sapere che cosa aveva scatenato la rabbia che l’aveva portato a scrivere Like a Rolling Stone. Ce l’aveva con una donna o con il sistema? «Era… è la rabbia che provi quando entri in un negozio, chiedi un cacciavite e ti rispondono dopo un’ora», aveva detto Dylan ridendo. «Poi vai a mangiare qualcosa e vedi che il tuo piatto è una merda. Vai al cinema e ti siedi su una poltrona inzaccherata. Esci, fai un giro e l’auto si rompe. Con chi te la prendi? Non parla di una persona in particolare».

Foto: Nikki Brickett/RR Auction

Cinque mesi prima dell’intervista con Glover, Dylan aveva pubblicato l’album New Morning, che conteneva la splendida Sign on the Window. Nell’intervista ha spiegato che parlava della città di Le Sueur, sul fiume Minnesota, dove i migranti raccoglievano grano e piselli per la Green Giant. Ha poi raccontato nei dettagli che cosa ispirava la sua scrittura. Lay Lady Lay non è stata scritta per il film Midnight Cowboy, come si è detto per anni, ma per Barbra Streisand. Quando Glover ha tirato fuori la teoria secondo cui It’s All Over Now Baby Blue parla della fine del capitalismo, Dylan ha smentito. «Ci credi se ti dico che l’ho scritta per David Blue?». Quando gli ha chiesto se Mr. Tambourine Man parla in qualche modo di droga, Dylan ha sbottato: «sono stronzate senza senso». Gates of Eden parla del Muro di Berlino? «Pensavo all’Eden, tutto qui». Quando gli ha chiesto quali canzoni metterebbe nel suo greatest hits, Dylan ha tirato fuori One of Us Must Know (Sooner or Later) e Leopard-Skin Pill-Box Hat, entrambe da Blonde on Blonde. «Quello è un grande disco. Ogni tanto lo ascolto, so che non riuscirò a fare di meglio».

Quando Glover ha chiesto se considerava Jack Kerouac un «grande scrittore», Dylan l’ha corretto: «Era un autore d’intrattenimento, non lo definirei grande. Non creava suspense. Non raccontava grandi storie. Non ti dava nulla che ti sarebbe rimasto dentro per settimane, non ti cambiava. Ricordo di aver letto Sulla strada, anni fa e l’ho rifatto di recente. Non c’è stato alcun cambiamento. Quando ho letto la storia di Isaac Singer Lo schiavo, invece, ci ho pensato per mesi».

Per quanto riguarda il suo romanzo Tarantula, uscito nel 1971, Dylan pensava che «non fosse affatto ben scritto, ma era pieno di energia». Ammirava gli articoli di Norman Mailer sull’incontro tra Muhammad Ali e Ali-Joe Frazier, ma non aveva retto il suo pezzo sull’Apollo 11 per Life. «Non sono riuscito a finire quella roba sulla Luna, non mi ha fatto scattare nulla, però amo come scrive», aveva detto, scatenando un botta a risposta sull’esplorazione dello spazio.

«Il fatto che un uomo abbia camminato sulla Luna non significa nulla per te?».
«No, sinceramente no», ha risposto Dylan. «Significa solo che l’uomo può camminare sulla Luna».
«Nient’altro?».
«Che altro potrebbe significare?».
«Beh, è un primo passo verso Marte e Plutone…».
«Se riusciranno a camminare su Marte, potranno farlo anche su Plutone?».
«Ti infastidisce l’idea che un giorno potrebbero esserci stand di hot dog sulla Luna?».
«Mi infastidisce il fatto che stiano spendendo un sacco di soldi per farlo».

Glover, che aveva carta bianca per andare sul personale, ha poi chiesto a Dylan della famosa performance al Newport Folk Festival del 1965, quando accompagnato da una band elettrica è stato accolto dalle proteste dei puristi del folk. Secondo alcuni, Dylan era sconvolto fino a piangere nel backstage. «No, non ho pianto. Era Pete Seeger quello che piangeva». L’immagine di Seeger che si dispera chiuso in auto, coi finestrini alzati, è impressa nella sua memoria. «La gente batteva sui finestrini – “Esci Pete, esci!” – e lui continuava a piangere. Quindi sono tornato sul palco da solo e ho cantato Mr. Tambourine Man e Baby Blue, perché questo volevano sentire. Erano come dei bambini. Volevano sentire la loro cosa e gliel’ho data. All’epoca sapevo che erano solo un mucchio di stronzi, ho pensato: “Chissenefrega! Se è questo quello che vogliono vai a cantargli la ninnananna”».

Glover ha chiesto se quell’esperienza aveva contribuito a dare vita alla rabbia dei testi di Highway 61 Revisited, che ha registrato nello stesso periodo. «La cosa di Newport… non saprei, non sono mai stato un professionista dell’intrattenimento», ha risposto Dylan. «Per gente come Steve Lawrence e Robert Goulet ricevere quei fischi dal pubblico di Newport sarebbe stato un duro colpo, avrebbe messo a repentaglio le loro carriere. Per me era una cosa come un’altra. La mia vita era così, non mi importava dei fischi. C’erano alti e bassi».

La conversazione è piena di ricordi rock’n’roll. Il 4 ottobre 1971, Dylan aveva portato la moglie Sara a vedere il concerto di David Crosby e Graham Nash alla Carnegie Hall. L’aveva trovato deludente: troppa nostalgia, pacchianeria e droga per i suoi gusti. «L’intera sala era diventata come il Fillmore. Eravamo alla Carnegie Hall e c’era gente che pippava cocaina nei corridoi, tutti si passavano canne… era incredibile». L’armonia a due voci era troppo dolce per i suoi gusti e l’apparizione di Stephen Stills e Neil Young non aveva aiutato. «Hanno cantato solo una canzone, Helpless. Ripetevano quella parola all’infinito», ha detto ridendo. «Dopo un po’ mi ha depresso. Volevo alzarmi e gridare: e dai, cazzo!».

Dopo il concerto, Bob e Sara sono usciti dalla Carnegie Hall e hanno visto gli ambulanti vendere i bootleg delle sue nuove canzoni e dei concerti. «L’altra sera passeggiavamo per la 7th Avenue e all’angolo c’era un tizio che vendeva bootleg. Li smerciava lì per strada», ha raccontato furioso. «Ce n’era anche uno mio, si chiamava Zimmerman. L’ho notato con la coda dell’occhio mentre lo superavamo, e ahhh… io e mia moglie siamo tornati indietro e gli ho detto di darmelo. Lei gliel’ha strappato dalle mani e ha gridato: “Teppista!”. Ce lo siamo presi e siamo andati via».

Foto: Nikki Brickett/RR Auction

Oltre alle registrazioni delle interviste, tra gli oggetti più interessanti messi dell’asta ci sono quattro lettere che Dylan indirizzò a Glover tra il 1962 e il 1964, piene di racconti franchi sull’inizio della carriera e le sue influenze. In una missiva del 1962, Dylan si entusiasma parlando di un concerto di John Lee Hooker al Gerde’s Folk City (il locale dove ha suonato il suo primo concerto da professionista, nel 1961), e racconta la scrittura «di una nuova canzone intitolata The John Birch Paranoyd Blues». Le lettere del 1963 e 1964 documentano la trasformazione di Dylan dal Woody Guthrie del Midwest al compositore di Desolation Row, forniscono informazioni importanti sulle prime session in studio, sulla scrittura, le accordature delle chitarre, la relazione con Joan Baez e il leggendario incontro con i Beatles. Due note manoscritte sono incluse nella custodia di due nastri contenenti i primi mix di registrazioni del 1971 (tra cui I Shall Be Released e You Ain’t Goin’ Nowhere) che Dylan aveva spedito all’amico per avere un parere. L’archivio di Glover si chiude con una delle copie su nastro da un quarto di pollice dei Basement Tapes.

Il 20 gennaio 1962, Dylan scrisse a Glover dopo avere tenuto alcuni concerti di successo al Greenwich Village. Raccolta inorgoglito di aver imparato la sua arte dai grandi del blues come John Lee Hooker e Rev. Gary Davis. Aggiunge con tono comico che il loro comune amico e musicista di Minneapolis, Dave Ray – il chitarrista del trio Koerner, Ray and Glover, che entusiasmarono la critica con l’album del ’63 Blues, Rags and Hollers – si sarebbe dovuto trasferire al Village per studiare con quei maestri:

Ehi ehi ehi eccomi qui a scriverti una lettera. Sono tornato in quella città e sto pensando alla musica per armonica che stai facendo laggiù in quel buco, mi ha fatto riflettere e raccontare alla mia brava ragazza di quell’armonicista che conoscevo. Ho cercato ovunque, in centro e in periferia, quel libro che volevi e non riesco a trovarlo, mi sento in colpa. Te lo mando appena lo trovo. Ho visto il vecchio Dave Ray e l’ho presentato a un po’ di gente. Una sera siamo andati a vedere John Lee Hooker suonare il blues al Folk City. Il vecchio Dave canta e suona meglio ogni giorno che passa. A volte penso che se non fosse per New York mi trasferirei qui… la settimana scorsa ero a Schenectady a cantare e suonare, avevo speso talmente tanti soldi che sono finito in quel buco e ho dovuto suonare una sera in più per pagarmi il ritorno a New York. Spero di prendere un appartamento, in futuro, così se passerai da queste parti potrai venirci e sarà come casa tua – fa più freddo, adesso, e senti il vento fin dentro le ossa – quando camminerai per la strada penserai che sarà come stare in una palude. Presto porterò Dave Ray a vedere Gary Davis: Dave diventerebbe automaticamente 10 volte migliore.

Dylan chiude la lettera dicendo a Glover di «salutargli il fiume Mississippi» e citando Guthrie: «Questo mondo è tuo. Vacci piano, ma prenditelo». E aggiunge: «La mia ragazza dice che non è educato firmarsi con nome e cognome con gli amici, quindi: io, Bob».

Il 16 febbraio 1962 Dylan inviò a Glover una lettera dal Normandie Hotel di San Juan, a Porto Rico. Era indirizzata alla città di “Minneapolice”. Era eccitato da una sua nuova canzone satirica di protesta, Talkin’ John Birch Paranoid Blues, che aveva scritto dalla prospettiva di un estremista di destra convinto che i comunisti si stessero infiltrando negli Stati Uniti.

Parte della lettera dice:

Non c’è tanto lavoro in giro e non sto facendo nulla, scrivo e perdo tempo – abbiamo messo un divano in una stanza – mi piacerebbe sapere quando verrai.

Mi piacerebbe anche sapere perché quella Mississippi non ha risposto, forse è arrabbiata per aver cacciato [David] Whittaker da quel posto. Le cose vanno male dappertutto, di questi tempi. Ho scritto un nuovo pezzo chiamato The John Birch Paranoyd Blues.

Dave Ray lavora ancora in quel buco del Gaslight. Tempi brutti anche da quelle parti.

Per ora è tutto, sbrigati a rispondermi e a dirmi quando verrai – portati un mucchio di soldi, riempici il camion, ci serviranno per il riscaldamento quando sarai qui – il legno costa dannatamente tanto di questi tempi.

Dylan chiude con una citazione di Woody Guthrie: «A volte mi sento come sporcizia che cammina».

Dylan con Glover e Mimi Fariña nel 1964. Foto: John Byrne Cooke Estate/Getty Images

Poco prima di pubblicare Freewheelin’, Dylan doveva suonare Talkin’ John Birch all’Ed Sullivan Show, una scelta su cui tutte le parti sembravano d’accordo. Il giorno delle riprese, però, gli avvocati della CBS avevano preteso che facesse un altro brano per paura di una potenziale causa di diffamazione da parte della John Birch Society. Dylan rifiutò di essere censurato e se ne andò.

Qualche settimana dopo, nel maggio del 1962, Dylan ha mandato a Glover un testo inedito scritto per onorare Big Joe Williams, il bluesman rude e stravagante che era diventato il suo nuovo eroe. Dylan e Glover avevano appena visto Guthrie al Brooklyn State Hospital. Williams era l’autoproclamato re della chitarra a nove corde e aveva reso popolari gli standard Baby Please Don’t Go e Crawlin’ King Snake. Dylan aveva appena suonato l’armonica e cantato insieme a lui in un disco registrato a Brooklyn. Il testo inviato a Glover recita:

Ho gli occhi crepati, credo mi abbiano incastrato / Non credo di ricordare il suono del mio nome / Cosa ti ha insegnato, ho sentito qualcuno gridare / Ti ha insegnato a liberarti di te stesso / Ti ha insegnato a rivelare, rispettare e convertirti al blues? / No Jack mi ha insegnato a dormire nei miei panni.

Dylan lascia andare ogni freno creativo in una lettera datata 6 dicembre 1963, due settimane dopo l’assassinio di John F. Kennedy a Dallas. Ispirate al poeta simbolista francese Arthur Rimbaud e alla figura simbolo del dadaismo Tristan Tzara, le parole di Dylan sono piene di libertà improvvisata, astrazioni letterarie e caloroso fascino del Midwest.

“Amico quella roba mi ha sorpreso sì / Sto camminando leggero perdendo la strada / cercando di non essere sorpreso o colpito quando / la porta sbatterà. Una grande porta. Viene da Edgar Allen Poe a volte… / sì potrei dire che ho bisogno di un armonicista / ma mentirei / e ti ingannerei vorrei averlo fatto… / vorrei averlo fatto davvero… ma non suono blues alla chitarra / non suono più neanche la roba del sud / le corde della mia chitarra sono sfuggite alla mia vista / restano con me come amiche / come un amico che è qui di fronte a me / che mi fa sembrare migliore… / e adesso sto imparando a non averne bisogno / e presto mi aspetto di gridare le mie parole senza di lei. Perché i colori stanno svanendo / da me e presto svanirò nel foro di risonanza / e non resteranno che scarne nude svestite oscene colorate / canzoni… sì forse folli… ah / mi chiedi dell’armonica / Io non riesco neanche a pensare che c’entri l’armonica con / me… ha il maledetto lavoro di cercare di incontrarmi … oh povera la mia armonica / Sono uno scrittore sono onesto / non voglio far soffrire nessuno o salvare nessuno salvo chi / corre contro la natura / è una grossa natura… a volte una natura circo / altre una natura tribunale / ma sopra a tutto c’è la mia natura / e ne ho parecchia / come chiunque altro / e difenderò il mio tribunale da clown / con gli occhi di un avvocato / non ho abbastanza pane questo mese / il mese scorso ho dato troppi soldi alla SCC o come diresti tu / SNCC… / finirò pieno di debiti col governo / soldi che non ho / dovrò pagare il mese prossimo / Non so come troverò quel tipo di pane / ma cristo dovrei farcela non credi? / Forse in febbraio / andrò a Woodstock per finire il mio libro / Il mio amico guardava New York / dall’Empire State… ha visto strani pesci nell’Hudson e pensava all’inghilterra / deve fare tanta strada ma sì. Ah / Sue dice che dovrei prendere un altro cappotto / io scuoto la testa e le porto le costolette rimaste / la disgustano e se ne va in modo silenzioso… / e io? / merda, io corro e la fermo / le prometto che comprerò un altro cappotto… / lei ride e io rido e cala la notte… / vacci piano / La Mimi di Dick Farina è uscita dall’ospedale / l’anca di Richard / non ha pagato niente / ‘ascolta amico sono povero non pagherò nulla’ / non ci ha proprio pensato / ‘voglio che si indaghi su quei dottori / non ricordo chi di loro / mi ha dato il conto da pagare’ / mentre la notte cala anche qui una notte scura e pacifica mentre scivoliamo nel mattino…”.

Dylan ha passato buona parte dell’agosto del 1964 nella casa del manager Albert Grossman a Woodstock con Joan Baez e ospiti come Allen Ginsberg e Peter Orlovsky. «Per buona parte del mese eravamo lì, Bob era in un angolo alla macchina da scrivere, beveva vino rosso e schiacciava i tasti senza sosta per ore», ha ricordato Baez. «Nel bel mezzo della notte si svegliava, grugniva, prendeva una sigaretta e si buttava di nuovo sulla macchina per scrivere».

Alla fine del mese Dylan è partito per Manhattan, dove ha incontrato i Beatles al Delmonico Hotel. «John Lennon è fico anche Ringo», scriverà a Glover poco dopo. Si tratta dell’incontro leggendario in cui Dylan ha introdotto i Beatles alla marijuana. «Non ricordo granché della nostra conversazione», ha detto Lennon di quel primo incontro. «Fumavamo erba, bevevamo vino e facevamo le rockstar, ridevamo, sai, e del surrealismo. Ci si divertiva».

Poco dopo, Dylan ha scritto a Glover una lettera frenetica ed evocativa che ricorda il suo stile di scrittura. Sembra quasi di sentire il martellare della macchina da scrivere mentre Dylan celebra Marvin Gaye, Manfred Mann, Dionne Warwick, Ichabod Crane, Greta Garbo e altri, il tutto con giochi di parole colorati e improvvisazione poetica (ai fini di una maggiore comprensione i nomi scritti in modo storpiato da Dylan sono stati trascritti in modo corretto, ndt). Come sempre, ha tagliato il finale delle parole. Come ha detto la sua ragazza Suze Rotolo in A Freewheelin’ Time, era «come un esploratore che si fa strada nella foresta, col machete in mano».

“Ricevuto lettera alle poste di Bearsville / l’ho letta sulla strada ora scrivi meglio – presto arriverà la neve. io vago per concerti gelo ritorno sempre – va tutto bene / scrivo canzoni e metto insieme giochi di parole… Sono fuori e in qualche modo libero / non desidero nulla. John Lennon è fico anche Ringo. Santa famiglia, ecco una cosa che potrebbe uscire da un romanzo fittizio di Ghandi / fuoco molto caldo siamo fuori nella foresta. Nessuno pensa di avere nemici / anche io, David – non credo che tu conosca David giochiamo a biliardo a Kingston / ci sono tante strane città da queste parti molto antiche / vecchi edifici in pietra – È gente alla Rip van Winkle, alla Ichabod Crane, demoni a cavallo / hotel abbandonati nel giro di 30 chilometri come in L’anno scorso a Marienbad / posti alla Greta Garbo, grand hotel, capisci cosa voglio dire? Aria da piccole pensioni – un autostoppista vagaboncanadese forsepoeta potrebbe capire tanti modi di vivere qui nascosto esplorando in lungo e in largo montagne senza nome… è una regione mistica non c’è traccia di città in ogni caso io giro da queste parti. Non vivo qui ma torno sempre alla vecchia casa silenziosa. Scrivo a lume di candela. Raramente durante il giorno / Bob Dylan suona, fa il pane, affronta minacce dalla vasca da bagno / lo insultano e pagano cifre enormi solo per vedere che aspetto ha… Bob Dylan ride / è tutto un gioco, guardami in cielo. Il cielo va a fuoco. Devi ascoltare bene e sentire le risatine / Mi piace Marvin Gaye. I tizi del benzinaio. Dionne Wawrick. I film al drive in. Le pubblicità del gelato. Il ranger con l’occhio bendato che indossa i pantaloncini parla anche? Bronco Buster svergina una messicana. ancora peggio mi occupo di Semantha la gatta, mi chiedo come ho fatto ad amare Woody Guthrie così tanto, dio mio / in Inghilterra ho conosciuto Manfred Mann / hai sentito la canzone che cantano, che si chiama Sha La La? È stupenda. Spero che dave Ray diventi un dottore. Ci mettermo in contatto col Midwest / hai un telefono? Sì hai ragione sugli hipster… stai alla larga da chi dice di voler bruciare la periferie… poi bruceranno te…. La maggior parte di loro li riconosci quando se la svignano / capitano anche casualmente e giocano al flipper / spesso corteggiano ragazze di colore impasticcate. Sono felice che tu ti stia prendendo il tuo tempo / devo andare… il cappio mi aspetta, Joan Baez è eccitata e turbata. La macchina da scrivere la eccita. Suona la porta devono essere i cercatori d’oro / comunque sii coraggioso e attento al tambourine man / ti scrivo dopo”.

Prima di firmarsi col nome in grassetto nero, Dylan aveva inserito degli splendidi abbellimenti di simboli e numeri e la scritta: “e baci”.

Glover e Dylan sono rimasti amici per decenni. Quando avevano bisogno di un parere autorevole su Dylan e il suo periodo nelle Twin Cities, i giornalisti cercavano Glover. Quando Dylan ha suonato all’Orpheum Theater di Minneapolis, nel settembre 1992, Glover ha aperto con la sua band. Nel 1998 è stato scelto per scrivere le note di copertina per la raccolta Bootleg Series, Vol. 4 Bob Dylan Live 1966, “The Royal Albert Hall” Concert.

Nell’intervista, Dylan fa anche una confessione sull’incidente motociclistico del 1996. Quell’evento è sempre stato avvolto dal tipico misterio dylaniano, ma a Glover spiega che gli ha salvato la vita. «Ero sempre di corsa, correvo da troppo tempo – ci sono voluti anni per liberarmene. E l’ubriacatura non era cominciata nel ’62 o nel ’63. Da prima. Si potrebbe dire che lo sono stato per tutta la vita. Tutta la mia vita era stata una lunga, gigantesca ubriacatura».

Un’ubriacatura da cosa, ha chiesto Glover, droga o fatica fisica? «Oblio», ha risposto Dylan, spiegando che voleva «dimenticare tutto, cancellare ogni cosa. Andare solo avanti… senza guardare indietro. Per fare cosa, poi? Sai cosa mi sconvolge? Di tutta questa storia? Oggi ascoltiamo la radio – e c’è così tanta musica che ho influenzato. La maggior parte, sai, anche i Beatles, ora che sono – ehi, non voglio vantarmi o cose del genere. Ma chi è che può dire “Beh, ho cambiato la musica popolare”, (ride), che diavolo di affermazione è? Io posso dirlo davvero, ed è sconvolgente… tutta questa gente sta facendo quello che Bob Dylan faceva ai tempi, no?».

Glover ha chiesto al vecchio amico se era orgoglioso di aver cambiato la storia della musica. «Sì, davvero, lo sono… in un certo senso. In un altro senso invece no, non è niente – certo che non lo è».

Douglas Brinkley è professore di storia alla Rice University, storico della CNN e l’autore di Rightful Heritage: Franklin D. Roosevelt and the Land of America.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US

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