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Cristiano Godano: «Sono anche andato a casa di Thurston Moore, ma lui non c’era»

Il frontman dei Marlene Kuntz sarà ospite dell’Adventure Awards Days a Livigno, il festival di chi ama gli sport outdoor e la natura, di chi vede la bellezza ovunque

Marlene Kuntz al Flower Festival, Torino - Foto Daniele Baldi

Marlene Kuntz al Flower Festival, Torino - Foto Daniele Baldi

Cristiano Godano dei Marlene Kuntz è uno che di luoghi comuni non ne vuole proprio sapere, specialmente quando si parla di temi così attuali da far sentire ciascuno in qualche modo legittimato ad esprimere perentoriamente il proprio giudizio in merito: internet, la rivoluzione digitale e il ritrovato contatto con la natura. Noi ci abbiamo scambiato due chiacchiere in occasione del suo prossimo set acustico ad Adventure Awards Days, il festival di Livigno (dal 27 luglio al 2 agosto) dedicato agli sport outdoor, l’avventura ed il gusto per la sfida. Qui il programma completo della rassegna.

Il tuo prossimo live sarà ad Adventure Awards Days in un contesto a dir poco particolare, ti esibirai all’alba nella Val delle Mine, a 2500 metri di altitudine. Possiamo partire da qui?
Ho accettato immediatamente perché è una cosa completamente nuova.. Anzi no, mi contraddico, ho fatto una cosa in un contesto analogo: nelle campagne astigiane, un’intervista con un breve live acustico. È stata un esperienza bellissima. In un contesto talmente incontaminato senti le tue note che si espandono letteralmente per le valli circostanti… A Livigno sarà ancora più strano, sono sicuro che sarà veramente emozionante anche per me. Al di là delle banali retoriche è davvero una sensazione fantastica sentire la tua musica permearsi e lasciarsi permeare dal contesto naturale, l’alba poi renderà tutto ulteriormente suggestivo.

Le sei del mattino sono più vicine all’ora in cui di solito ti svegli o a quella in cui vai a letto?
Eh, purtroppo a quella in cui vado a letto! Non vado mai a dormire prima delle tre. Non che stia in giro a fare baldoria, ma mi sono proprio rigirato, invertito. Leggo, cazzeggio al pc… Aa prima delle tre/tre e mezza non dormo mai.

Adventure Awards Days è un festival incentrato sulle tematiche del viaggio e dell’avventura, molto utilizzate anche nel mondo dell’arte sia in modo letterale che metaforico. Come si colloca il tuo songwriting rispetto a questi temi?
Vivo una sorta di contraddizione: di mio sono una persona molto stanziale, anche se per necessità lavorative mi ritrovo un po’ a essere sempre in giro, e alla fine mi piace molto. Ad intrigarmi di più è però sicuramente l’aspetto metaforico, il viaggio interiore è molto più pertinente con la mia persona. Sono molto curioso, il mio cervello non si riposa mai. Non lo dico per autoesaltarmi, ma sono davvero sempre ingarbugliato nei miei pensieri, quindi si può dire in un certo senso che sia sempre in movimento. L’avventura come metafora è sicuramente la più precisa e puntuale connessione fra la mia arte e l’appuntamento ad Adventure Awards Days.

Trovo che le costrizioni aiutino la creatività

Altro punto di contatto fra l’attività di musicista e quella di avventuriero è il tour, che spesso si dice essere ormai l’unica fonte di guadagno rimasta ai musicisti per colpa dei servizi di streaming musicale.
Io ho sempre mal retto l’attitudine condivisa dai più a parlare bene di questo aspetto di internet…ti ricordi quando i Metallica si sono pronunciati contro Napster? Quasi tutta la comunità dei musicisti (e ovviamente tutti gli ascoltatori) li ha presi per il culo. Io ero praticamente l’unico a pensare che avessero semplicemente ragione. Ora è un dato di fatto, non credo ci sia più nessun musicista felice del fatto che la musica sia gratis. Anche online si può leggere molto, mi sono imbattuto di recente in un manifesto di musicisti che fa giustamente notare che un euro speso per acquistare un brano sia un investimento più consistente dell’euro che spendiamo quotidianamente per il caffè, del quale nessuno si lamenta. Io sono l’unico ad aver sostenuto anche quando non era popolare che questo aspetto di internet avrebbe solo portato grossi danni ai musicisti. Adesso per fortuna tutti gli artisti intelligenti, e i Marlene penso appartengano a questa categoria, stanno cercando di andare avanti e interpretare i tempi, perché le posizioni nostalgiche non hanno senso. La questione di Uber mi pare stia mettendo in luce proprio questa problematica, che riguarderà la maggior parte dei mestieri. Mi piacerebbe che la gente cominciasse ad incazzarsi con i grandi potentati come Google o Facebook, che utilizzano dati che noi gli forniamo gratis. Dovremmo venderli cari. Detto questo il tour rimane parte di me e della mia vita, a prescindere dal fatto che sia la principale fonte di guadagno o meno. Anzi, trovo che le costrizioni aiutino la creatività: se un artista potesse passare anni senza doversi preoccupare dei soldi magari passerebbe anni senza fare un cazzo.

Quindi il tuo approccio alla dimensione live non è minimamente cambiato in relazione a questa cosa.
Assolutamente no! Poi chiaro, fra sessanta concerti pagati poco e trenta ben pagati meglio la seconda, soprattutto per il fisico. Ma per noi il live non è mai stato un problema, anzi. Ci piace darci dentro, ci piace suonare per la gente, ci piace sudare.

Sembra cambiato molto per gli emergenti invece, che spesso sono più preoccupati a crearsi un seguito virtuale che uno reale. Forse le visualizzazioni si sono un po’ sostituite alla gavetta live.
Questa in realtà è un’analisi che andrebbe fatta da un sociologo. È chiaro però che ci sia in atto un cambio sostanziale, i giovani gruppi suonano davanti a pochissime persone, il più delle volte non pagati. Ci sarebbe da chiedersi innanzitutto perché siano così pochi quelli che frequentano i live degli stessi emergenti sui quali la stampa online alza un hype assurdo: è evidente che ci sia un problema. Io penso che la colpa sia innanzitutto di questa esplosione dell’offerta, che ha di fatto distrutto l’interesse potenziale di molti ascoltatori. Con internet è successo un po’ l’opposto di quello che si pensava, è una falsa soluzione: è vero che grazie alla rete può farsi conoscere anche il gruppo emergente, ma come lui anche tutti gli altri, creando un offerta immensamente superiore alla domanda. Un ottimo esempio è la nostra pagina Facebook: se condividiamo una canzone nota prendiamo due/tremila mi piace, se condivido quello che piace a me, o quello che Pitchfork segnala come novità del momento, ne prendiamo massimo una decina. Quelli che leggono Pitchfork ci sono, ma rimangono un’esigua minoranza che non cambia minimamente la sostanza delle cose. Internet ha fatto un danno anche sotto questo punto di vista: quando deprezzi una cosa tanto da renderla gratuita la gente in realtà si allontana.

Se i Marlene Kuntz fossero un gruppo emergente nel 2015?
Eh questa non è una domanda facile, stai comunque parlando con una persona che ha quarantanove anni. Quando ho fatto queste cose i miei parametri di riferimento erano altri. Da giovane ho mandato demo ovunque, sono anche andato a casa di Thurston Moore dei Sonic Youth con la mia ragazza di allora, anche se lui era in tour e non c’era. Io mi sbattevo così, non so come si faccia adesso, e non sono neanche tenuto a saperlo. Il consiglio è quello di fare musica per soddisfare e sorprendere innanzitutto sé stessi, e non per piacere alla stampa. Quello che conta alla fine è salire su un palco e spaccare i culi. Ad esempio Il Management Del Dolore Post Operatorio: sul palco hanno un’attitudine unica. Quello conta.

Tornando al parallelo arte-sport il live è anche anche fisicamente provante, richiede una certa preparazione. Vasco dice sempre che fa jogging per prepararsi ai tour.
Sicuramente i Marlene Kuntz non ostentano la dimensione sportiva del live, lo sport è proprio estraneo al nostro immaginario estetico. Nessuno mette neanche scarpe da ginnastica per dire. È anche vero però che nessuno di noi fuma, si droga o eccede con l’alcol. Io da giovane ho fatto anche molto sport: karate, calcio, sci, un po’ di tennis…mi piaceva. Per prepararci ai tour adesso non facciamo assolutamente un cazzo. Luca è l’unico che fa attività fisica di suo, io e Riccardo siamo semplicemente fortunati: siamo magri, ma non facciamo assolutamente nulla.

Il gusto per la sfida però c’è da un punto di vista intellettuale: mi viene in mente una canzone con Il Genio (l’importanza di essere Oscar Wilde)
Quel pezzo è un esercizio di stile, un divertissement. Spesso si sono creati dei grossi equivoci su di me, e sono stato accusato di eccessivo intellettualismo, ma per me è solo un modo come un altro di scrivere dei testi. Nel caso de Il Genio l’esercizio consiste nell’aver assemblato tanti aforismi di Oscar Wilde: io non mi permetterei mai di scrivere “non aver altro da dichiarare se non il proprio genio” riferendomi a me stesso. Sono parole di Oscar Wilde queste, che a un controllo di frontiera ha risposto così alla domanda “ha qualcosa da dichiarare?”. La sfida consiste nell’assemblare parole non mie dandogli un senso compiuto, tanto da ottenere il testo per una canzone.

Assemblare aforismi è un lavoro molto vicino al linguaggio di internet
Non ci abbiamo assolutamente pensato, è curiosa questa cosa, ci rifletterò meglio. Vero anche che le citazioni di Oscar Wilde, che è in generale uno scrittore molto saccheggiato, prima di internet si trovavano nei libri. Sicuramente però se mi metto in testa di fare un testo del genere internet può essere di grandissimo aiuto: posso non possedere neanche un libro di Oscar Wilde.

Prima della fama sentivate di più la competizione?
Mah, mi piace pensare di no, la musica dovrebbe essere altro, non si tratta di arrivare primi da nessuna parte, ho sempre soltanto sperato di riuscire a fare il musicista. C’è stato un momento però in cui la stampa parlava solo di rap, che sembrava fosse l’unica cosa figa da fare. Eravamo molto incazzati riguardo questa cosa, sembrava che la critica non si accorgesse di noi, e rosicavamo di brutto. In generale però siamo molto poco invidiosi, se qualcuno ha più successo di noi non ci dà fastidio.

Come si traduce questo rapporto con la competitività nei confronti delle competizioni musicali, da Sanremo ai talent?
Mah, non ce ne frega assolutamente nulla. Non ci irrita, semplicemente non ci interessa. Siamo andati a Sanremo solo perché era un’occasione di promozione, sentivamo che c’era tanta gente là fuori che se avesse avuto modo di conoscerci ci avrebbe apprezzato. Anche se l’Italia non è per niente un paese ricettivo, e la musica alternativa viene comunque vista senza alcuna curiosità dal pubblico mainstream: siamo subito stati etichettati come “gli alternativi”, che è un po’ paradossale se consideriamo il pezzo che abbiamo portato. Quindi alla fine Sanremo non è servito molto neanche sotto il punto di vista promozionale, dato che siamo usciti subito. Sicuramente noi non siamo andati lì con l’idea di spaccare il palco, ma per farci conoscere. Non mi sembra di dire nulla di strano, all’estero tutto questo è normalissimo: un sacco di gruppi alternativi vanno al Letterman Show ad esibirsi davanti a milioni di persone che non sanno niente di musica alternativa, e nessuno si scandalizza. Purtroppo in Italia abbiamo Sanremo, e non il Letterman Show. Dall’altra parte anche il pubblico indie si scandalizza se vai a una competizione come Sanremo: questo è il motivo principale per cui vogliamo chiamarci fuori da una scena che ha bisogno di queste dinamiche, anche se è da lì che veniamo. Ieri sera ho ascoltato un disco di jazz sperimentale, sono già più avanti di chi mi critica, ecco.

Mancano quindi interesse e spazi da parte delle realtà istituzionali nei confronti della musica indipendente?
Ma manca tutto! Se la gente ci lasciasse fare Saremo senza rompere i coglioni gli spazi si creerebbero poco a poco. Gli stessi che si lamentano di noi a Sanremo sono quelli che dicono di volere un cambiamento, ma deve esserci gradualità. Non puoi volere un Sanremo fatto da soli gruppi indipendenti, non lo guarderebbe nessuno. Se vuoi il cambiamento devi accettare la gradualità, e non criticare chi prova. Toccherebbe anche a voi giornalisti fare un lavoro educativo. Come succede all’estero, dove nessuno rompe il cazzo ai Radiohead o a PJ Harvey se vanno al Letterman.

Un’altra novità che si lega sia ad internet che all’aspetto più competitivo della musica è il crowdfunding.
Sì, ci sta che le cose vadano in questa direzione, e non solo per i gruppi emergenti. È esattamente il consiglio che ho dato prima: fate musica innanzitutto per voi stessi.

L’efficacia del crowdfunding dipende però dal pubblico, quindi paradossalmente lega la produzione al riscontro ricevuto anziché svincolarla. Credi possa essere una strada?
No, non ci credo, ho solo detto che forse le cose andranno così. Ma poi per fare cosa? Un disco? Fare un disco è la cosa più ridicola che tu possa fare oggi! Una volta che hai il disco qual è il prossimo passo? Credi che ai promoter freghi qualcosa di un disco fra le centinaia di dischi che ricevono ogni giorno? Io stesso non riuscirei mai ad ascoltare tutto quello che mi inviano. Quindi in definitiva no, il crowdfunding non mi piace, credo sia molto meglio che dietro i gruppi ci siano delle etichette a sostenere i costi di produzione. Anche se c’è la probabilità che almeno la notorietà sia meno legata alla stampa musicale, e si trovino altri canali. È tutto connesso alla rivoluzione digitale in atto. Io ascolto duecento dischi ogni anno, ma non mi sembra che stia uscendo nulla di memorabile in questi anni. Chi lo sa qual è il motivo, boh. Credo che la ragione sia la stessa per cui sulla nostra pagina Facebook i nomi noti attirano una marea di like, quelli nuovi quasi nessuno. Gli ascoltatori non sono pronti a questa invasione di musica, non hanno voglia né tempo.

Con i Marlene invece?
Facciamo un disco, entro la primavera del 2016 spero.

Qualche anticipazione?
Hmm, non ancora. Credo che sarà un disco di soli chitarra-basso-batteria, non credo sarà un disco pop. Ma di dischi pop noi non ne abbiamo mai fatti. Sicuramente non ci saranno canzoni facilissime al primo ascolto, sarà un disco molto elettrico, molto intenso.

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