

Foto: Sacha Lecca per Rolling Stone US. Styling: Gara Gambucci & Serafina Orlovas. Makeup: Sasha Borax. Hat: Wednesdays Child Studio. Jewelry: Kathy Rose & Argyle & Valentine
Trent’anni fa Linda Perry ha rischiato di farsi abbattere dai bastardi. Aveva lasciato i 4 Non Blondes all’apice del successo ed era pronta a pubblicare In Flight, il suo primo disco solista che racconta tra le altre cose della lotta con l’alcol. L’etichetta voleva intitolarlo 4 Non Blondes, cosa che l’ha lasciata a dir poco perplessa. «Io tipo: “Ma perché cazzo dovrei chiamarlo 4 Non Blondes? È roba diversa. Di conseguenza, hanno messo l’album nel cassetto. Mi sono detta: devo mettermi a fare altro perché sono troppo coinvolta in questa roba qua».
Nei tre decenni successivi, l’artista oggi 61enne si è costruita una carriera anzitutto come autrice e produttrice lavorando con Pink, Dolly Parton, Christina Aguilera. Ha però faticato a ritrovare la sua voce. È successo nel corso delle riprese del documentario di Don Hardy su di lei, Let It Die Here. Al film, che uscirà negli Stati Uniti il 19 maggio, è legato un album che ha lo stesso titolo. È il primo di Perry da 25 anni e passa anni a questa parte. Non solo: sta lavorando anche a un nuovo progetto dei 4 Non Blondes per la fine del 2026. «Quando siamo aperti e pronti a riceverle, le cose poi arrivano».

Foto: Sacha Lecca per Rolling Stone US
Com’è che hai deciso di fare il documentario?
Non l’ho deciso, chiariamolo subito. Pensavo di fare dei contenuti per i social con Don Hardy, con cui ho lavorato a questo film chiamato Citizen Penn, quello su Sean Penn quando è andato ad Haiti per il terremoto. La colonna sonora è mia. Dopo averlo fatto, Don mi ha detto: «Sei una tipa interessante, posso mettermi lì a osservarti nel tuo studio mentre lavori?». Poi quando c’è di mezzo una camera le cose succedono. Vivo le cose sul momento, non le pianifico in anticipo. Stavo vivendo un periodo complicato. Ero confusa su chi fossi come artista, sentivo di aver perso la mia identità… ed è questo che è venuto fuori nel documentario.
C’è una scena in cui balli i Supertramp, piangi e dici che non balli più. Perché?
È una delle scene più imbarazzanti del film. A San Diego c’era un club chiamato Studio 9. Ci andavo vestita, non sto scherzando, come Luke Skywalker. Mi mettevo i calzini sopra gli stivali ci infilavo dentro dei pantaloni bianchi e mettevo su una specie di kimono. Avevo un mohawk nero corvino. Andavo in giro così. Ora, tieni conto che ero sotto l’effetto degli acidi e quindi pensavo di essere la miglior ballerina del mondo. Poi cresci, diventi mamma, inizi a preoccuparti di un sacco di cose. Ma arriva un momento in cui dici: ma che cazzo, perché devo preoccuparmi così tanto e di tutto? Credo di essermelo chiesto quando mi sono ricordata di quella ragazza con la cresta che sembrava Luke Skywalker sotto acido e che era libera, completamente libera. Una ragazza che non sono più, da cui sono lontanissima adesso.

Foto: Sacha Lecca per Rolling Stone US
Come hai fatto a ritrovare te stessa?
Grazie al documentario. Quando ho visto quella ragazza – e dico quella ragazza perché trovo difficile accettare che quel documentario parli veramente di me – mi sono fatta pena da sola. Ho pensato: è intrappolata, è bloccata.
Sembra anche che tu abbia anche riscoperto il legame coi 4 Non Blondes. Come è successo?
Mi hanno chiesto di suonare a un festival e ho detto alla band che non volevo fare nessuna canzone del disco dei 4 Non Blondes (Bigger, Better, Faster, More! del 1992, ndr) tranne Train e What’s Up e quindi ho scritto un album di canzoni nuove, che è poi quello che abbiamo suonato ai festival. È un disco rock anni ’90, stupido e divertente.
Il disco solista invece è decisamente più cupo.
È tutto su mia madre. Senti, non mento se dico che è un disco profondo. È tanta roba da assorbire per chi lo ascolta, lo so, mi scuso in anticipo, ma non ho pensato a come le persone l’avrebbero preso. Per me è un album bellissimo. Lo adoro. Sarà un peccato se non piacerà, ma lo sosterrò al 100%.

Foto: Sacha Lecca per Rolling Stone US
Ti hanno anche diagnosticato un cancro al seno durante le riprese e ti sei sottoposta a una doppia mastectomia. Come ti ha influenzata?
Quando ero giovane io, eri dyke o fag, non c’era via di mezzo, non c’erano tutte queste persone non binarie, they/them. Non c’erano etichette. Eri questo o quello. Sono sempre stata senza genere e il motivo per cui l’hanno scoperto è che volevo ridurmi il seno. Volevo delle tettine carine alla Kate Moss. Un giorno avevo il cancro e il giorno dopo non l’avevo più. Ora sto bene. È stato liberatorio.
Felice che tu stia bene.
Starò sempre bene. Se avessi potuto, sarei uscita di scena 30 anni fa, ma non era destino. Continuerò a essere una di quelle persone tormentate, non me ne andrò fino a 104 o 105 anni, e sarò molto infelice per questo. È il mio destino.
Continuerai a fare musica?
Fino alla fine, baby. Produrrò anche la mia morte. Scriverò tutto, quali canzoni suonare e in che ordine, sarà la mia opera sulla morte.
Quali canzoni?
Ah non lo so, devo ancora scriverle.