Foto: Diwang Valdez per Rolling Stone USA

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L’incredibile ascesa di Lil Baby


Quattro anni fa, uno spacciatore di Atlanta di nome Dominique Jones è uscito di prigione e ha imparato a fare rap. Ora è una superstar, colleziona miliardi di stream e ha una nuova visione dell’America

Lil Baby ha quattro tasche piene di soldi e ci tiene che restino così. Il rapper 25enne ha passato l’ultimo quarto d’ora a insegnarmi a giocare cee-lo, un gioco con i dadi che l’ha reso famoso in certi giri di Atlanta ben prima che diventasse maggiorenne. Fuori, una pioggia torrenziale cade su una collezione di auto con cui si potrebbero pagare tanti, tantissimi mutui.

All’interno del quartier generale di Quality Control, l’etichetta hip hop più famosa di Atlanta che gestisce Migos, City Girls e Lil Yachty, tre dadi verdi rimbalzano sul pavimento in legno. Baby, all’anagrafe Dominique Jones, è un insegnante paziente e metodico, e risponde con calma alle mie stupide domande sulla sua tecnica di lancio. Tutte le volte che tira un dado schiocca le dita, cercando di piegare i numeri alla sua volontà. «L’obiettivo del gioco è far sì che due dadi mostrino lo stesso numero», dice. Ci sono altre regole, per esempio: 4-5-6 è una vittoria automatica, così come due numeri uguali e un 6, mentre 1-2-3 significa sconfitta.

È complicato, ma sotto la guida di Baby ho vinto 200 dollari. Ma mentre mi avvicino ai soldi poggiati sul pavimento, il rapper fa un ghigno. «Sai cosa?», dice, «i dadi devono prima colpire il muro».

«Te l’avevo detto», aggiunge sorridendo. Gli dico che non è vero, e guardo la sua crew per cercare un’approvazione che non arriverà mai. Baby non lascia scampo.

«Devi continuare a tirare», dice.

Nel giro di un paio di secondi, i soldi tornano tutti nelle sue mani. Soddisfatto, impacchetta i dadi fumando una canna grande quanto il dito medio di Kawhi Leonard. Mentre la cenere tocca il pavimento, Kevin “Coach K” Lee, fondatore e direttore operativo di Quality Control, appare all’improvviso, come se il suo sesto senso gli avesse appena detto che Baby era sul punto di dire qualcosa che l’avrebbe messo nei guai. Il rapper sta raccontando di una serata in cui alcuni conoscenti hanno fatto una colletta per vedere da vicino una delle sue famose strisce di vittorie, quel tipo di vittorie che costringevano tutti a inseguirlo per mezza città per farsi ridare i soldi. Ancora oggi, dice, non ha pagato chi giocava con lui nelle serate in cui i dadi giravano male. Non che non li abbia, mi rassicura. È una questione di principio.

«Non mi interessa se ti devo qualcosa, nella mia testa sono comunque già scappato», dice ridendo. «Non ho nessuna intenzione di pagarli, davvero. Gli devo dei soldi ancora oggi».

«Stai registrando?», chiede Coach K.

«Sì».

«Può farlo, non mi interessa», risponde Baby.

Lil Baby è il rapper più famoso del mondo, lo dicono i dati. Ha pubblicato l’album più ascoltato in streaming quest’anno, superando di parecchio i progetti di rapper come Drake e popstar come The Weeknd. Prima di fare il rapper, Baby era una presenza costante da Quality Control. Quando Migos, Rich the Kid, Skippa Da Flippa e Lil Duke si facevano le ossa in studio, lui era lì, ma non rappava. Era uno spacciatore d’erba dalla gran reputazione, famoso per aspettare i rapper dopo i concerti per prendersi tutti i soldi che poteva, in un modo o nell’altro.

«Guadagnavano un sacco di soldi, cazzo», dice incredulo. «Prendevano 30 mila a concerto, e ne facevano tre o quattro a sera, quindi rientravano con 50 o 60 mila dollari, e io ne vincevo 50».

Coach K è stato il primo a notare qualcosa in Baby, qualcosa che il giovane spacciatore 17enne non aveva ancora visto. K è l’uomo dietro alla prima ondata di leggende di Atlanta del nuovo millennio (Young Jeezy, Gucci Mane) e anche di quelle che stanno scrivendo il futuro della cultura della città (Migos, Lil Yachty). Barba sale e pepe, andatura lenta, è l’unica persona calma al centro del costante uragano che è Quality Control. In Baby ha visto la voce, lo stile e il rispetto necessario per avere successo nell’ecosistema rap di Atlanta.

«Ricordo che un giorno era fuori dallo studio», racconta. «Era vestito completamente di bianco, non lo dimenticherò mai. Gli ho detto che doveva fare rap, che aveva tutto: lo swag, i soldi, il rispetto della città. Lui diceva che era solo un nero di strada, mi prendeva in giro».

Il rap è un genere basato sulla capacità di infiorettare la realtà. Ispira guardie carcerarie con manie di grandezza a diventare falsi boss della malavita, e troll di internet a presentarsi come criminali. La vita di Baby, però, era già interessante, non aveva bisogno di iperboli. «Pensavo che la metà dei rapper in giro raccontasse solo storie», continua Coach K. «Mentre la sua è roba reale. Gli ho detto che se ci avesse provato, sarebbe diventato famoso».

L’ascesa di Lil Baby è stata incredibilmente veloce. Dopo le lusinghe di Coach K, ha reclutato Young Thug, un’altra superstar di Atlanta, e il suo futuro collaboratore Gunna per imparare a rappare. Ha scoperto che gli veniva bene: scriveva rime intelligenti, aveva un grande senso della melodia e un suono fermamente ancorato alla tradizione dell’hip hop di Atlanta di fine decennio. Apprezzava le batterie trap, l’AutoTune e lavorava a un ritmo straordinario. Nel giro di tre anni è diventato una star: il suo secondo album My Turn è uscito a febbraio ed è il disco del 2020 più ascoltato in streaming in America. Poi il Paese è andato in pezzi.

Dopo la morte di George Floyd, Lil Baby, come milioni di altri americani, è sceso in strada a protestare. «È quello che farei se non fossi un rapper», dice, «qualcosa che resti nella storia».

Ma a differenza della maggioranza delle persone che sono ancora in strada a manifestare per il cambiamento, Lil Baby ha scritto una canzone. Pubblicata a giugno, The Bigger Picture è un flusso di coscienza coraggioso e preciso che parla della morte di Floyd, Breonna Taylor e Rayshard Brooks su un semplice beat centrato sul pianoforte. “Ci ammazzano senza motivo / Dura da troppo per pareggiare i conti”, canta. “Ci mettono in gabbia come cani e iene / Sono andato in tribunale e mi hanno mandato in prigione”. Secondo quanto dicono il rapper e il suo team, i guadagni raccolti dal pezzo verranno donati a diverse organizzazioni.

Foto: Diwang Valdez per Rolling Stone USA. Location: Treehouse Studios. Fashion Assistant: Victor Allen

Per Lil Baby, The Bigger Picture non è una canzone di protesta. «Scrivo della mia vita, tutte le canzoni parlano di me», dice. «In quel momento ho sentito il bisogno di dire qualcosa». Prima di diventare un rapper che colleziona dischi di platino, il sistema si è assicurato di sottolineare che, essendo lui nero, la sua vita non contava. The Bigger Picture non rappresenta niente di radicale, l’intera esistenza di Baby è un atto di protesta molto più potente. «Adesso questa roba ha un valore», dice, «sono costretti ad ascoltare».

«Sono stato vittima della violenza della polizia», racconta tranquillamente mentre guarda il telefono e ordina pollo fritto e gelato. «Sono stato in prigioni dove sei controllato da poliziotti bianchi. Sono stato in un sistema giudiziario dove giudici bianchi ti danno condanne diverse da quelle che darebbero a un bianco. Ho litigato anche fisicamente con dei poliziotti e mi hanno portato in stanze senza videocamere. Ci siamo picchiati e poi mi hanno lasciato lì per un’ora. Gridavo. Ci sono così abituato che non ne faccio un grosso problema».

«Ma lo è», rispondo.

«È quello che sto dicendo. Vengo da un posto in cui la gente è abituata a subire cose sbagliate. Ok? E non possiamo farci niente. Vengo da Atlanta, una città in cui una unità della polizia è stata smantellata per colpa della violenza. I Red Dogs sono stati smantellati perché usavano troppo la forza… da dove vengo io quella merda avviene tutti i giorni».

The Bigger Picture è uno dei pezzi più urgenti usciti dopo che le manifestazioni di Black Lives Matter si sono trasformate, secondo alcuni calcoli, nel più grande movimento di protesta della storia americana. Anche se Baby rappa solo di sé, è chiaro che tutti lo ascoltano. La canzone ha già raccolto 100 milioni di stream, Coach K dice che ha portato un nuovo tipo di attenzione sul suo catalogo.

Non c’era bisogno di The Bigger Picture perché il pubblico prendesse sul serio Baby. Le strofe sociopolitiche non sono una novità né per lui né per i suoi fan – è sempre stato un autore serio, nascosto tra beat pieni di bassi –, ma per chi non l’aveva ancora ascoltato con attenzione, o chi preferisce ignorare gli MC trap per ascoltare rapper tradizionali come Kendrick Lamar e J. Cole, è stato uno shock culturale. Un ragazzo che parla come Baby, pronuncia stracciata compresa, non diventa un rapper amato dalla critica e analizzato ossessivamente, ma le sue canzoni parlano degli effetti del razzismo sistemico da molto tempo, ed è impossibile ignorarlo. E mentre una nuova generazione di attivisti scende in strada, nessuno canta più il ritornello gioioso di Alright di Kendrick Lamar. Al contrario, gridano ai poliziotti “Move, bitch” come Ludacris, o evocano lo spirito di Pop Smoke cantando Dior.

The Bigger Picture non è un brano perfetto. A volte non sembra molto audace. “I poliziotti corrotti sono il problema del posto da cui vengo”, dice nella seconda strofa. “Ma mentirei se dicessi che sono tutti così”. Quando gli dico che forse è impossibile che ci siano buoni poliziotti in un sistema razzista e imperfetto, Baby scuote la testa.

«Lavorare in un sistema razzista non fa di te un razzista», spiega. «Cazzo, praticamente tutti i sistemi che prevedono un lavoro sono razzisti. Capisci cosa voglio dire? I CEO sono tutti vecchi bianchi. Devono essere in qualche modo razzisti, perché sai, se hai una certa età… la vita era così. Quindi sono quasi convinto che tutte queste corporation siano razziste. E anche i neri sono razzisti».

«I neri non possono essere razzisti», rispondo.

«Perché?», risponde. «Razzista significa fare il bene della tua razza»

«Beh, di solito il razzismo prevede un qualche tipo di potere, e storicamente i neri non hanno mai avuto il potere di essere razzisti. Non possiamo avere pregiudizi».

«Per me un razzista è chi tratta diversamente chi è di una razza diversa dalla sua», dice Baby. «Se sei un nero e tratti bianchi e neri diversamente, per me sei razzista. Io non lo sono, do a tutti i bianchi la possibilità di parlare e di farsi conoscere prima di decidere se mi piacciano o meno. Lo stesso vale per i neri. Non diventi mio amico solo perché sei nero».

Baby e io siamo d’accordo sul fatto che non siamo d’accordo.

Dominique Jones è cresciuto nel West End di Atlanta, un vecchio quartiere dove case bruciate convivono con una gentrificazione selvaggia e alberi verde smeraldo. Nei due giorni che ho passato con lui, tutte le volte che ho fatto il nome del quartiere ho trovato resistenza e disprezzo. «Tu ce l’hai un’assicurazione sulla vita?», chiede dopo che gli suggerisco di andare a visitarlo. Prende brevemente in considerazione la proposta, poi torna alla canna e al fast food e rimanda a un altro giorno.

A un certo punto, Baby entra nella cucina di Quality Control parlando da solo di Scooby Doo. Quando torna, si riferisce a qualcuno chiamandolo Velma. Guardo i suoi amici con l’aria confusa, e mi dicono che secondo il rapper assomiglio molto alla ragazzina detective dello show.

Il giorno successivo il soprannome Velma è diventato definitivo. Umiliazioni a parte, Baby accetta suo malgrado di guidarmi nel West End. Nel 2017 ha fatto conoscere il suo mondo al pubblico con My Dawg, il suo primo successo. Con la voce impastata e l’AutoTune, Baby raccontava una vita in cui è ancora parzialmente immerso. “Io e i miei ragazzi, io e miei ragazzi / Stiamo cercando di entrarti in casa”. Tre anni dopo, mentre guidiamo accanto all’Oakland Food Mart che si vede più volte nel video, è impossibile non notare che mentre Baby è diventato economicamente libero, il suo quartiere è diventato una zona calda per fare affari. Nel 2013, 18 milioni di dollari di fondi federali sono stati assegnati a Beltline, un progetto che prevede la costruzione di una ferrovia attraverso la città e che ha accelerato la gentrificazione di quartieri come il West End. Cinque anni dopo, l’Atlanta Journal-Constitution l’ha soprannominato uno dei quartieri dove si registra maggiore crescita in città.

Foto: Diwang Valdez per Rolling Stone USA. Tuta Vintage Gucci.

«L’unica ragione per cui adesso non compro queste case è perché tre anni fa valevano 10 mila dollari, ora le vendono a 180 mila. Non può funzionare», dice. I residenti storici del quartiere non hanno vissuto la sua stessa ascesa economica. «La gente che vedi è stata qui per tutta la vita», continua. «Non è facile andarsene. Non succede a molti, ci sono zero chance».

Più ci avviciniamo al suo vecchio quartiere, più Baby diventa irritabile. Quando un gruppo di ragazzini che vendono acqua vedono la sua Rolls-Royce in fondo alla strada, iniziano a corrergli incontro. Invece di rallentare, però, Baby accelera e scherzando devia verso di loro. Chilometro dopo chilometro diventa sempre più acido, e prende come un affronto personale il fatto che alcune bici gli siano passate accanto senza nessuna reazione. «Non prestano più attenzione», dice. «Un tempo dovevi memorizzare tutte le macchine, le case e i palazzi».

«Non stare lì seduto con l’aria seria, mi viene voglia di prenderti a schiaffi», dice. «Non voglio passare il tempo seduto a fare il serio. Devi divertirti un po’. Lavori per Rolling Stone, sei il re del mondo».

Baby è cresciuto in una piccola casa con sua madre, che dopo aver militato nei Marine lavorava alle poste, e due sorelle. «Era l’unico maschio, e io avevo già due femmine», dice Miss Lashon, la mamma. «Ho passato tanto tempo con lui. Non aveva nessun altro». Il padre era assente. Quando le chiedo come questo abbia influenzato il figlio, Lashon risponde: «Non puoi avere nostalgia di qualcosa che non hai mai avuto. Suo padre non c’è mai stato».

A 16 anni Baby ha iniziato a guadagnare quelli che definisce «soldi veri», cioè abbastanza da potersi permettere appartamenti e macchine che facevano ingelosire i compagni di scuola. È in questo periodo che un uomo chiamato Wicced l’ha soprannominato Lil Baby. «Dormivo sempre in posti diversi, lasciavo la spazzatura ovunque. Tutte cose da neonato», dice, «così hanno iniziato a chiamarmi Lil Baby».

A un certo punto ha smesso di frequentare la scuola, e si è dedicato a tempo pieno allo spaccio. «Avevo bisogno di soldi, più di ogni altra cosa», dice. «Conoscevo tutti gli spacciatori del quartiere. Quando avevo 10 o 11 anni passavo il tempo con un tizio che ne aveva 17. Guadagnava abbastanza da avere una macchina e un posto tutto suo. Anche lui mi ha influenzato».

Quando ha compiuto 17 anni, aveva due appartamenti che gli costavano circa 2 mila dollari al mese. Nel frattempo, osservava come cambiava la vita dei suoi amici. Young Thug era qualche anno più avanti al liceo Booker T. Washington, e in quel periodo divideva un appartamento con Offset. «Offset era il rapper», ricorda Baby. «Mi diceva che aveva un appartamento di due stanze e voleva darmene metà. Ma è subito partito in tour, quindi è diventata tipo casa mia».

Poi, a 20 anni, si è infine scontrato con la realtà. Dopo essere stato condannato tre volte, è inevitabilmente finito in prigione: due anni per possesso di armi e spaccio. «Devi andarci sul serio per capire com’è veramente», dice del periodo dietro le sbarre. «È pura tristezza».

Lil Baby e Coach K. Foto: Diwang Valdez per Rolling Stone USA. Tuta: Vintage Gucci. T-shirt: Polo Ralph Lauren. Calzini: Gucci. Scarpe: Nike.

Secondo le sue stime, Baby conosce 20 persone condannate all’ergastolo. Cinque sono cari amici. Indica lo studio di Quality Control, uno spazio grande come un paio di sale conferenza. «Immagina di passare il tuo tempo qui fino alla morte», dice. «Anche se fai tutto quello che ti dico, resterai qui fino alla fine. Vivi senza altro scopo che non sia morire. È un modo assurdo di vivere. Meglio la morte dell’ergastolo. Te lo garantisco: la metà delle persone all’ergastolo ti direbbe che preferirebbe morire subito. Garantito. Che vivi a fare?».

«È la cosa più difficile che abbia dovuto vedere in vita mia», dice Miss Lashon del momento in cui suo figlio è andato in prigione. «Spero e prego di non doverlo affrontare mai più». È andata a visitarlo tutte le settimane, e ricorda distintamente una conversazione che avrebbe cambiato le loro vite per sempre. «Aveva chiamato a casa. Parlavamo come facevamo sempre, e gli ho chiesto che piani avesse per quando sarebbe uscito. Mi ha detto che avrebbe fatto il rapper. Ero sorpresa, di solito chi va in carcere dice di tutto. Ma il giorno in cui è uscito è andato subito in studio, e da allora è cambiato tutto».

Pierre “Pee” Thomas, il CEO di Quality Control, ha osservato con i suoi occhi il fascino della vecchia vita di Baby. Quando parla di lui è orgoglioso come un padre: lo conosce dal 2010, quando Baby era ancora un teenager gracilino. «Stava sempre in giro con il mio migliore amico Big», dice. «È come un fratello per me». Mentre era in prigione, Pee ha iniziato a lavorare per lui. «Gli dicevo sempre che quando sarebbe tornato a casa lo avremmo aspettato in studio», racconta. «Ho avuto una grande influenza per far sì che scambiasse la strada con la musica».

Un paio di giorni dopo essere uscito di prigione, nel 2016, Baby è entrato in studio pronto per fare rap. Dopo aver cercato diverse volte di finire una canzone, sempre senza successo, ha abbandonato il suo sogno. Poi, a gennaio 2017, ha deciso di dedicarsi completamente alla sua nuova vita e ha finito un pezzo: è Days Off, l’introduzione del suo primo mixtape Perfect Timing, che mette in mostra una voce non ancora formata del tutto, un timbro nasale che suonava come una rozza imitazione di Future.

Da allora, la sua tavolozza espressiva si è sviluppata e ha imparato a cantare sia di delusioni d’amore (Close Friends) che di disperazione (Emotionally Scarred), il tutto mentre le sue capacità tecniche continuavano ad affinarsi. Arrivato a pezzi come Spazz e Pure Cocaine, Baby era già molto più abile. La velocità della performance e la fluidità delle rime erano antitetiche alla ripetitività di colleghi come Gunna e 21 Savage. Continuerà a parlare del suo passato su tutti i dischi, ma è convinto che nessuna delle sue canzoni parlino di senso di colpa o di sensazioni di cui deve ancora liberarsi.

«Continui a parlarmi di colpa», dice, «ma io non sono mai stato colpevole. Anche se ho fatto delle cose, non ero colpevole».

«Che significa?»

«Non ho sensi di colpa. Credo che quello che è fatto è fatto. E non credo nei conflitti. Credo che le cose accadano».

Mentre Baby finiva le sue canzoni, Pee ha visto un’opportunità per saturare il mercato. Solo nel 2017 ha pubblicato quattro progetti, l’anno successivo altri tre. La formula di Pee era semplice: ha preso tutte le canzoni a cui Baby stava lavorando, ha commissionato delle copertine e le ha pubblicate in streaming. La parte più difficile non era registrare la musica, ma convincere Baby a seguire la stessa strada che ha generato l’ormai leggendaria etica professionale di chi l’ha preceduto, cioè i Migos. «A volte abbiamo discusso, perché all’epoca faceva tanti soldi in strada, mentre io volevo che partisse per fare promozione», spiega Pee. «Faceva concerti, ma non lo pagavano, forse 500 o 1000 dollari a serata. Per fare quelle serate aveva bisogno di un van, doveva guidare quattro ore e poi tornare».

Rashad, il suo affabile manager, ricorda vivamente il periodo in cui lo portava a suonare in club minuscoli in posti come Jackson, Mississippi. «L’ho visto suonare in posti senza produzione, schermo, luci e fumi. Credo che non ci fosse neanche un dj. Dicevo al dj del club che pezzi mettere. Lui era sul palco, io ero nel dj booth e dicevo a un tizio che canzoni mettere».

Lil Baby nel luogo dove Rayshard Brooks è stato ucciso da due agenti. Foto: Diwang Valdez per Rolling Stone USA

Per Baby era un processo troppo lento. «Era molto frustrato, diceva che faceva molti più soldi in strada», ricorda Pee. «Io gli ho sempre detto che con la musica non doveva gestire le stesse conseguenze, che non metteva in gioco la sua vita e la sua libertà. Ho dovuto instillare questo pensiero nella sua testa, convincerlo a fidarsi. Gli ho sempre detto che alla fine tutto questo avrebbe pagato».

A un certo punto, una carenza di droga da vendere ha convinto Baby ad abbandonare la vecchia vita e a dedicarsi completamente alla carriera nella musica. «Sono stato a secco per tre settimane, probabilmente», dice. «Mi sentivo pulito, non volevo fare più quelle cose. Quando gli altri sono andati a rifornirsi, io non ho preso niente. Ho iniziato a rappare».

Dopo aver attraversato il suo vecchio quartiere, la macchina di Baby arriva vicino all’edificio bruciato dove il 12 giugno due poliziotti hanno ucciso Rayshard Brooks. Un gruppo di manifestanti è qui per ricordarlo. Ci sono anche stand che vendono magliette Black Lives Matter e un gran numero di candele, orsacchiotti e fotografie. «È a due passi dal mio quartiere», nota Baby.

Sono giorni che il video in cui Brooks prega i poliziotti di lasciarlo andare a casa è in loop sul mio telefono. Mentre Baby accosta, gli dico che essere qui è surreale.

«Amico, un sacco di gente è morta in tutti i posti in cui siamo passati», risponde Baby. «Tutti».

Nei giorni che abbiamo passato insieme ha descritto un mondo desolante, dove morte e ingiustizia sono realtà quotidiane verso cui i neri di Atlanta hanno una familiarità rassegnata. Per un attimo, però, anche il suo cinismo mostra una crepa. «Adesso che ho potere posso dire qualcosa», spiega. «Da dove vengo io, siamo abituati che le cose vadano male».

Mentre Baby entra nel parcheggio, un uomo armato di nome Garry Strokes – apparentemente incaricato di mantenere la sicurezza nella zona – gli dice di andare nel retro dell’edificio. Stokes si descrive come un membro della National African American Nation, e un «individuo senza pregiudizi» che lavora con la famiglia Brooks. Dice ai suoi uomini di assicurarsi che al rapper non succeda niente. «Prima di tutto questo» dice «non importava niente a nessuno, o almeno non gli importava abbastanza da alzarsi in piedi e dire qualcosa su quello che stava succedendo».

«Abbiamo bisogno di un posto in cui questa comunità possa venire e trovare un po’ di pace», continua. «Un posto dove la comunità può imparare cose, trovare aiuto e studiare i diritti civili. Il nostro obiettivo principale è avere un centro per tutta la comunità». Due settimane dopo il nostro incontro, la polizia di Atlanta ha liberato la strada dai manifestanti.

Nel giro di qualche minuto Baby si ritrova circondato da ragazzini e genitori, tutti vogliono toccare un uomo che ha sempre vissuto a cinque minuti da qui e che ora rappresenta qualcosa di completamente diverso. Baby si mette in posa per le foto, mentre Coach K compra un po’ di magliette Black Lives Matter.

Coach non sembra turbato da quanto tempo sia servito alle masse per scoprire un lato di Baby che lui conosceva da sempre. «I nuovi fan [arrivati dopo The Big Picture]?», dice. «Hanno ascoltato i vecchi dischi. Ora stanno a sentire. Quel pezzo li ha catturati. Nella tredicesima settimana gli ascolti sono aumentati del 4%. La quattordicesima del 12. E questa settimana arriveremo al 14».

Foto: Diwang Valdez per Rolling Stone USA

«Io, Baby e Pee ne stavamo parlando», continua Coach. «Gli abbiamo detto che sarebbe arrivato al primo posto in classifica, ma a lui non importa, non gli interessano i numeri della prima settimana d’uscita. Ci ha detto che dovremmo parlare di cosa succederà tra 10 settimane. È il lungo periodo che conta».

Nonostante la sua carriera sia iniziata da meno di cinque anni, Lil Baby sta già immaginando una versione romanzata della sua vita, perfetta per un film o un documentario. «È per questo che non voglio parlare, è roba dura. Mi sembra che la mia sia una di quelle storie che capitano a una persona su un milione. Non voglio raccontarla tutta subito».

Gli chiedo se può farci un regalo e anticipare qualcosa, e lui sorride. Le canne sono finite, i dadi impacchettati e la giovane superstar accetta di rispondere a un’ultima domanda. «Insomma, stai parlando con me», dice. «È un bel regalo, non credi?»

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.