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Liberty DeVitto: «Ho fatto pace con Billy Joel, la rabbia mi stava divorando»

Il batterista racconta la vera storia del litigio e della riconciliazione con il 'Piano Man' e ripercorre gli alti e bassi della carriera. Scrivere l'autobiografia, dice, l'ha aiutato a mettersi alle spalle il passato

Liberty DeVitto

Foto: Michele Eve Sandberg/Invision/AP/Shutterstock

Il batterista Liberty DeVitto era ancora fuorioso quando 15 anni fa ha iniziato a scrivere l’autobiografia Liberty: Life, Billy and the Pursuit of Happines. Billy Joel l’aveva appena licenziato dalla band in cui aveva suonato per 30 anni e lui aveva preso il libro come un’occasione per sfogarsi e togliersi qualche sassolino dalle scarpe. «Ero un vecchio arrabbiato», dice, «e quella rabbia mi stava divorando».

Quando DeVitto ha potuto raccontare la sua storia nel documentario del 2016 Hired Gun, il fuoco che sentiva dentro ha iniziato a spegnersi. All’improvviso, le parole del manoscritto gli sembravano diverse. «Sono tornato indietro e ho ripensato a quel che avevo scritto e ho addolcito le parti più amare».

«C’era un’ex moglie di cui non mi importava granché. Avevo un problema con l’alcol e per lei dev’essere stato difficile. Io invece le davo tutta la colpa. Quando sei in quello stato non ti rendi conto della realtà. Poi ho iniziato a pensare alle cose che diceva Billy, a perché ha fatto quel che ha fatto. Più ci pensavo, più mi rendevo conto che la vita è troppo breve per provare tutta quella rabbia».

Il libro – che è uscito il 17 luglio – racconta tutta la sua vita, concentrandosi in particolare sui 30 anni con Billy Joel. Di rabbia non c’è traccia. Quando stava per finire, DeVitto ha scritto a Joel una e-mail e i due vecchi amici hanno deciso di incontrarsi per fare colazione e riconciliarsi. Joel ha anche accettato di scrivere la prefazione del libro, qualcosa di inimmaginabile fino a pochi anni fa, quando i due comunicavano solo attraverso gli avvocati e commenti acidi a mezzo stampa.

DeVitto ha telefonato a Rolling Stone mentre era seduto in macchina di fronte alla sua casa di Clinton Hill, Brooklyn, durante una calda giornata newyorchese. Abbiamo parlato del libro, della sua carriera, della pace fatta con Joel e di come mettersi alle spalle il passato.

Perché hai deciso di scrivere questo libro? 

Volevo scriverlo perché ero quel tipo di ragazzino che non seguiva le lezioni a scuola e non ho nemmeno studiato batteria. Il libro racconta la storia di come i miei genitori sono arrivati qui dall’Italia e di come sono finito a suonare in due dei cinque album più venduti di tutti i tempi, cioè Billy Joel’s Greatest Hits I e II. La gente mi chiede come sia successo, e io mi faccio la stessa domanda.

Insomma, ho messo giù la storia della mia vita, le cose che sono successe e come mai sono arrivato dove sono adesso. Credo che le scelte che fai nella vita determinino il tipo di persona che diventerai.

Nel libro parli del tuo amore per Ringo Starr. In che modo la sua musica ti ha cambiato la vita? 

Ero un bambino quando ho sentito i Beatles all’Ed Sullivan Show. Avevo 13 anni ed era arrivato il momento di uscire con una ragazza. Non mi stava andando granché bene perché non facevo sport. Poi ho visto i Beatles e le ragazze che impazzivano per loro. Ho pensato: wow, ecco cosa voglio fare, voglio suonare in una band con i miei amici e far urlare le ragazze.

Come migliaia di altri ragazzi di questo Paese, ho fondato una band. Suonavamo ai balli della scuola e la gente mi fermava nei corridoi per chiedermi se fossi io il ragazzino che suonava la batteria. Lo strumento mi dava un’identità. Ero diventato qualcuno. Ero il batterista della scuola. È successo grazie a Ringo. Era un batterista fantastico, ma non possiamo dire che ci abbia aperto la strada. No. Ringo ha abbattuto gli alberi, preparato il terreno e poi ci ha anche aperto la strada.

Sei così conosciuto per i dischi con Billy Joel che la gente finisce per dimenticare che prima avevi suonato con Mitch Ryder…

Sì. Avevo 18 anni. Ho preso il diploma in giugno e in novembre ero in tour con Mitch.

Com’è stato il primo concerto? Suonavi canzoni come Devil in a Blue Dress con il cantante originale… 

È una delle cose più eccitanti che mi sia capitata. Il fatto che riuscissi a restare calmo e suonare quei pezzi mi sembra ancora un miracolo.

Qual è il tuo primo ricordo di Billy? 

Suonavo concerti nella zona di Long Island con la mia band, i New York Workshop, e lui suonava negli Hassles. L’ho visto cantare Coloured Rain, la canzone dei Traffic scritta da Steve Winwood. Era impressionante. Sarà stato il 1967.

La cosa divertente è che ho sempre amato la musica di Aretha Franklin, Sam and Dave. Anche mia mamma la apprezzava molto. Quando ho saputo che avrei fatto un’audizione per entrare nella band di Billy Joel, ho iniziato a studiare i suoi pezzi e mia madre è venuta a parlarmi. Mi ha guardato con aria perplessa e ha chiesto: suonerai davvero con lui? Era diverso da quello che ascoltavo e suonavo all’epoca.

Hai iniziato a suonare nell’album Turnstiles. Secondo te perché non ha venduto bene? In scaletta ci sono tanti classici…

Non credo che volessero che Billy lo producesse. Volevano Jim Guercio dello studio Caribou Ranch. (Il bassista) Dee Murray e (il batterista) Nigel Olsson, della band di Elton, suonavano con Billy, e a lui non piaceva. Ha licenziato Guercio e si è spostato nella mia zona. Eravamo da soli, dalla Columbia non è mai arrivato nessuno. Abbiamo fatto da soli l’album e non credo che la cosa gli piacesse. La cosa divertente è che in tutti i tour che ho suonato con Billy le scalette erano piene di pezzi di Turnstiles.

Era il periodo della disco, del primo punk, del prog. Quella musica era davvero diversa.
Vero. Poi abbiamo fatto The Stranger. Solo la colonna sonora di Saturday Night Fever ci ha tenuti lontani dal numero uno in classifica.

Durante le registrazioni di The Stranger sentivi che era un disco diverso e che le cose sarebbero decollate? 

La cosa più eccitante era lavorare con Phil Ramone. Sapevamo che aveva fatto molte delle cose che sentivamo in radio, anche solo nel catalogo di Paul Simon. Eravamo molto felici, ma sai, quando abbiamo riascoltato le canzoni eravamo solo dei ragazzi felici di fare quello che stavano facendo. Pensavamo che Movin’ Out sarebbe stata una hit. Odiavamo Just the Way You Are (ride) e Scenes From an Italian Restaurant era davvero lunga. Non sono molto bravo a scovare le hit.

Quando ho parlato con Billy, qualche anno fa, mi ha detto che togliere il reggae da Only the Good Die Young è stata una tua idea. Cosa ricordi di quel pezzo?

Volevamo suonarla reggae e avevamo dei problemi. Ho detto: non facciamo reggae, non veniamo dalla Giamaica. La cosa più vicina alla Giamaica che conosciamo è Jamaica Station, dove prendi il treno per Long Island. Ho sempre amato Up From the Skies, il pezzo di Jimi Hendrix in Axis: Bold as Love. Ho suonato quel giro e lo shuffle di quel pezzo, Billy ha iniziato a cantare Only the Good Die Young e Phil ha detto che era quello il ritmo di cui avevamo bisogno.

È un buon esempio di come un batterista può cambiare una canzone.
Qualche volta mi hanno definito un batterista-autore. Un altro esempio è The Downeaster Alexa, da Storm Front. Un giorno Billy entrò in studio e disse: «Voglio che la batteria dia la sensazione di un peschereccio perso nell’Atlantico, con onde altissime e motori diesel». Ho dovuto trovare l’atmosfera giusta per tutto il pezzo.

Il mondo della musica è cambiato profondamente negli anni ’80, soprattutto grazie a MTV e alla new wave. Hai mai pensato che la musica di Billy potesse invecchiare in fretta? 

Era una possibilità. All’epoca registravamo in Europa e sono andato a sentire i Police. Ho detto a Billy che doveva andare ad ascoltarli, perché erano incredibili. Lui invece mi prendeva in giro. Non voleva saperne nulla. Poi ha ascoltato la loro musica e qualcosa è cambiato, perché parte di Glass Houses era un po’ la nostra versione del punk.

Qualche anno dopo ha pubblicato Uptown Girl, e nel video si è anche messo a ballare. Si è adeguato a quell’era.
Sì. A Billy piace cambiare, il che è una cosa positiva. Chi resta uguale a se stesso finisce per sparire.

Qual è il tuo ricordo preferito del tour nell’Unione Sovietica del 1987?
Non ha a che fare con la musica: eravamo sempre seguiti da un gruppo di russi. Erano un po’ le nostre guide turistiche. Ci dicevano cosa portarci dietro, perché all’epoca in Russia non c’erano burro d’arachidi o acqua in bottiglia. Ci dicevano che la dieta lì era un po’ strana. Ricordo che la mia guida, Elena, un giorno è entrata nella mia stanza. Mi ha detto: «Quindi questo è il burro d’arachidi che fa impazzire gli americani». Gliel’ho fatto assaggiare, ma l’ha sputato subito. Diceva che era terribile. Ero scioccato, a tutti piace il burro d’arachidi. Non avevo mai visto nessuno reagire così.

A proposito del periodo di The Bridge, ho letto che Billy non lo considera uno dei suoi dischi migliori. Tu cosa ne pensi?
Per Billy è stato difficile scrivere le canzoni di quel disco. Siamo andati in una casa a Long Island, aveva dei pezzo per le mani e ogni tanto Phil Ramone suonava con noi. È in quel periodo che ha cambiato la band. Le canzoni che aveva scritto sono finite nel cestino. Credo facesse fatica ad aggiornarsi, era scoraggiato da come andavano le cose nell’industria musicale. Era un periodo difficile. Ci sono canzoni come A Matter of Trust che credo abbia scritto alla chitarra e non al pianoforte. Era alla ricerca di qualcosa di diverso.

Storm Front rappresenta un grande cambiamento. Hai mai pensato che fosse troppo diverso, troppo moderno?

No. Quando l’ho sentito pensavo che suonasse bene. Ero convinto che I Go to Extremes fosse un buon primo singolo, ma la Columbia voleva un’altra canzone. E Billy se n’è uscito fuori con We Didn’t Start the Fire.

Amo quel pezzo, anche se non c’entra molto col resto del catalogo. È la cosa più vicina al rap che Billy abbia mai registrato.
Sì, in effetti è quasi rap. La parte di batteria è stata suonata da me, Crystal Taliefero e Billy su timpani, conga, bonghi… Davano il suono world di cui Billy aveva bisogno. Quello è stato un disco davvero diverso, e molto interessante. Mick Jones aveva preso il posto di Phil.

Ha aperto le porte a un pubblico completamente nuovo, forse più giovane… 

Senz’altro. We Didn’t Start the Fire era sempre citata in classe durante le lezioni di storia. È divertente, perché ricordo che ero accanto a lui mentre la scriveva. Aveva un libro, The Chronicles, e girava le pagine. È partito dalla sua data di nascita ed è andato avanti a sfogliarlo, leggendo gli eventi degli anni successivi.

So che non hai suonato molto in River of Dreams, ma sapevi che sarebbe stato il suo ultimo disco? 

No. Ricordo che suonavamo da Letterman, eravamo uno dei primi gruppi del Late Show. Gli ho chiesto se avrebbe scritto altra musica, e mi ha detto: «Quando avrò bisogno di soldi, forse scriverò altre canzoni d’amore». Quando scriveva Billy parlava sempre della sua vita. Se senti State of Grace, da Storm Front, è evidente che la storia con Christie Brinkley era finita.

Come sono stati i tour con Elton John? 

Divertenti. Non mi spiace suonare nei club, ma fare gli stadi e condividere il palco con Elton e la sua band è stato incredibile. Amo quel gruppo. Davey Johnstone è uno dei migliori, così come Nigel Olsson. Ascolta il ride in Don’t Let the Sun Go Down on Me. Faccio la stessa cosa in Honesty e Leningrad, e gliel’ho confessato. È stato grande poterlo osservare, è uno dei miei idoli.

Hai suonato al Madison Square Garden nel concerto di capodanno alla fine del 1999. All’epoca pensavi che Billy potesse ritirarsi? 

L’ho pensato alla fine di ogni tour. Ricordo che una volta, in una delle ultime date, stavamo suonando Scenes From an Italian Restaurant. Ha iniziato a cantare, l’ho guardato e ho pensato: non riesco a credere che dobbiamo suonarla ancora (Ride).

Sono sicuro che durante Piano Man l’avranno pensato tutti, almeno una volta. 

Sì, è difficile continuare a suonare gli stessi pezzi. La gente viene a sentirti e paga bei soldi per il biglietto. Non puoi avere l’aria annoiata. Nella formazione originale eravamo tutti amici. Una volta uno dei ragazzi della band di Elton mi ha detto: «Voi siete divertenti e scherzate un sacco, ma sul palco diventate super seri».

So che sei stanco di questa storia, ma come hai scoperto che eri fuori dalla band?
Billy si stava per sposare con la terza moglie (Katie Lee) e non ero stato invitato al matrimonio. Ho chiamato il tastierista (David Rosenthal) e ho scoperto che lui ci sarebbe andato, e così ho capito che qualcosa non andava.

Nessuno ti ha detto che eri fuori? Neanche una telefonata? 

Niente. Niente.

Dev’essere difficile vedere un altro batterista che suona le tue parti… 

Sì, è la cosa peggiore. Hai scritto quelle cose e devi vedere un altro che le suona al posto tuo. Alcuni si prendono persino il merito. Io non lo faccio mai con Billy J. Kramer, non mi prendo il merito di quelle parti.

Nel 2018 Vulture ha chiesto a Billy cosa fosse successo, e lui ha risposto: «I soldi non c’entrano niente. Niente. Non dirò la mia versione della storia, perché rovinerei la vita di Liberty, e non voglio farlo». Sai di cosa sta parlando?

Sì. Dopo che ci siamo incontrati per la prefazione del libro, abbiamo iniziato a scambiarci delle mail, e un giorno mi ha scritto quello che era successo davvero. A quanto pare aveva sentito qualcosa che pensava fosse vero, ma non lo era. Io non ne sapevo niente, quindi non potevo difendermi. Se fosse stato vero avrebbe avuto ragione, ma non lo era per niente.

Immagino che tu non voglia dire di più pubblicamente…

No.

Qualche anno fa gli hai fatto causa, ma il libro non ne parla. Perché?
Una volta un tizio ha scritto un libro che metteva Billy in cattiva luce. Prima di un concerto, in quel periodo, gli ho detto che avrei fatto anch’io un libro, ma che sarebbe stato pieno di cose belle. Quindi tirare fuori la causa… Comunque, si trattava di royalties online e cose del genere. Quando è successo mi ha detto che il suo contabile aveva fatto degli errori, se non fosse andata così non ci sarebbe mai stato bisogno della causa.

Ti sei pentito? In fondo era un’incomprensione…

Lo era, ma non mi pento di nulla. Sarebbe come dire che mi pento di aver divorziato dalla prima moglie anche se la mia vita con la seconda moglie è grandiosa. Non mi sono pentito neanche del matrimonio. Ho avuto dei figli stupendi e sono felice. Lo stesso vale per Billy. Ha una figlia grande. Io ne ho tre. Ha due bambini piccoli, io ne ho uno. Abbiamo ricominciato da capo le nostre vite, e io volevo che il mio amico tornasse a far parte della mia.

Come ti sei sentito durante la colazione in cui avete fatto pace?
Ero a mio agio. Ci siamo seduti, eravamo due vecchi amici che parlavano delle loro cose. Sapevamo cosa avevamo affrontato insieme. Sapevamo che c’erano cose irrisolte. Sapevamo tutto del passato. Ma sapevamo anche, e non c’è stato bisogno di dire nulla, che non avremmo parlato di tutto questo. Abbiamo ricostruito la nostra amicizia.

Se ci pensi, musicalmente io e Billy siamo andati in posti dove non si spingerebbe neanche con sua moglie. Perdere quell’amicizia è stato doloroso. È stata la cosa peggiore in assoluto. Non i concerti al Madison Square Garden, ma la nostra amicizia.

Tornando un po’ indietro, cosa ti ha portato a scrivergli una mail all’improvviso? 

Ero a letto, mi ero operato al ginocchio. Pensavo che la vita è troppo corta per portarsi dietro il peso della rabbia e non avere più quell’amicizia. Ogni giorno qualcuno mi chiedeva quando ci avrei parlato di nuovo, che cosa avrei fatto se l’avessi incontrato per strada. Ovviamente l’avrei abbracciato e gli avrei detto che gli volevo bene. Volevo quell’opportunità. Stavamo invecchiando, e i nostri amici hanno iniziato a morire. Qualcuno si è ammalato. Non sapevo quanto tempo avremmo avuto, volevo aggiustare le cose.

Negli ultimi anni hai suonato le canzoni di Billy con i Lords of 52nd Street. Com’è nato il gruppo?
Quando la Billy Joel Band è entrata nella Long Island Music Hall of Fame, ero ancora arrabbiato. Ero quasi sul punto di non presentarmi. Ci hanno chiesto di suonare un pezzo di Billy. L’abbiamo fatto, e il pubblico ha reagito così bene che abbiamo finito per suonarne cinque. Abbiamo pensato che c’erano già tante band che suonavano quel repertorio, e che noi eravamo i tizi che avevano scritto quelle cose. Perché non continuare? 

Suonare in quel gruppo mi ha fatto riprovare la gioia di quando eravamo una piccola gang in sala d’incisione. Quando registravamo con Karen Carpenter, il New York Times ci ha definito “quei teppisti che girano con Billy Joel”, o qualcosa del genere. È stato grandioso provare di nuovo quelle cose.

Credi che ti chiamerà mai per suonare qualche pezzo insieme sul palco?
Non saprei. Potrebbe. Al Garden invita sempre degli ospiti. Staremo a vedere. Al momento stiamo bene così.

Che consiglio daresti a te stesso se potessi tornare al momento in cui hai lasciato il gruppo? 

Perché non alzi il telefono e chiami Billy? Perché non parlate? Ecco cosa avrei dovuto fare. Avrei dovuto telefonargli. Ma ero davvero arrabbiato. Pensavo che non avrei dovuto fare un bel niente e che doveva fare lui il primo passo.

La buona notizia è che adesso puoi raccontare la tua storia nel libro.
Sì, è la mia storia. Tutti pensano che l’artista entra in studio e dà istruzioni a tutti. Non è così. Dico sempre che Ringo è famoso per aver suonato in una band chiamata Beatles. Il mio nome è legato a quello di Billy Joel. Billy aveva un contratto e i Beatles, tutti e quattro, ne avevano uno con la casa discografica. Ma qual è la differenza tra il ruolo di Ringo e il mio? Facevamo le stesse cose con le canzoni.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?
Beh, vorrei che il libro diventasse un bestseller (ride). No. Quando ho firmato con Hudson Music per il libro, mia moglie mi ha detto che sarebbe stato grandioso anche vendere una sola copia e che avrei scritto quella storia per i miei figli. Sono felice di come stanno andando le cose. Siamo ben oltre le mie aspettative. Cosa mi aspetto per il futuro? Non saprei. Voglio che i miei figli abbiano successo nella vita. Voglio che il futuro sia luminoso. Voglio che la gente capisca che il mondo ha bisogno di più amore.

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