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Libertà, bugie e attivismo: Blood Orange ci racconta il “Freetown Sound”

È uno dei musicisti più fichi del momento. Ma più della fama a lui, dice, interessa l’amore (di una fotografa, che lo ha scattato per noi)

Dev Hynes, a.k.a. Blood Orange, si è fidanzato con una fotografa, Ana Kraš. E lei lo ha scattato per noi in una camera d’hotel, con “gli occhi dell’amore”, ovviamente - Foto di Ana Krasˇ

Dev Hynes, a.k.a. Blood Orange, si è fidanzato con una fotografa, Ana Kraš. E lei lo ha scattato per noi in una camera d’hotel, con “gli occhi dell’amore”, ovviamente - Foto di Ana Krasˇ

Perché intorno a Devonté Hynes – il musicista, compositore e produttore inglese noto col moniker di Blood Orange – ci sia tutto questo hype basta dare un’occhiata al video di Augustine, ovvero la versione fica di una giornata da artista perdigiorno nel Lower East di New York – un po’ Spike Lee di Fa’ la cosa giusta, e un po’ Cassavetes. Per non parlare della sua musica, un pop R&B 80’s bagnato e raffinatissimo, zeppo di citazioni colte e sexy. Se non vi bastasse, a giustificarne l’hype, guardatevi questi ritratti scattati in esclusiva per Rolling Stone in una stanza d’albergo milanese, di notte, subito dopo un suo concerto. Nota bene: la fotografa è la sua girlfriend, l’artista serba Ana Kras.
Il terzo album di Blood Orange – Freetown Sound, uscito la scorsa estate – racconta anche quello che sta succedendo oggi in America, dalla mattanza di neri messa in atto dalla polizia alla risposta del movimento Black Lives Matters (il cui slogan Hands Up diventa titolo di un pezzo) e dei nuovi intellettuali (Love Ya contiene un sample dello scrittore Ta-Nehisi Coates, autore del bellissimo Tra me e il mondo).

A luglio, il giorno dopo la morte di Alton Sterling – il 37enne nero della Louisiana ucciso da due agenti di polizia – hai scritto sul tuo profilo Twitter: “Stop Killing Us”.
Sì, nel modo in cui ho usato “us”, intendevo riferirmi a tutti, non solo agli afroamericani, mi riferivo alla comunità gay di Orlando, alla gente che era allo show degli Eagles of Death Metal a Parigi, alla persone in Siria. E ovviamente anche ad Alton Sterling.

In che modo il tuo album è stato influenzato dalla presa di coscienza di quello che sta accadendo nel mondo?
In realtà il disco esprime i miei sentimenti in maniera naturale, non ci ho troppo pensato prima di iniziare. È successo e basta di riversare nella scrittura e nella musica tutto quello che stava avvenendo intorno a me.

Quanto alla musica, c’è qualcosa che ti ha influenzato o ispirato in particolare?
Ho ascoltato moltissima musica quando stavo pensando a Freetown Sound: da Nina Simone e Miles Davis fino a Beastie Boys e J Dilla. Mettevo su un disco di Coltrane ogni giorno, e poi Prince, naturalmente. Mi ha influenzato anche il lavoro di alcuni amici che amo, come Solange, Kelela e Kindness.

L’ultimo album di Dev Hynes si intitola Freetown Sound, dal nome della città in Sierra Leone dove è nato suo padre. Nel disco ci sono anche Debbie Harry, Nelly Furtado e Carly Rae Jepsen - Foto di Ana Kras

L’ultimo album di Dev Hynes si intitola Freetown Sound, dal nome della città in Sierra Leone dove è nato suo padre. Nel disco ci sono anche Debbie Harry, Nelly Furtado e Carly Rae Jepsen – Foto di Ana Kras

Dai l’idea di avere un approccio intellettuale alla musica: è così?
Sì, soprattutto nel modo in cui penso la produzione e la tecnica del mix. Ogni cosa sull’album è lì per una ragione precisa, ha un significato. È molto pensato, ma è anche una cosa che decido sul momento. Non c’è premeditazione.

Credi che essere nato in Inghilterra ti abbia protetto da alcune di quelle stronzate che derivano dal concetto di fama? Per esempio Kanye West, che è un genio, ma a volte perde un po’ il limite della ragione.
Penso di sì, forse perché non mi è mai importato davvero. Non ho mai pensato alla fama. Quando ero più giovane, non mi piaceva cantare allo specchio, non mi sono mai sentito forzato a giocare a calcio o a andare in skate. Io suonavo il pianoforte.

E adesso, continua a non importarti della fama?
Sì, non significa nulla. Non per essere macabro, ma tutti noi moriamo. Quindi non penso che nella vita sia importante essere famoso. La famiglia, gli amici, essere felice, questo è ciò che importa. Non ho bisogno del parere della gente per sentirmi bene, ma posso farlo per conto mio e con le persone che amo e che mi circondano.

Ci sono alcune scelte stilistiche del tuo sound che sembrano riferirsi alla scena inglese white soul degli 80’s, o ai remake inglesi della musica americana negli anni ’60 e ’70. Le tue origini inglesi emergono anche nella tua musica?
Sicuramente, è il posto dove sono cresciuto e porto con me molto della musica che ascoltava mia madre, come Simply Red, il Northern Soul e gli UB40.

Trovi che New York ti ispiri ancora così tanto come quando ti ci sei trasferito?
C’è ancora molto che mi ispira. Amo fare passeggiate per la città, vedere cosa succede. C’è così tanta cultura, così tanto da esplorare, la città è davvero una grande fonte d’ispirazione, ma non so spiegare di preciso perché.

L’album Freetown Sound è ispirato al viaggio che i tuoi genitori fecero per trasferirsi dalla Sierra Leone a Londra e, allo stesso tempo, alla tua decisione di venire a vivere negli Stati Uniti. E anche a come la tua scelta e quella dei tuoi genitori siano comparabili… Qual è la tua opinione su questo trend internazionale, che vede gli Stati isolarsi sempre di più, chiusi dentro i propri confini. Penso alla Brexit, a quanto sta accadendo nell’area del Mediterraneo sull’accoglienza ai profughi, o in America con la propaganda del partito repubblicano.
È folle, si basa tutto su bugie, e questa è la cosa più fuori di testa; è incredibile come si possa vincere grazie alle menzogne. Guarda il successo che sta riscuotendo Donald Trump: sta raccontando bugie come Nigel Farage ha fatto per la Brexit. Menzogne sull’impatto dell’immigrazione sul nostro Paese, bugie su quanti soldi otterrà ogni immigrato. E moltissimi gli hanno creduto. È spaventoso che si pensi di chiudere i confini, che la gente ci stia credendo davvero. È come all’epoca in cui i miei genitori arrivarono in Inghilterra, come ai tempi della Thatcher.

Il video di Augustine è una sorta di manifesto, una presa di coscienza dei significati della condivisione, della vita di comunità. È ancora possibile appartenere a una comunità artistica, e farlo vedere, senza assomigliare a uno spot di American Apparel?
È divertente, nel video volevo mostrare una versione “stilosa” della mia vita. C’è il parco dove vado tutti giorni, ci sono i miei amici Julian (Casablancas) ed Ethan (Silverman), il ristorante in cui mangio sempre. Ho cercato di mostrare la mia quotidianità, è decisamente un bel modo di trascorrere la giornata. (Ride). Volevo sottolineare l’elemento naturale di libertà con cui cerco di vivere, come mi piace farlo, a mente libera.

So che ti piace Puccini. È solo questo il tuo punto di contatto con l’Italia?
È soprattutto la musica classica, perché è il suono con cui sono cresciuto, la ascoltava mio padre, e il violoncello è stato il mio primo strumento. Mi piace anche una band italiana che ascoltavo quando vivevo ancora in Inghilterra: i Lacuna Coil.

Il gruppo metal?
Sì, quello.

Ho letto una tua intervista recente, in cui dicevi che stavi leggendo la biografia di Philip Glass. Ti è piaciuta? E ora che libro stai leggendo?
Mi è stato di grande ispirazione, è come se fosse un nonno che parla della sua vita negli anni ’60. È molto appassionante da leggere. Glass è un mio idolo e tutte le volte che lo incontro in giro per New York mi emoziono tantissimo. In questo periodo sto leggendo le interviste di Miles Davis e alcuni libri di poesie di Essex Hemphill, un poeta e attivista gay newyorkese degli anni ’80.

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