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Leyla: «Il talento si misura su basi diverse dal sesso»

Le dicevano di cantare qualcosa di più femminile. Lei ha tenuto duro e ha continuato a fare rap. Ora esordisce con ‘Viva’ e dice che «c’è bisogno di verità, perché oggi il rap è troppo patinato»

Leyla

Foto: Lorenzo Piermattei

«Io sono partita come parte di un duo e ogni volta, negli studi, la domanda era “ah, ma tu fai il ritornello?” oppure “ah, ma sei la ragazza che lo accompagna?”». Il primo approccio di Leyla con il mondo del rap è tristemente simile a quello di molte altre ragazze in Italia, storie che spesso si interrompono lì, a quel primo step. Per moltissimi anni, infatti, il genere è stato percepito come una sorta di prerogativa maschile, come se non si potesse scrivere in rima e raccontare sé stessi senza essere uomini. Ultimamente questo paradigma distorto sta iniziando a cedere, per fortuna, ma ciò non toglie che per molto tempo ha rappresentato una sorta di barriera all’ingresso.

A differenza di tante altre, però, la storia di Leyla non si è fermata a quel primo ostacolo. Ventuno anni, nata e cresciuta a Roma, ha appena esordito con il primo album ufficiale Viva, fuori per Honiro Rookies. La musica arriva nella sua vita già in tenera età. «Mio padre e mia madre facevano viaggi lunghissimi in macchina, con dischi rigorosamente masterizzati. C’erano un sacco di generi diversi, devo la mia cultura musicale a loro». Il rap arriva più tardi, quando a 10 anni scopre Eminem grazie allo zio, e da lì in avanti si immergerà nel rap italiano. «Il rap è molto diretto, mi piaceva moltissimo questo aspetto».

Dall’ascoltare musica al fare musica, però, il passo non è esattamente breve. Non tutti trovano la forza di mettersi in gioco e il rap allora non affascinava tutti gli adolescenti, a differenza di oggi. «Ho realizzato di voler far musica verso i 15 anni, quando ho capito che con il rap avrei potuto parlare di me, di quello che succedeva nella mia vita, senza vincoli». Una vocazione chiara, un’idea ben precisa in testa e la voglia di darsi da fare. È servita molta forza di volontà per non gettare la spugna, per ignorare le voci di chi le suggeriva di fare altro, di fare qualcosa di più femminile, per non lasciarsi abbattere; erano anni in cui il rap italiano era praticamente privo di figure femminili di riferimento e anche negli Stati Uniti il mercato era ad appannaggio degli uomini. «Adesso le cose stanno un po’ cambiando, basta guardare le classifiche internazionali per trovare ovunque donne ai primi posti».

Impossibile darle torto, per fortuna. WAP di Cardi B e Megan Thee Stallion ha letteralmente monopolizzato il mercato internazionale, mentre in Italia Beba, Anna, Chadia Rodriguez, Madame, Mara Sattei, Rose Villain ed Elodie (per citare solo i nomi appartenenti o vicini al mondo urban) entrano regolarmente in classifica. Ad influenzare Leyla sono stati soprattutto i rapper italiani, che ha scoperto col tempo, prima da sola e poi con gli amici. «Mostro, Gemitaiz, i nomi passati in Honiro, Salmo, Marracash… in Italia abbiamo penne incredibili», dice. Nonostante ascolti molto rap straniero, gli artisti esteri non hanno segnato particolarmente la sua scrittura: «I vissuti degli artisti italiani e di quelli americani saranno sempre molto diversi, inutile girarci intorno».

Viva è un progetto molto personale. Il sound spazia su più generi e si lascia influenzare dai mondi più diversi, dal rap più hardcore al rock, dall’house al pop, seguendo l’ispirazione di Leyla, che non si preoccupa del rischio di disorientare gli ascoltatori. «Quello che devo fare è fare musica fidandomi di me stessa», spiega, «in un disco d’esordio non posso farmi dire da nessuno che cosa devo fare. Sarebbe come vendermi». Una visione molto chiara, che si riflette quindi in un disco eclettico, in cui il filo conduttore non è il suono, ma sono i testi. Viva racconta molto di ciò che Leyla è, sia al microfono che nella vita di tutti i giorni. Ci sono la sfrontatezza e l’energia, c’è l’irriverenza tipica dei vent’anni, c’è la voglia di spaccare il mondo e di farcela con la musica, trasmessa da brani quali Parabellum o Alberto Sordi. Ma ci sono anche pezzi come 4xV in cui si rivolge al padre, reo di volerla “più cantante”, brani in cui parla della pesante influenza dei social network sulla nostra vita, come Ventiquattr’ore, o ancora tracce in cui affronta il femminismo e l’empowerment femminile, come Dirty Dancing.

«Ultimamente si tende a parlare di femminismo in termini di nudità, della possibilità che ha una donna di mostrarsi nuda; il femminismo è anche questo, ma non è solo questo. C’è bisogno di parlare anche del resto, è difficile, serve un grande lavoro dietro». Non ha alcuna paura di esporsi, e il fatto che la questione sia spinosa, e spesso affrontata superficialmente da troppi, non la preoccupa. «È importante farlo, secondo me non se ne parla abbastanza».

Al giorno d’oggi, esordire come rapper non è facile. Il mercato sembra saturo ed è sempre più difficile distinguersi. A rendere ancora più complicata la situazione, la pandemia globale in corso non è, per usare un eufemismo, esattamente un incentivo per gli ascoltatori e per tutto il settore. «Uscire in un periodo come questo è uno dei motivi per cui non dimenticherò mai questo disco», dice però Leyla, con un sorriso che tradisce una spensieratezza di fondo, giustificata da una grande sicurezza nei propri mezzi. È davvero convinta di quale sia il punto di forza della sua musica: «Cerco di raccontare la mia verità, che poi è una verità in cui si possono rispecchiare gli altri. Credo ci sia bisogno di verità oggi, il mondo rap è troppo patinato». E se le verità riguardano, tra le altre cose, anche il femminismo e l’errata percezione del ruolo della donna nel rap, nella musica e nella società, allora c’è davvero bisogno di queste verità. Ora più che mai.

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