Nell’ultimo anno ho incrociato Marco Jacopo Bianchi in diverse occasioni: qualche concerto, suo e della sua “ballotta” di Ivreatronic, ma soprattutto cortei, manifestazioni per la Palestina, per il centro sociale Leoncavallo, per Askatasuna. Ho letto i suoi post su quello che sta succedendo a Gaza, su Trump, sulla politica italiana, sempre molto accorati, dritti, mai retorici. Ho anche comprato su Bandcamp la compilation We Will Stay Here. Music for Palestine realizzata da Andrea Pomini della Love Boat – i cui proventi sono andati a favore di M.A.P. (Medical Aid for Palestines) – con un suo pezzo, e ascoltato la sua Brucia tutto in cui canta “Una pallottola in testa a Bibi / E una a tutti gli amici di Bibi / No, non stare attento a ciò che dici / Sì, puoi fare tutto proprio come Bibi”.
Forse per questo mi aspettavo che il nuovo album sarebbe stato una sorta di combat electro piena di rabbia e ardore… E invece Cosmo con La fonte (in uscita venerdì 17 aprile), mi ha stupito: un disco pieno di calore, luminoso, con echi del Battisti di Anima latina e dell’elettronica balearica. Eppure, come mi racconta in questa chiacchierata, molto politico.
Hai fatto un disco pieno di luce e pace, molto in contrasto con i tempi di merda che viviamo…
Me lo sono chiesto anch’io a posteriori. In realtà c’era una logica artistica precisa: con Alessio Natalizia (produttore e suo partner in crime da Sulle ali del cavallo bianco, ndr) volevamo approfondire una direzione che avevamo già aperto nel disco precedente, quella di una certa canzone italiana, e spingerla oltre. Avevamo anche in mente di inserirci dentro varie influenze: un po’ di black music, qualcosa di urban, l’Auto-Tune e anche una certa vibe balearica. E alla fine è venuto fuori così. Mi sono domandato: cavolo, proprio adesso faccio un disco del genere? Anche perché io e Alessio siamo molto presi da quello che succede nel mondo – Gaza, il nuovo imperialismo — ne parliamo spesso in studio. Però evidentemente avevamo bisogno di un balsamo per l’anima. Per me la fonte è proprio questo: un luogo da cui attingere qualcosa di positivo, senza essere escapisti, ma per rigenerarsi.
L’idea di fonte come ritorno alle origini nei testi guarda all’infanzia, e si spinge addirittura allo stato embrionale, alla placenta…
Sì, la fonte è sia origine che purezza. Qualcosa di buono, intrinsecamente buono, anche quando nasce dal dolore. È un tema che mi sono accorto di aver messo nei testi: trasformare il dolore in qualcosa. Non restare nella lamentela, ma affrontarlo, conoscerlo, accoglierlo e poi elevarsi. Anche semplicemente guardando la sofferenza del mondo e dicendo: ok, partiamo da qui per fare qualcosa di buono.
E infatti non è un disco rabbioso: dove hai messo quell’incazzatura che ho letto nei tuoi post su Instagram?
È uscita altrove, in altri pezzi come Brucia tutto. Non stava dentro a questo disco, che ha una sua logica interna. Qui volevo fare qualcosa che ti rigenera, perché siamo a pezzi, letteralmente.
Mi stai dicendo che è comunque un disco politico?
Per me tutto è terreno di lotta. La storia è un campo di lotta costante: i diritti li abbiamo conquistati e dobbiamo continuare a difenderli. Non è che vinceremo per forza, ma non vinceranno nemmeno loro. Questa cosa mi dà forza.
Oggi però le piazze per la Palestina si sono svuotate, come se ce ne fossimo dimenticati.
È un momento strano. Abbiamo avuto un autunno con un’energia incredibile, poi improvvisamente si è normalizzato tutto. Quello che manca è una rappresentazione politica di queste energie. Però le pratiche ci sono: quello che è successo in Italia per la Palestina, le mobilitazioni, ha dimostrato che un’alternativa esiste. Quando si alza l’asticella, come è successo col referendum, qualcosa succede.
Ne La fonte ritorna l’idea delle TAZ, delle zone temporaneamente autonome, quei luoghi, fisici o mentali, dove vivere con una consapevolezza diversa dal resto della società.
Sì, è un po’ l’approdo del disco. Parti dal dolore e arrivi a una specie di fioritura finale, a momenti di beatitudine. Incanto è proprio questo: riscoprire la bellezza anche dentro i tormenti. E poi Venite a vedere nasce da un’immagine fortissima, quella del monaco che si dà fuoco a Saigon: un gesto di sacrificio totale che mi ha fatto pensare che il dolore può diventare lotta, può trasformarsi in qualcosa di enorme.
Un sacrificio che oggi fatichiamo anche solo a immaginare…
Sì, viviamo in una specie di incantesimo tardo-capitalista, costruito sul benessere di pochi a spese di altri. L’impegno politico si è affievolito e facciamo fatica a pensare di sacrificare qualcosa. Il disco, sotto traccia, parla anche di questo.
Hai partecipato alle manifestazioni in difesa di spazi occupati come il Leoncavallo e Askatausana, definiti dal governo «covi di pericolosi estremisti». Ti senti un pericoloso estremista?
Diciamo che mi trovo a mio agio con idee radicali. Però è una ricerca, non una posizione rigida. Quando lotti non sai dove arrivi: è un processo, passo dopo passo.
Il fatto che il primo pezzo dell’album, Tornare alla fonte, sia cantato tutto con l’Auto-Tune mi è sembrato quasi una provocazione, l’idea di purezza digitalmente manipolata…
È un linguaggio contemporaneo. Mi piace usarlo perché mi porta fuori dalla mia comfort zone e mi permette di fare cose che con la mia voce normale non riuscirei a fare, e non ho alcun pregiudizio.
Rispetto ai tuoi primi album, più vicino alla dimensione del club, questo mi sembra meno legato al corpo, al ballo. È così?
In realtà il corpo c’è ancora, anche di più a livello sonoro, con i bassi belli potenti. Però non c’è quell’agitazione forte: è più un ondeggiare, una carezza. È una dimensione più spirituale, forse anche condizionata dal fatto che mi sono avvicinato molto alla meditazione.
Va in questa direzione anche l’idea di fare i concerti al mattino? Spero non c’entrino niente con questa moda del soft clubbing dove si va a ballare con cappuccino e brioche, perché la trovo una cosa patetica, ma conoscendoti un po’ so già che non saranno così, vero?
Certo, anche io li detesto. All’inizio la mia idea era molto più estrema, poi per questioni organizzative pratiche sono sceso a un compromesso. L’idea era fare concerti alle 8 del mattino in settimana, quando la gente lavora, tre ore di live e poi festa fino al pomeriggio. Colonizzare il tempo del lavoro con la festa, un rovesciamento totale. Il lavoro ormai invade tutto, ti scrivono mail anche di notte, quindi perché non fare il contrario? “Dionisizzare” il giorno. Non rendere la musica più decorosa, ma portarla ovunque, anche stonandosi di mattina, perché no? Farò il contrario del soft clubbing: hard clubbing, musica sempre, ovunque.
Nell’album non ci sono featuring. Mi viene da pensare che nella tua TAZ non ci sia spazio per collaborazioni pop, che se ti proponessero un pezzo con la Pausini o Cremonini diresti di no: è così?
No, dipende dal risultato artistico. Anche con la Pausini, se ha senso, lo farei. Però un’artista con cui lavorerei volentieri è Madame. Spero un giorno di riuscire a incrociarla.
Per un’amica è una canzone molto tenera, lontana dal maschilismo imperante nel pop.
Sì, è una torsione personale. Ho capito quanto sia importante per me la vicinanza affettiva, anche nelle amicizie femminili.
E con mia moglie stiamo lavorando per diventare davvero migliori amici: dirci tutto, senza giudicarci. Poi mi sto interessando a tutte le teorie del poliamore, voglio capire: nel mondo del poliamore c’è una possibilità creativa enorme, perché non c’è una relazione poliamorosa standard. Alla fine il mio obiettivo oggi è semplice: invecchiare sereno. Ma ci arrivi solo se fai le scelte giuste prima, altrimenti accumuli cose che poi il corpo somatizza.
















