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L’estasi misteriosa della musica di Tirzah

Suoni minimali tra elettronica sperimentale e art pop, testi indecifrabili. Ecco il mondo della cantautrice inglese che a differenza delle grandi popstar rifugge dall'autobiografismo

Tirzah

Foto: Lillie Eiger

Sono le 10 di sera a Sidcup, un quartiere sonnolento nella periferia di Londra. Tirzah Mastin mette i bimbi a letto e mi raggiunge per la nostra prima intervista su Zoom. Un rumore di elettricità statica gracchia dai baby monitor. Il suono evoca quello prodotto dalla puntina di un giradischi poco prima che un disco inizi a suonare. Lei, che ha 33 anni, ha sempre amato il rumore bianco e ora, sprofondati nel sonno, i suoi ragazzi le suonano qualcosa.

Mastin s’è inventata una vita tutta nuova. Nel giro di tre anni ha messo in piedi una carriera musicale prima inimmaginabile. È cominciato tutto nel 2018, con l’uscita del disco di debutto, il piccolo cult Devotion. Ha messo in piedi una famiglia col compagno Giles Kwakeulati King-Ashong, un musicista che si esibisce col nome d’arte Kwake Bass, e i due figli. Il 1° ottobre ha pubblicato Colourgrade, un disco pieno di canzoni d’amore al confine tra R&B, elettronica sperimentale e art pop. «Ho sempre visto la musica come texture e colori», dice per spiegare il titolo.

Nonostante abbia già centrato qualche successo, Tirzah è rimasta fedele ai gusti della sua ristretta cerchia di amici. È convinta di non essere capace di fare altrimenti. «Quando disegni per tanto tempo coi pastelli poi non pensi di essere in grado di dipingere coi pennelli». L’arte di fare musica è inestricabile dalle amicizie. Anche se il progetto porta il suo nome, la musica è frutto della collaborazione con una vecchia amica, Mica Levi. «È come un progetto di gruppo col mio nome incollato sopra», spiega. «Sono solo una delle pedine in gioco».

Quando aveva 13 anni, Mastin studiava arpa alla Purcell School for Young Musicians, la scuola di musica per ragazzi più antica del Regno Unito. È lì che lei e Levi sono diventate amiche e collaboratrici, ma non avevano idea che avrebbero continuato a esserlo per vent’anni. Di fronte al computer, Levi costruiva beat pieni di glitch e Mastin improvvisava testi da cantare. «Per molto tempo abbiamo scritto musica senza pensare di farci qualcosa, quasi per abitudine», racconta.

Le chiedo se continuerebbe a far musica anche senza l’amica. Prima di rispondere riflette a lungo, come se l’ipotesi la disturbasse. «Rinuncerei», dice, incapace di immaginare un mondo in cui Levi non compone e le due non collaborano.

Tra il 2013 e il 2014, Tirzah ha pubblicato i suoi primi due EP, I’m Not Dancing e No Romance. Erano dischi di dance strana e hanno iniziato a girare nella scena alternativa dei club londinesi. Quei suoni si possono ritrovare in entrambi gli album di Tirzah, lavori meno chiassosi e costruiti attorno ad arrangiamenti più ricchi e melodici.

Dopo l’uscita di Devotion, Mastin e Levi sono partite in tour con un altro amico e collaboratore, Coby Sey, che ha collaborato all’album, soprattutto nella title track. I tre hanno iniziato a viaggiare insieme e suonare dal vivo regolarmente. Mastin dice che coinvolgere Sey nel disco successivo non è stata una scelta consapevole, ma una progressione naturale dell’intesa che avevano sviluppato sul palco. In Colourgrade il musicista ha un ruolo più importante, è co-produttore insieme a Levi.

«È bello scrivere e suonare dal vivo insieme», dice Mastin. «Lui è uno che dà energia e ti fa sentire come se non avessi limiti. Si litiga, ci si diverte. È un bell’equilibrio tra serietà e piacere».

In uno dei pezzi più orecchiabili di Colourgrade, Hive Mind, Tirzah celebra i partner del progetto. Scritta e cantata insieme a Sey, parla di sincronizzarsi con le persone amate anche attraverso le divergenze creative. “Ci leghiamo come fa una mente collettiva”, dice il ritornello. Prima lo canta Mastin quasi borbottando, poi si aggiunge Sey restando un paio di battute indietro. È un botta e risposta su una base di batterie dense e sintetizzatori luminosi, e i due si accompagnano dall’inizio alla fine senza mai cantare da soli.

Una caratteristica tipica di molte canzoni di Tirzah è il carattere fumoso della scrittura. I testi sono astratti, non hanno un significato letterale, non raccontano una storia, lasciano ampio spazio all’interpretazione. «È così che dev’essere, a meno che non voglia davvero che qualcuno veda le cose come le vedo io… ma mi sembrerebbe strano. Mi sembra sbagliato».

Questa flessibilità è evidente in tutto Colourgrade. In canzoni come Recipe, in cui Mastin canta di “non volerti ferire”, non è chiaro se sta parlando a un amico, un amante o ai figli. Non importa, perché resta comunque una vera canzone d’amore, con voci sporche e riverberate e l’arrangiamento di Dean Blunt e Kwake Bass. A volte, però, l’ambiguità dei testi di Mastin sembra più un tentativo di evasione che una forma di espressionismo. In fondo, lei è una persona molto riservata. Rilascia raramente interviste e usa i social media raramente, più che altro per promuovere la musica.

Mastin considera i testi «piccole pagine di diario», ma è come se fossero scritti in codice, e quindi non importa se siamo o meno in grado di decifrarli. Solo verso la metà il disco mette in mostra una vulnerabilità più leggibile. Beating è il brano in cui si mette più a nudo. “Ti ho trovato / Mi hai trovato”, canta all’inizio, poi si ferma per schiarire la voce, come se volesse prepararsi a mostrarsi totalmente di fronte a un pubblico attento. Dopo una pausa ricomincia: “Ti ho trovato / mi hai trovato”. È chiaro che sta cantando al compagno: “Abbiamo creato vita / Pulsa, pulsa, pulsa”.

Mastin dice che riesce a mostrarsi apertamente solo quando dimentica che la musica verrà ascoltata da migliaia di sconosciuti. «Quando lo facco mi dico: queste cose esistono solo nel computer. Non sarò lì, quando qualcuno metterà le cuffie e le ascolterà. Beata ignoranza».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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