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Leon Faun ha messo sottosopra l’immaginario del rap italiano

Libri e fumetti al posto di pistole e bitches. Il rapper di 'C'era una volta' sembra uscito da una pellicola steampunk e difatti è il protagonista di un vero film, 'La terra dei figli', tratto dalla graphic novel di Gipi

Foto: D2uno

Una delle critiche più ricorrenti nei confronti del rap italiano è quella di avere un immaginario troppo stereotipato e macho. Il che è una delle ragioni che ha permesso a Leon Faun di spiccare immediatamente nel mucchio con i suoi primi singoli e video, che pescavano a piene mani i loro riferimenti da fantasy, steam punk, mitologia e altre passioni che accomunano i nerd di tutto il mondo; vedi ad esempio il video di Oh cacchio, finora la sua hit più famosa, in cui sfoggia degli occhialoni che sembrano usciti da una riedizione del Castello errante di Howl dello Studio Ghibli.

Classe 2001, artisticamente fa coppia fissa con un produttore, Duffy, che dichiara fieramente di conoscere fin dall’asilo («Per me è un valore aggiunto: è il mio alleato e amico da sempre, ci facciamo forza a vicenda e ci evolviamo insieme da tutta la vita», ci racconta via Zoom), e agli esordi della sua vita artistica ha brevemente collaborato anche con un altro predestinato, tha Supreme, di cui però preferisce non parlare in questa intervista. Ha ottimi rapporti con quasi tutta la scena rap italiana, che è arrivata a stimarlo, ammirarlo e apprezzarlo proprio per la sua diversità e il suo coraggio nel fare qualcosa di completamente diverso da chiunque altro, ma con uno stile e una tecnica invidiabilissimi.

Luglio 2021 è un mese particolarmente importante per lui, perché non solo esce il suo primo album solista, C’era una volta, con i featuring di Madame, Ernia e Dani Faiv, ma anche il suo primo film da protagonista, La terra dei figli, tratto da una graphic novel di Gipi e per la regia di Claudio Cupellini (Gomorra – La serie, Una vita tranquilla), al fianco di Valeria Golino e Valerio Mastrandrea. Per l’occasione userà il suo nome all’anagrafe, suggestivo quanto il suo alias da rapper: Leon de la Vallée.

Da dove viene, a proposito?
Non ne ho la più pallida idea, in realtà, dei miei antenati non so niente. Da quel che so la famiglia de la Vallée era nobile e ricca, ha cercato fortuna in Italia, ha fallito, e dopo generazioni di falliti sono nato io, a Roma. Il nome Leon, invece, dipende dal fatto che i miei genitori erano un po’ fuori di testa (ride).

Ti sei fatto conoscere con un genere musicale praticamente di tua invenzione, il fantasy rap…
In realtà è una definizione che mi hanno affibbiato i fan, non mi sono mai dichiarato portavoce di questo genere. I miei lavori iniziali erano sicuramente incentrati su quel viaggio, ma soprattutto i video; le canzoni avevano solo qualche riferimento al mondo fantasy. Cercavo di costruire immagini, metafore.

Incentrare tutto su quell’immaginario non rischiava di rivelarsi anche un’arma a doppio taglio? Non hai avuto paura di rimanere intrappolato in quel personaggio?
Se sono arrivato dove sono oggi è anche merito di quel personaggio, quindi non rinnego niente. Non mi aspettavo di farmi conoscere così d’improvviso: la situazione mi è un po’ scoppiata in mano dopo Oh cacchio e ho cercato di gestirla come potevo, ma adesso che ne ho la possibilità sto cercando di dimostrare che sono in grado di prendere anche altre direzioni. Perché è ovvio che personalmente l’ho sofferta un po’, questa situazione: non voglio diventare un fenomeno alla Daniel Radcliffe, che tutti ormai identificano con Harry Potter.

L’industria discografica tende a invitare gli artisti a riproporre ciò che ha già fatto successo, piuttosto che incoraggiarli a intraprendere nuove strade. Nessuno, nel tuo team, ti ha esortato a ripensarci?
No, anche perché il mio staff – come dovrebbe fare ogni staff con i propri artisti – ha sempre cercato di supportarmi e di aiutarmi a realizzare la mia visione. Semmai, sono stato io a mettermi in dubbio: mi sono chiesto se era giusto quello che stavo facendo, se mi stavo fregando con le mie mani, paranoie del genere. Ma avevo l’esigenza di staccarmi un po’ dal mio passato e di affrontare un altro tipo di percorso. Come in Camelot, il mio ultimo singolo: neanche io mi aspettavo che uscisse così diversa dalle mie cose precedenti. Appena ho sentito il beat che Duffy stava creando, mi è venuto spontaneo usare una metafora leggendaria ed eroica per raccontare cose mie.

Come mai il titolo C’era una volta, a proposito?
Perché riconduce in qualche modo al filone fantasy, ma allo stesso tempo cerca di raccontare frammenti della mia storia vera, della mia persona. Nei miei singoli precedenti l’avevo fatto meno spesso, per timidezza, per paura o per il classico pensiero «ma in fondo alla gente che gliene frega dei fatti miei?» (ride). Mi mette un po’ ansia parlare di cose così intime nelle mie strofe, ma è stata la quarantena ad aiutarmi a decidermi: mi sono ritrovato a fare i conti con me stesso e ad avere il tempo per pensare a ciò che volevo dire davvero. Una delle canzoni più personali del disco, che è la title track, l’ho scritta davvero di getto, in 20 minuti scarsi. Un vero e proprio sfogo, insomma. È per quello che l’ho scelta come intro.

Tra l’altro, hai vissuto il lockdown della primavera 2020 proprio durante l’ultimo anno del liceo…
Esatto, è stato un anno molto caotico, ed è stato difficile lavorare al disco mentre studiavo per la maturità o ero in DAD. Per un certo periodo facevo la mia settimana di lezioni e poi nel week end salivo a Milano per sbrigare la burocrazia legata al disco, studiando sul treno. È stato un po’ pesantuccio, ma alla fine era per una buona causa.

La tua famiglia senz’altro non disapprovava visto che, come hai raccontato in molte interviste, è stata fondamentale per la tua formazione artistica.
Il posto in cui sono cresciuto, Fiumicino, non è mai stato molto rappresentativo per me, almeno fino agli anni delle superiori in cui, non a caso, mi ero iscritto al liceo cinematografico. Avevo un altro tipo di mentalità rispetto ai miei coetanei, perché i miei genitori erano entrambi attori e mi riempivano di stimoli creativi, e io stesso ambivo a un percorso nell’arte che non era molto ben visto in provincia. Ancora prima di rappare ho iniziato a recitare, proprio perché volevo emulare i miei. Faccio provini fin da quando ero bambino, tant’è che sono stato scelto per La terra dei figli prima ancora che Oh cacchio diventasse una canzone conosciuta dal grande pubblico. Mi fa molto piacere che ora album e film escano quasi contemporaneamente, a cinque giorni di distanza l’uno dall’altro. È come se si chiudesse un ciclo.

Ti era già capitato di avere un ruolo da protagonista in un film?
No, mai. Mi era capitato solo di fare delle comparsate, ad esempio in Zeta (il film del 2016 di Cosimo Alemà ambientato nella scena rap italiana, nda). Scoprire che avevo passato il provino per La terra dei figli, con un regista così forte e un cast così potente, è stato uno dei giorni più belli della mia vita. Tra l’altro mio padre stava male in quel periodo, ed è venuto a mancare di lì a poco: avere fatto in tempo a dirgli che ce l’avevo fatta, che ero finalmente un vero attore, è uno dei ricordi che mi terrò più cari.

La storia del film sembra perfetta non solo per il Leon de la Vallée attore, ma anche per Leon Faun il rapper: uno scenario fantastico da fine della civiltà e un avventuroso viaggio da compiere per decifrare il diario che il padre del protagonista scrive, ma che il figlio non sa leggere…
Non è un fantasy, ma ha in sé qualcosa di distopico che ricorda un po’ i mondi in cui ambientavo le mie vecchie canzoni. Però è molto più cupo. E qui mi fermo, perché preferisco non raccontare più di tanto e lasciare la sorpresa agli spettatori.

Com’è andata l’esperienza sul set?
È stata un’ardua sfida sia per noi che per la troupe, soprattutto per le condizioni in cui giravamo: pioggia, vento, lagune desolate… Faceva freddissimo e i vestiti di scena erano studiati per dare l’impressione che facesse caldo, quindi ti lascio immaginare (ride). Ma mi sono divertito tantissimo, e non mi ha certo tolto la voglia di continuare a recitare. Anzi, c’è già qualcos’altro che bolle in pentola. Spero di riuscire a continuare sia a fare l’attore che a fare musica, mantenendo però separati i due percorsi: sarò Leon de la Vallée per il cinema e Leon Faun per il rap. E vi rassicuro: non ci sarà mai un film sulla storia di Leon de la Vallée con una canzone scritta da Leon Faun. Quelle cose proprio non mi interessano.

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