Lemon Twigs: «Non è nostalgia» | Rolling Stone Italia
Band analogiche

Lemon Twigs: «Non è nostalgia»

Brian D’Addario spiega perché le loro canzoni così anni ’60-’70 non sono roba da retromaniaci. E poi, il rinascimento del power pop, la musica che dà sollievo, la volta in cui hanno suonato all’ultimo compleanno di Brian Wilson

Lemon Twigs: «Non è nostalgia»

I fratelli D’Addario, i Lemon Twigs

Foto: Eva Chambers

Per usare una di quelle esecrabili frasi fatte da social, i Lemon Twigs sono la band di cui non sapevamo di aver bisogno. Ma meno male che ci sono. Ogni volta che li si ascolta, ci sono due aspetti che colpiscono, al di là dell’armoniosa bellezza delle canzoni. Uno è l’improbabilità di un gruppo degli anni ’20 di questo secolo per le cui influenze si possono spendere nomi tipo, che so, Harper’s Bazaar o Turtles o Dwight Twilley o Blue Ash (aggiungere a piacere qualunque altra dimenticata chincaglieria anni ’60-’70 da gourmet del pop). L’altro è quanto siano ancora maledettamente giovani Brian e Michael D’Addario, nonostante più di dieci anni di carriera e sei album alle spalle.

L’ultimo, Look for Your Mind!, andrà scuramente a rafforzare quello che ormai è qualcosa di più di un culto per vecchi bacucchi che collezionano bootleg dei Big Star o dei Badfinger. I Lemon Twigs, soprattutto dopo i fasti dei precedenti due album, capolavori di musica che riesce a essere formalmente rétro e spiritualmente del tutto contemporanea, sono diventati un punto di riferimento. L’ultimo numero della rivista inglese Shindig!, la Pravda di tutti noi custodi di una certa ortodossia chitarristica, li vede in copertina con la scritta “The young saviours of guitar pop”. In effetti, per i sempre più numerosi fan di tutte le età, i Lemon Twigs rappresentano davvero qualcosa di salvifico in questo mondo di tirannia algoritmica e assenza di melodia. In Look for Your Mind affinano con precisione chirurgica il loro modus operandi e definiscono con maniacalità da speleologi musicali le loro suggestioni. Che vanno dal classico power pop di prima, seconda o terza generazione al Merseybeat (più Searchers che Beatles, che se ci sono sono quelli di Please Please Me più che quelli di Revolver o Abbey Road). Rispetto al recente passato, mancano forse certe raffinatezze e certe texture da McCarney periodo Wings, ma l’intenzione dei fratellini a questo giro era proprio quella di pigiare sul pedale dell’immediatezza.

Comunque sia, un altro lavoro superbo per i due figli d’arte (il padre Ronnie D’Addario ci ha provato a suo tempo, più o meno con la stessa musica anche se non con lo stesso genio melodico: a lui e alle sue canzoni è dedicato il recente disco Written By, curato/prodotto/cantato dalla prole insieme a guest di tutto rispetto come Sean Lennon, Todd Rundgren e Mac DeMarco). Ne parliamo con il maggiore dei due, Brian, mentre il fratellino starà probabilmente provando in studio con la Rickenbacker qualche nuova merry melody da pubblicare in futuro.

Brian, raccontaci di come è nato questo nuovo album. È stato complicato scriverlo e registrarlo, a ridosso di due dischi molto ben accolti come Everything Harmony e A Dream Is All We Know e nel mezzo dei vostri tour continui in giro per il mondo?
No, non è stato particolarmente difficile. Più andiamo avanti e più cerchiamo di compattare i tempi, ormai abbiamo affinato un metodo di lavoro che per noi funziona ed è diventato quasi una seconda natura. Scriviamo in continuazione, proviamo i pezzi nuovi nei soundcheck o in concerto, li aggiustiamo un po’ negli arrangiamenti e poi li incidiamo. È un buon modo per preservare spontaneità e naturalezza, ma allo stesso tempo dare alle canzoni la possibilità di evolversi. Ne abbiamo sempre più di quante servano per un disco, la parte più difficile è la selezione finale. In questo caso a dare il tono all’album è proprio il pezzo che gli dà il titolo, Look for Your Mind!. È nato con me alla batteria e Michael che suonava tutto il resto, ci è sembrato che funzionasse e avesse quel feeling che stavamo cercando. Dopo aver suonato così tanto dal vivo negli ultimi due anni ci è venuto naturale scrivere pezzi molto più guitar oriented e immediati. Insomma, meno rifiniture e più rock’n’roll. Penso sia un disco che funzionerà molto bene in concerto, e non è un caso che sia anche il primo registrato con tutta la band in studio. Anche se in un paio di canzoni ci siamo solo noi due e Eva (Chambers, bassista e tastierista delle Tchotchke nonché fidanzata di Michael e autrice delle foto di questo articolo, nda). Chissà, potrebbe diventare un trio in futuro (ride).

The Lemon Twigs - 2 or 3 (Official Video)

Il tuo album solista dell’anno scorso, Till the Morning, è stato solo uno sfogo estemporaneo oppure ha influito in qualche modo sul processo creativo del nuovo disco?
No, è quello che dicevo prima: troppe canzoni da parte. Quindi sì, per certi versi è stato qualcosa di liberatorio che comunque non ha interferito con la lavorazione di Look For Your Mind!. Da qui in avanti l’idea è proprio quella di scrivere, registrare e pubblicare il prima possibile. Non credo che tra le canzoni di Till the Morning, comunque, ce ne fossero molte che avrebbero potuto finire su questo disco. Per una questione di atmosfere, più che altro, dato che ha un tono decisamente in stile “country barocco”.

Mentre questo, come hai detto, è molto rock’n’roll. Proprio nel senso originario del termine. C’è un pezzo, Bring You Down, che mi ha ricordato un po’ il rockabilly, un po’ certe cose alla Dave Edmunds/Rockpile fine anni ’70…
Ah, ci piace moltissimo quel genere di rock’n’roll rivisitato con la produzione degli anni ’70. Edmunds, Nick Lowe, i Flamin’ Groovies. In realtà sai qual era il modello che avevo in testa per Bring You Down? Summertime Blues di Eddie Cochran. Il giro se ci fai caso è simile. Ma c’è un motivo e ha a che fare col testo. Il protagonista del brano è uno che lavora in fabbrica, fa parte del sindacato e ha la paranoia di essere spiato, mentre tutto quello che vorrebbe fare è portare fuori la sua ragazza al venerdì sera. Così mi è venuta in mente Summertime Blues, sai quando dice “gonna have a fine vacation / I’m gonna take my problem to the United Nations…”.

È divertente rintracciare le strizzate d’occhio nelle vostre canzoni, anche perché le lasciate sempre cadere con una certa grazia e eleganza. Per esempio in Nothin’ But You c’è una citazione clamorosa di Overnight Sensation dei Raspberries o sbaglio?
Dici? Beh, oddio, non… ah ah sì, hai ragione (ride). A volte neppure ce ne rendiamo conto. Pensavo mi avresti citato gli Hollies, è il primo nome che viene fuori con chi ha già sentito l’album.

Anche, certo. Potremmo andare avanti un paio d’ore a snocciolare nomi, non so tra me e te chi è più nerd su queste cose. Ma lasciando da parte le influenze, cosa mi dici del metodo di lavoro? È sempre lo stesso da quando avete iniziato?
Sempre lo stesso. Io e Michael scriviamo separatamente, poi ci diamo reciprocamente consigli su come rifinire il pezzo.

E ovviamente continuate a incidere rigorosamente in analogico.
Non potremmo rinunciarci. Il momento migliore è sempre quando facciamo le take vocali: stesso microfono, proviamo e riproviamo e riproviamo finché ci sembra che le armonie funzionino.

Da questo punto di vista, come vi siete trovati a lavorare con Thundercat? (Sul nuovo album Distracted ci sono due brani co-firmati da Stephen Bruner e i Lemon Twigs, nda)
Grande esperienza! Oltre a Pozole e What Is Left to Say che sono finite sul disco ne abbiamo scritte altre due insieme. Lui è un fenomeno. Abbiamo passato cinque giorni assieme in studio, Stephen ci ha suonato alcune tracce su cui avrebbe voluto lavorare e subito ci siamo sentiti intimoriti. Roba super jazzy, con progressioni pazzesche. Noi siamo una pop band, ci siamo detti «e adesso che figura ci facciamo?». Per cui ci siamo concentrati sugli aspetti più catchy e melodici, cercando di fare una forza dei nostri limiti. Ci siamo messi lì, Thundercat al basso, Michael alla batteria e io alle tastiere, e sono venute fuori queste cose un po’ alla Bee Gees ma con un tono soul. Un mix tra digitale e analogico. È stato super divertente e molto istruttivo.

Come è stato invece lavorare sulle canzoni di papà Ronnie?
Beh, quello era un progetto che avevamo in mente almeno dal nostro secondo disco. Poi non c’è mai stato il tempo per finalizzarlo, per cui l’anno scorso ci siamo detti: o lo facciamo adesso o mai più. Abbiamo cercato di mantenere il più possibile gli arrangiamenti di papà perché sono molto buoni. È stato un processo lungo, contemporaneamente stavamo lavorando al nostro disco. Ma ce l’abbiamo fatta, lui ne è contentissimo e noi ne siamo orgogliosi.

È critico sui vostri lavori?
Come deve essere un papà (ride). Apprezza molto quello che facciamo, anche se a volte non si ritrova in qualche nostra scelta di produzione. Ma d’altra parte il nostro retroterra musicale è al 90% anche il suo, quindi è quasi sempre prodigo di complimenti. Qualche appunto qui e là, ma sempre rispettoso.

Foto: Eva Chambers

Parlando di famiglia, ma in senso più allargato, mi pare che negli ultimi anni i Lemon Twigs siano diventati l’epicentro di un piccolo rinascimento (power) pop americano. Tra artisti che fanno parte del vostro giro, con cui avete collaborato, che avete prodotto o che semplicemente vi hanno eletto a modello si è creata una nicchia musicale neppure così piccola. Che tra l’altro è in grado di coinvolgere finalmente un pubblico giovane e non solo quello composto da gente che ha il doppio dei vostri anni…
Penso sia fantastico. Ma non credo sia merito nostro. Tutte le band e i musicisti a cui probabilmente alludi hanno talento, attitudine e grandi canzoni: dalle Tchotchke agli Uni Boys di Reza (il batterista dei LT, nda), da Kai (Slater, leader degli Sharp Pins e dei Lifeguard, nda) e Max (Clarke, alias Cut Worms, nda) a nuove band bravissime come i Mod Lang. Ed è verissimo che negli ultimi tre-quattro anni l’età media del pubblico ai nostri concerti si è drasticamente abbassata. Chi è più anziano in genere tira in ballo concetti come nostalgia o retromania quando si parla di questo genere di musica, ma in realtà non c’entrano niente. Per un ventenne oggi è tutto sullo stesso piano cronologico, magari gli capita di ascoltare in una playlist i Beach Boys, i Big Star, i Left Banke o i Byrds e innamorarsi di quei suoni che per lui alla fine sono contemporanei tanto quanto Bad Bunny. Poteva essere nostalgia negli anni ’80 o ’90, penso. Oggi no, è solo un modo di scrivere canzoni come un altro.

In questo che peso hanno i testi? I vostri sono ben scritti, a tratti anche venati di una malinconia che non dovrebbe appartenere a gente della vostra età. Mi sembra però che in gran parte, vista anche la prevalenza di “you” e “she” nei titoli, si tratti di classiche canzoni d’amore, la pietra filosofale del pop di ogni tempo. Mi chiedo se vi viene mai la tentazione di scrivere di altri argomenti, e non parlo necessariamente di politica…
Cerchiamo di curare i testi con la stessa attenzione che riserviamo alle armonie vocali o agli arrangiamenti. Né io né Michael siamo Dylan, ma cerchiamo di non essere triti nella scelta delle parole. Poi, sì, difficilmente usciamo dal perimetro della love song, anche se personalmente cerco di traslare l’argomento amore su un piano più universale. Insomma, non il solito “boy meets girl” degli anni ’60, per quanto ci piaccia la freschezza e l’innocenza di quell’approccio. Come dicevo, in questo nuovo disco qui e là ci sono anche un po’ di paranoia e di inquietudine. La frase “look for your mind” significa quello: aggrappati alle potenzialità della tua mente, soprattutto in questi tempi orribili. Non lasciarti andare, trova nel tuo spirito il modo di resistere. Magari facendoti aiutare dalle cose che ami, come la musica. È per questo che mi auguro che la nostra sia uplifting, che dia anche solo per un attimo un po’ di ottimismo e gioia di vivere a chi la ascolta.

Ne abbiamo tutti un gran bisogno, in effetti. Come vivete questo periodo storico spaventoso, da giovani americani?
Cerchiamo di andare avanti con la nostra vita e la nostra musica, appunto, il che non significa rendersi impermeabili a ciò che abbiamo intorno. Non credo sarei mai capace di scrivere canzoni politiche, ma non siamo dei sognatori che vivono nel loro mondo jingle jangle. Come tutti, che si sia artisti o che si faccia qualunque altra professione, sentiamo una grande responsabilità. Cosa possiamo fare nel nostro piccolo per opporci a questa deriva orrenda? Mi chiedo tutti i giorni dove finiscono i soldi delle mie tasse, se vanno a finanziare armamenti, guerre, genocidi. Davanti alle atrocità del mondo attuale, provo più che altro una grande frustrazione nel vedere come manchino dei leader capaci di opporsi. È stato confortante vedere come la gente normale negli States è scesa in piazza per protestare contro le brutalità dell’ICE, ma manca una visione strategica che unisca davvero la parte progressista della società americana.

In questo senso, il vostro culto per la musica degli anni ’60-’70 si estende anche alle idee e alle utopie di quel periodo?
Sì, certo, molte di quelle aspirazioni erano valide e sicuramente c’era più unità in quella che si chiamava controcultura. Oggi non so neppure se c’è, una controcultura. Però poi mi chiedo quanto quelle idee abbiano davvero avuto un effetto fuori dalla nicchia culturale di quegli anni. Le carte migliori, purtroppo, le hanno sempre i cattivi.

The Lemon Twigs - I Just Can't Get Over Losing You (Official Video)

Tanto per parlare di altri spauracchi del nostro tempo: cosa, nella musica dei Lemon Twigs, pensi che una AI non sarà mai in grado di riprodurre?
Oddio, domanda complicata. Apparentemente l’intelligenza artificiale è in grado di riprodurre qualunque cosa, e certo con il prompt giusto può farti una canzone alla Lemon Twigs come niente. Non so…quello che manca alla fine forse sono gli errori. I tentativi. Le decine e decine di take in cui provi a definire la traccia vocale che funziona. L’AI ti dà sempre una sintesi, pronta all’uso. Ma io credo che il valore nell’arte stia in quello che provi a fare che va al di là di ciò che sai già fare. Che tu ci riesca o meno non importa, è il tentativo che conta. Ecco, questo è qualcosa che nessun Suno può replicare. Per ora.

Musica a parte, quali sono le altre passioni di un Lemon Twig?
Non c’è molto tempo libero dalla musica. Se non siamo in giro a suonare siamo in studio, o a scrivere pezzi nuovi. Andiamo al cinema ogni tanto, guardiamo un po’ di tv, ma a parte quello… sorry, non abbiamo passioni così interessanti (ride).

Da bambini avete recitato, sia tu che Michael. Nessuna tentazione attoriale, oggi?
No, no. Al massimo recitiamo nei nostri video.

Non sarebbe male una serie cartoon su di voi, tipo quella dei Monkees…
Ah ah, strano che citi i Monkees. Ultimamente io e Michael siamo in fissa con Head, quel film fuori di testa che fecero alla fine dei ’60. Magari un giorno o l’altro ci proveremo anche noi, ma adesso non se ne parla. Stiamo partendo di nuovo in tour e lavorando già a un altro disco.

Chiudiamo ricordando un eroe di tutti noi. Tra poche settimane sarà passato un anno dalla scomparsa di Brian Wilson. Che ricordi hai dell’unica volta in cui lo avete incontrato?
Momento incredibile. Siamo stati invitati alla sua festa di compleanno in spiaggia, grazie al nostro vecchio amico Darian (Sahanaja, ex Wondermints e mente musicale della band di Wilson negli ultimi venticinque anni, nda). Era tutto surreale. Brian era seduto sotto un ombrellone, tutti gli altri presenti avevano uno strumento. A intervalli regolari urlava il titolo di una canzone dei Beach Boys che voleva sentir suonare. «Don’t Worry Baby!». «It’s Ok!». «Surfer Girl!». A un certo punto ha chiesto This Could Be Night, che la sua band non aveva mai suonato con lui. Un pezzo che avevano scritto in suo onore Harry Nilsson e Phil Spector. Caso ha voluto che noi l’avessimo fatta dal vivo qualche volta, così gliela abbiamo suonata sul momento senza andare nel panico. Un’esperienza assurda, ma indimenticabile. Suonare davanti a Brian, il giorno del suo ultimo compleanno, davanti all’oceano. Cosa puoi chiedere di più alla vita?