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L’elettronica tutta lacrime e felicità di Sofia Kourtesis

Mette in musica gli ultimi giorni di vita del padre e cita Manu Chao, crede nel potere della speranza e nell’attivismo. Intervista alla producer e dj peruviana di ‘La perla’ e di ‘Estación esperanza’

Sofia Kourtesis

Foto: Ivan Salinero

Sofia Kourtesis è entrata nella mia vita questa estate, con un brano inaspettato, La perla. Ovunque mi trovassi, in qualsiasi momento della giornata, quel brano sembrava amalgamarsi splendidamente al contesto. Al mattino lungo la strada per il mare, al tramonto quando i colori si scaldano e pizzicano il corpo salato dal male, nella notte su una lingua d’autostrada scandita dal ritmo dei lampioni mentre tutto attorno è ingoiato nel silenzio. Ovunque risuonasse immergeva l’animo in un’atmosfera gioiosa. Era come essere innamorati, sempre, ad ogni ora del giorno e della notte.

Per tutta l’estate mi sono chiesto cosa rendesse quel pezzo così speciale: il suono, così caldo e organico costruito su microloop ripetuti fino all’ossessione, la sezione ritmica incalzante ma mai prepotente (che ricorda compagni di suono come Four Tet, Caribou, Floating Points, The Field), la scelta di certi campioni cinematici, o quelle poche frasi, cantate leggere dal cuore, “io e te, da soli, qui, provando a cambiare, provando a dimenticare”? Quando ho avuto l’occasione di parlare con Sofia, le ho chiesto il suo legame con quel suo brano. «Ho scritto La perla per immortalare gli ultimi giorni trascorsi con mio padre: solo io e lui davanti al mare, dimenticandoti di tutto come se fossimo in un mondo solamente nostro. Quando poi l’ho cantata dal vivo davanti a un pubblico, ho pianto, sentivo che mio padre era lì con me. La famiglia e gli amici vengono sempre prima».

Agrodolce, come ogni pensiero che ritorna all’estate. È questo l’aggettivo che ripeto per descrivere l’elettronica di Sofia Kourtesis, producer e dj peruviana che nell’ultimo anno è riuscita a portare a sé una grande attenzione di pubblico e critica. Fresia Magdalena, il suo ultimo EP, ci ha infatti rivelato un’artista di talento capace, come pochi nel mondo dell’elettronica, di unire sensibilità umana, messaggio politico e dancefloor. «Nella mia musica metto tutto l’amore e la vulnerabilità che ho. Non è importante avere lo studio migliore, l’attrezzatura migliore, il nome più grande in line up. La cosa importante è avere qualcosa da dire, qualcosa di reale che nasce davvero dal profondo del cuore, qualcosa con un significato profondo. È l’unica cosa che conta», ci spiega, «perché l’importante è quanto si è autentici come artiste». La perla suona proprio come una sintesi sonora del pensiero di Sofia e per questo riesce a spiccare al di fuori di quest’oceano di ottime produzioni svuotate d’animo.

Sulla stessa linea si muove anche il suo nuovo singolo, Estación esperanza, che – oltre a rifarsi al titolo dell’album di Manu Chao, Proxima estación: esperanza – ne campiona un verso (“¿Qué horas son, mi corazón?”) dalla celebre Me gustas tu. «Nei miei ultimi lavori mi sono aperta parlando molto della mia salute mentale e del dolore per la perdita di mio padre. Ho pubblicato tracce molto malinconiche. Per Estación esperanza ho quindi pensato: resto ferma a piangere su me stessa o, come mi hai insegnato mio padre, vado avanti nonostante la vita a volte mi butti giù? In ogni dolore c’è speranza e la speranza è fondamentale. La musica di Manu Chao parla delle tragedie della vita e di come alla fine ci sia sempre speranza. E questo lo trovo stupendo».

Estación esperanza oltretutto prosegue nel percorso di attivismo politico che è fulcro delle ultime produzioni dell’artista. Il brano infatti si apre e chiude con una registrazione ambientale di una protesta in Perù sul tema della gender equality. «Gender equality significa libertà, significa che gli esseri umani possono essere liberi. Vengo da una famiglia e da una comunità molto attive che da sempre lottano per le proprie cause: dall’ambientalismo alla salvaguardia delle comunità indigene peruviane. Son cresciuta con questa sensibilità. Ma non potendo esserci sempre, ho dovuto trovare un altro modo per onorare queste cause. E cosa potevo fare se non onorarle nella mia musica? Sono gesti piccoli, a volte è una frase, un titolo, un artwork, una registrazione. Per me significa: non posso essere sempre lì per strada con voi, ma posso raccontare la vostra storia».

Non solo strumenti analogici e digitali, non solo sample dei film che più adora («Su tutti quelli di Francis Ford Coppola») quindi, ma un ulteriore livello di significato, di attivismo politico, permea nei ritmi sostenuti della musica di Sofia. «Quando ho iniziato volevo solo far ballare e far star bene le persone. Con tutto quello è successo in mezzo ora dobbiamo essere più coscienti anche nella musica. Come musicisti dovremmo essere più coinvolti, più attenti, e utilizzare i nostri privilegi per aiutare sostenere certe cause».

Per quest’anno, probabilmente tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, arriverà il primo e vero disco firmato Sofia Kourtesis. Dopo il grande entusiasmo degli ultimi mesi, ci si aspetta molto da lei. «Sento una certa pressione, ma mi chiedo: come posso utilizzarla e trasformarla in qualcosa di positivo? So che per fare un bel lavoro devo essere più sincera possibile. La cosa più importante è riuscire a trovare il modo più onesto di mandare il proprio messaggio». E possiamo immaginare che sarà un disco stracolmo di sincerità, attivismo e ritmi lo-fi house, sperando che magari il suo sogno di «fare dei beat per Jay-Z» possa realizzarsi già ora. Nei prossimi mesi invece Sofia si esibirà nei principali festival mondiali. Cosa aspettarsi? «Lacrime e felicità».

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