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L’elettronica introspettiva di TOKiMONSTA è perfetta da ascoltare chiusi in casa

La dj e produttrice racconta il suo ultimo disco sofisticato e inclassificabile ‘Oasis Nocturno’ e la malattia che per un certo periodo le ha impedito di parlare e di comprendere le parole altrui

Tokimonsta

Foto: Bethany Vargas

Se nell’industria discografica le musiciste e le cantautrici donne che riescono ad affermarsi sono ancora una minoranza rispetto ai colleghi uomini, le donne che hanno successo come produttrici potrebbero essere considerate addirittura un’eccezione: si contano letteralmente sulle dita di una mano. Tra queste poche c’è anche l’americana TOKiMONSTA, che venerdì scorso ha pubblicato il suo ultimo e attesissimo album, Oasis Nocturno. In costante ascesa fin dall’inizio della sua carriera, ha un sound originale e unico nel suo genere che fonde in un calderone pop e ballabilissimo, ma allo stesso tempo sofisticato e pieno di riferimenti, tanto che è quasi impossibile dare una collocazione vera e propria alla sua musica. «In effetti non ho un genere di riferimento, per i miei dischi», ci conferma lei dalla California, dove è nata e cresciuta. «Se ti piace il rap, l’R&B e la musica elettronica indie, probabilmente ti piace anche quello che faccio io».

Crescendo ha studiato pianoforte classico e si è appassionata all’hip hop della West Coast, ma al college ha cominciato a fare esperimenti con la dance e l’elettronica, e alla fine ci ha preso talmente gusto che dopo la laurea ha trovato lavoro in una società che realizzava colonne sonore per videogame. Tra i primi a notarla e a innamorarsi della sua musica c’è stato Flying Lotus, che ha voluto pubblicare il suo album di debutto Midnight Menu sulla sua prestigiosissima etichetta Brainfeeder, e un paio di anni dopo è stato il turno dell’altrettanto prestigiosa Ultra Records – la stessa da cui è transitata gente del calibro di Steve Aoki, Benny Benassi, Tiesto, Calvin Harris e tanti altri – che ha pubblicato la sua opera seconda, Half Shadows.

Da lì in poi, si può dire che TOKiMONSTA abbia spiegato le ali e spiccato il volo da sola: ha fondato una sua etichetta, la Young Arts Records, e mentre lavorava a singoli e remix per artisti come Anderson .Paak, Justin Timberlake, Shlohmo, Olafur Arnalds, Beck e Maroon 5, ha continuato a pubblicare album da solista, tra cui l’acclamato Lune Rouge del 2017, che è stato candidato come miglior album dance/elettronico ai Grammy Awards. «Non me lo aspettavo davvero», confessa. «Sono sempre stata una persona abbastanza realista, e non pensavo che il Grammy fosse un riconoscimento che avrei mai rischiato di ottenere. Certo, un premio così sarebbe stato la ciliegina sulla torta, ma non credo di averne bisogno per essere una musicista degna di questo nome».

A rendere straordinaria l’avventura di Lune Rouge, però, non è stata tanto la nomination ai Grammy, ma piuttosto l’esperienza umana che si nascondeva dietro la composizione del disco. Nel 2015, infatti, a TOKiMONSTA è stata diagnosticata la malattia di Moyamoya, che ostruisce le arterie della corteccia cerebrale, e ha dovuto subire un’operazione che per qualche settimana le ha tolto la capacità di parlare e di comprendere le parole di altri. Ha cominciato a comporre quell’album proprio mentre era in fase di recupero, e ha raccontato che per lei è stato come dover reimparare da zero a fare musica. «O meglio, non esattamente», spiega. «Man mano che il mio cervello guariva, ho recuperato anche l’accesso a tutta l’esperienza e la conoscenza che avevo immagazzinato negli anni. Da allora, apprezzo molto di più l’arte e la ricerca di una prospettiva autentica. Non esistono certezze sul domani, e voglio essere sicura di poter pubblicare canzoni di cui sia già fiera oggi». Un fatalismo comprensibile, anche se oggi sta bene: «Avrò per sempre la malattia di Moyamoya, perché non esiste una cura. L’operazione che ho fatto ha risolto le complicazioni principali, però devo comunque stare attenta e riguardarmi».

Per ironia della sorte il suo nuovo album, Oasis Nocturno, il primo in cui si cimenta dopo il successo di Lune Rouge, arriva in un momento in cui la salute di tutti noi è a rischio. Un momento che oltretutto è particolarmente complicato per chi fa musica da ballare ed è da anni un nome ricorrente nel cartellone dei grandi festival internazionali, come TOKiMONSTA, perché la prima industria a chiudere i battenti è stata proprio quella dei club e della musica dal vivo. «Avrei dovuto suonare sia al SXSW di Austin che all’Ultra Music Fest di Miami, che sono stati i primi due mega eventi a essere cancellati in America, e anche al Coachella, che invece è stato rimandato», racconta. «All’inizio ero un po’ delusa, ma ora sono felice di avere più tempo per lavorare al mio show, e che il pubblico abbia più tempo per approfondire il disco. A tratti è molto introspettivo, quindi è ottimo da ascoltare anche quando siamo tutti bloccati a casa per cause di forza maggiore. È bello sapere di aver dato alle persone qualcosa da ascoltare in questo periodo di isolamento».

È un album nato riascoltando i suoi lavori precedenti, più che guardando all’esterno, racconta: «Ai tempi attingevo al tipo di libertà che ha solo un artista agli inizi. Ero piena di idee contorte ed esoteriche, ma allo stesso tempo la mia musica era anche molto più semplice». Forse anche per questo ha scelto di collaborare praticamente solo con nomi emergenti, o di registrare brani prettamente strumentali: nella tracklist figurano nomi freschissimi della scena contemporary R&B come Bibi Bourrelly, Jean Deaux, Sunni Colón, Drew Love, Rosehardt e le VanJess, il rapper Dumbfoundead e il duo Earthgang.

C’è un altro motivo per cui TOKiMONSTA è un’eccezione nell’eccezione: è tra le pochissime musiciste americane di origine asiatica ad essersi affermata su larga scala. Figlia di immigrati coreani (la parola “Toki” che compone il suo pseudonimo significa coniglio nella sua lingua madre), crescendo non aveva praticamente riferimenti di artisti con il suo stesso background che erano riusciti a sfondare. «Sicuramente sento la responsabilità di dover dare un esempio», conferma. «Là fuori ci sono ragazzi che, guardandomi, capiscono che potrebbero farcela anche loro ad arrivare dove sono arrivata io. E se si impegnano, possono andare anche molto più lontano di me». Sicuramente questo potrebbe essere un ottimo momento per cominciare a progettare e pensare in grande, visto che tutti noi, in questo momento, abbiamo molto tempo libero. «So che ora è difficile, ma in un certo senso siamo fortunati, perché potremo creare molto di più, in nel periodo che dovremo trascorrere tra quattro mura», si augura. «E quando le cose torneranno alla normalità, saremo tutti grati per la nostra quotidianità».

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