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«Le corse contro il tempo con Marracash»

Parla Andrea Suriani, l’uomo che si occupa del mix e del mastering dei migliori dischi italiani. Da ‘Evergreen’ di Calcutta a ‘Gvesvs’ di Guè, storia di un musicista al servizio delle visioni degli altri

Andrea Suriani con Calcutta

Foto: Stefano Bazzano

Ogni dicembre arriva il momento in cui la redazione di Rolling Stone si autoproclama soviet supremo e, democraticamente per alzata di mano, vota i migliori album dell’anno. Questa volta, però, ci siamo accorti che c’era un fattore particolare che accomunava molti dei nostri dischi italiani preferiti, 12 su 20 per la precisione: erano tutti stati mixati e masterizzati da Andrea Suriani. Un’ottima ragione per scoprire qualcosa di più su di lui e sul suo lavoro.

Classe 1988, è cresciuto in un paesino da 1100 anime vicino a Ivrea dove «non c’era molto da fare» racconta al telefono da Bologna, dove oggi vive. «Mio padre, che ha lavorato tutta la vita come operaio, è appassionato di musica, strimpella la chitarra da autodidatta. Quando avevo 6 anni mi ha invitato a prendere lezioni di uno strumento: così ho iniziato con il pianoforte».

La sua è un’adolescenza da metallaro, per sua stessa ammissione: va a un sacco di concerti, continua a suonare in varie band e si appassiona anche alla parte tecnica, «per l’esigenza di registrare i primi demo in un posto in cui non c’era nulla».

E poi?
Crescendo i miei gusti musicali si sono un po’ addolciti, sono passato al post rock, all’indie e all’elettronica. Uscito dal liceo mi sono iscritto all’APM, una scuola per fonici, trasferendomi poi a Bologna per fare uno stage in uno studio di registrazione. Alla fine mi sono fermato qui e ho cominciato a suonare con una band della città, My Awesome Mixtape. È a quel punto che mi sono aperto al mondo, per così dire. Andando in tour con loro ho girato l’Europa e scoperto tutto il sottobosco dell’indie italiano: prima di allora ascoltavo quasi solo musica estera.

Molti tuoi colleghi finiscono per accantonare le proprie velleità musicali, tu invece non hai mai smesso di suonare…
Il lavoro in studio l’ho sempre considerato il mio mestiere, mentre l’ambito live è una passione. O meglio, è comunque una professione, ma non so se sarei mai riuscito a fare il turnista al 100%. Suono in giro o faccio i suoni in giro quando trovo delle band o delle realtà con cui si è instaurata un’amicizia, o un bel rapporto personale: i My Awesome Mixtape, I Cani. O Cosmo, che ho conosciuto quando sono andato a un concerto della sua vecchia band, i Drink to Me: ero rimasto davvero stupito scoprendo che c’era una realtà del genere a Ivrea, e che io non la conoscevo pur avendo abitato lì vicino per una vita.

Una polaroid di Suriani con le copertine di alcuni dischi a cui ha lavorato

Se tu dovessi spiegare a un alieno piovuto dal cielo in cosa consiste il tuo lavoro, cosa diresti?
Detto in parole molto semplici, consiste nel fare dischi. In realtà, la realizzazione di ogni disco include varie fasi, e quelle per cui sono più richiesto in questo momento sono il mixaggio e il mastering, ovvero la finalizzazione del suono. Ci vuole parecchio allenamento e anni di ascolto intensivo, bisogna imparare a sviluppare un ascolto più analitico. Essere anche musicista, in questo, mi ha aiutato molto: oltre ad avere orecchio, tecnicamente ho qualche skill in più e comprendo più facilmente la visione degli artisti e dei produttori.

Un esempio di disco magistralmente mixato e masterizzato?
Mi affascinano molto alcuni progetti dei Radiohead, come In Rainbows. I vecchi classici dei Beatles, Discovery dei Daft Punk. Ma per assurdo apprezzo anche la potenza di un disco pop più patinato come quelli di Dua Lipa. E ovviamente non dimentico Vulgar Display of Power dei Pantera (ride).

Negli ultimi anni hai lavorato a una gamma di album molto diversi tra di loro…
Fin dall’inizio ho cercato di lavorare sempre a cose che musicalmente mi catturassero. È praticamente impossibile lavorare solo a dischi che ti piacciono, ma cerco di mantenere questa percentuale attorno al 90%, privilegiando progetti che mi appassionano. Detto questo, è difficile spiegare perché alla fine tutti questi artisti siano approdati da me (ride). Forse è il passaparola, chissà. Ogni disco mi ha portato al successivo. Sicuramente tutto è partito con Aurora de I Cani e Evergreen di Calcutta; più recentemente, Playlist di Salmo e Persona di Marracash mi hanno portato a uno step ulteriore.

La parte più difficile?
Ogni artista o produttore ha il suo viaggio, che va compreso e studiato. Metto la mia conoscenza, il mio gusto e le mie capacità al servizio di altre persone: devo capire in che direzione stanno andando, e aiutarli ad arrivare alla loro destinazione. A volte spingendoli fortissimo, ma stando sempre attento a non mandarli fuori strada. L’obbiettivo è accompagnarli verso il suono che hanno in testa.

In studio con Cesare Cremonini

Ti capitano mai richieste assurde che sfidano ogni logica e ogni legge dell’acustica?
Più che altro mi sono abituato al fatto che alcune idee, che magari all’inizio possono sembrare folli, vanno assecondate. Gli artisti sono persone istintive, e prendono delle decisioni che non tengono sempre conto dell’aspetto tecnico, ma a volte è proprio quel guizzo che li distingue dalla massa e li fa svettare sopra la media. La scelta di un suono di batteria diverso da tutti; un equilibrio di volumi che privilegia uno strumento piuttosto che un altro… Ho imparato che c’è una motivazione dietro a queste decisioni.

A proposito: nella tua esperienza, le leggende metropolitane che spesso circondano gli artisti più famosi, e che spesso li vorrebbero come rockstar/rapstar maledette e indisciplinate, sono vere?
Finora non mi è sembrato. La maggior parte di loro sono super precisi e professionali, e molto focalizzati su quello che fanno. O comunque, ho imparato a non badare troppo a questioni tipo il timing di un progetto, altrimenti finirei per impazzire (ride). L’aspetto più negativo di questo lavoro è che spesso non ci sono orari: se un artista ha davvero il fuoco dentro lavora giorno e notte, e se sei incaricato di “confezionare” la sua musica, finisci per farlo anche tu. Ma la vita da studio in realtà è meno sregolata di quanto si possa pensare, soprattutto negli ultimi due anni, dove a causa del Covid si lavora più a distanza che in presenza.

Ad esempio?
Come è noto, con Marracash il vero brivido costante, che condivido con Marz, è sempre e solo la corsa contro il tempo. Consegna sempre i master dei suoi album all’ultimissimo secondo, ed è stato così sia per Noi, loro, gli altri che per Persona: l’ultimo brano da mixare l’ho ricevuto il giorno prima della deadline. Marra d’altra parte ci tiene tantissimo al lavoro che fa, come anche Salmo, che segue tutto direttamente, senza intermediari. Lavorare con lui a Flop è stato molto piacevole anche perché la consegna del disco era prevista qualche giorno dopo il Waterworld Music Festival, il live sull’acqua che ha organizzato la scorsa estate, e mi ha regalato una pausa dal mix del disco invitandoci a vedere il concerto su una barca a vela: è stato emozionante, dopo uno stop così lungo dalla musica dal vivo. E restando in tema di rapper, mi dicono che Guè ascolta i mix finali del suo album sull’impianto della Lamborghini, non proprio il metodo più comune.

Con Marracash e Marz

L’anno scorso hai lavorato anche agli album di Mace e Venerus.
Per me Mace è uno dei migliori producer che abbiamo, e lui e Venerus sono sicuramente spiriti affini. Ho mixato OBE e Magica musica nello stesso periodo, tant’è che ciascuno di loro è passato in studio a un giorno di distanza dall’altro per fare le correzioni al proprio disco. Un amico mi ha chiesto se li ho mai visti insieme nella stessa stanza, insinuando ironicamente che in realtà siano una persona sola (ride).

Si sviluppano anche dei rapporti di amicizia con gli artisti con cui lavori?
Beh, con Cosmo c’era già: ci conosciamo da tanti anni, come dicevamo. Quando finiamo il mix di un disco ci emozioniamo e spesso ci ritroviamo a riascoltare gli album passati, per vedere quanto siano diversi e quanto siamo cambiati noi e la musica: siamo due sentimentaloni, in fondo. Anche con Giorgio Poi ed Edoardo (Calcutta) c’è un ottimo rapporto: spesso usciamo insieme, facciamo tutti e tre base a Bologna ora.

Dal vivo con Cosmo al Forum

Dopo aver collaborato praticamente con chiunque, ti resta ancora qualche sfizio da toglierti?
In Italia mi piacerebbe molto lavorare con Blanco; se dovessi sognare in grande, però, all’estero adoro Jamie xx, gli Idles e Kanye West, anche se, a giudicare da quello che si legge in giro, non deve essere una passeggiata collaborare con lui.

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