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Lazza: «La gente, quando non capisce, si limita a odiare»

Il rapper pianista che ha studiato al conservatorio (dove andava in jeans larghi e bandana) non ha mai avuto modelli da seguire. Ma ora con 'Re Mida' vorrebbe essere lui, quel modello

Lazza ha pubblicato il nuovo album 'Re Mida' il primo marzo

Foto di Mattia Guolo

A una prima occhiata superficiale, Lazza sembrerebbe uguale a tutti gli altri rapper/trapper italiani della nuova scuola. È giovane (classe 1994), è affiliato a una crew che rappresenta con orgoglio (333 Mob, capitanata da dj Slait e Low Kidd), è milanesissimo nei modi e nello slang, ha quell’attitudine zarra ma sincera e cordiale che ti fa subito simpatia. Nel 2017 ha pubblicato un primo album, Zzala (“Lazza” al contrario, anzi, al riocontra, vedi alla voce “milanesissimo nei modi e nello slang”), che è stato certificato disco d’oro, e qualche giorno fa è uscito con il secondo, Re Mida, che si avvia ad essere altrettanto fortunato. Ma questa è solo la punta dell’iceberg.

Anzitutto, a differenza di molti altri suoi colleghi e coetanei, Lazza sa rappare davvero, con un flow e degli incastri che non fanno rimpiangere le generazioni precedenti, finalmente. In secondo luogo, è anche un produttore. E, ultimo ma non ultimo, se si trova nei paraggi di un pianoforte è in grado di suonarvi un Notturno di Chopin come un concertista provetto. Già, perché prima di diventare famoso con il rap – e a dispetto di un look tatuato e street che non fa certo pensare a un professore d’orchestra – Lazza è stato a lungo un allievo del conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Cosa che dovrebbe insegnare ai più a non giudicare dalle apparenze, e a non bollare il rap in blocco come musica “ignorante”.

Sei probabilmente l’unico rapper italiano ad avere frequentato il conservatorio…
Eh sì, e oggi probabilmente è la mia fortuna, perché mi distingue da tutti gli altri. La passione per il pianoforte è nata grazie a mio nonno, che aveva una fisarmonica che mi suonava sempre, quando ero piccolo. Aveva imparato in tempo di guerra, da autodidatta: mi regalò la prima tastiera e a undici anni mi convinse a iscrivermi alla prima scuola di musica. E poi è arrivato il conservatorio, anche se ai tempi già rappavo.

I tuoi insegnanti come prendevano questo tuo bipolarismo musicale, se così si può chiamare?
Non erano tanto gli insegnanti a restare perplessi, ma piuttosto i miei compagni. Ero sicuramente molto diverso dagli altri allievi: anche visivamente, quasi nessuno mi assomigliava. Ero l’unico a presentarsi in baggy jeans e bandana alla lezione di solfeggio, per intenderci… (Ride) Un sacco di ragazzi erano lì perché i genitori li spingevano a frequentare, era un ambiente molto snob. Qualcuno che mi incoraggiava ad andare per la mia strada c’era, ma ai tempi mi sfottevano parecchio con i classici stereotipi sull’hip hop: “Yo yo, bella fratello!”… Mi fa piacere che adesso molti di loro mi mandino la foto dei cartelloni in metropolitana che annunciano il mio disco. È una bella soddisfazione.

Nella tua testa, fare il rapper e fare il pianista classico erano due binari paralleli o prima o poi avresti voluto intersecarli?
L’idea di intersecarli c’è sempre stata, ma all’inizio non sapevo bene come. Sono stati i ragazzi del mio team ad aiutarmi a capire il modo: mi hanno fatto notare che era una cosa più unica che rara e che bisognava valorizzare. Magari c’è qualcun altro che suona uno strumento e si avvicina in qualche modo al rap, ma credo di essere l’unico che rappa con questa attitudine e riesce comunque a suonare in un certo modo. La gente lo capisce e lo apprezza, tant’è che quando qualche giorno fa ho fatto uscire la versione acustica di Netflix erano tutti presi benissimo.

A proposito del tuo team, 333 Mob, come e quando siete diventati una squadra?
Lo studio in cui ci troviamo ha qualcosa di magico, ma prima ancora che artisticamente, mi sono trovato bene con le persone, a livello umano; mi sono sentito subito a casa. Anni fa, quando ancora non ero entrato nella crew, dj Slait aveva postato lo spezzone di un mio video facendomi i complimenti. Gli ho telefonato per ringraziarlo e lui mi ha invitato a registrare una strofa, per un progetto che poi non è mai uscito, e da allora si può dire che non me ne sia più andato. Qui ho ritrovato Low Kidd, con cui eravamo già molto amici, abbiamo cominciato a lavorare insieme e il resto è storia.

Re Mida si fa ascoltare molto volentieri sia dagli amanti della trap che dagli amanti del rap duro e puro. Questo dipende dal fatto che fai un uso molto melodico e contemporaneo della voce e dell’autotune, ma i tuoi incastri metrici sono tutt’altro che semplici…
Diciamo che a livello anagrafico faccio parte della “generazione della trap”, però sono cresciuto con il rap vero e proprio, mi piace quella roba lì: Bassi Maestro, Jack the Smoker, i Club Dogo, Emis Killa (che magari è più pop degli altri, però ha un attitudine da tamarro di piazza, proprio come me, e mi ha invogliato a provare a rappare), Marracash (che è l’unico che si può permettere di fare aspettare i suoi fan anni per un disco)… Ascoltavo anche un sacco di rap americano e francese. Avrei sempre voluto avere dei beat come quelli di Rick Ross o Booba, ma non trovavo nessuno che ne facesse di simili, almeno fino a quando ho conosciuto Low Kidd.

Come lo hai conosciuto, a proposito?
Anni fa mi aveva scritto su Facebook perché mi aveva sentito rappare e voleva farmi ascoltare dei beat. Quando me li ha mandati, erano così belli che mi ero convinto che li avesse presi da qualche parte e spacciati per suoi. L’ho invitato a casa mia e, quando l’ho visto fare un beat davanti a me, ho finalmente capito che non mi stava raccontando palle! (Ride)

Tra l’altro, tu sei anche un produttore. Ti piacerebbe prima o poi arrivare a produrre interamente un tuo disco?
Più che altro mi piacerebbe invertire le parti: io produco il disco e Low Kidd rappa. Sai che figata? Sarebbe il massimo della versatilità! In generale, comunque, sto anche facendo girare un po’ di miei beat e alcuni dovrebbero anche finire in progetti importanti, anche se ancora preferisco non dire niente per scaramanzia.

In Supereroi dici “Sono cresciuto senza supereroi / sai che ho puntato tutto su di me / e ho fatto bene con il senno di poi”…
Crescendo non ho mai voluto modelli da emulare, non c’era un unico rapper che prendevo come punto di riferimento. Ma mi piacerebbe diventare quel rapper per i ragazzini di oggi. In generale, il senso di quelle barre è che sono contento di non essermi mai arreso, di avere investito su me stesso e sulla mia musica.

Non è più difficile, in un mercato come quello di oggi, non assomigliare a nessuno?
Più che altro è impossibile, nella percezione della gente: sentono un tuo pezzo e decidono immediatamente che somigli a questo o a quell’altro. L’altro giorno, per esempio, è uscito Netflix e leggevo dei commenti che dicevano “Bello questo pezzo in stile Capo Plaza”. Non ho assolutamente nulla contro Capo Plaza, che per me è un fratellino (a dodici anni veniva a casa mia a farmi sentire i provini), ma non facciamo la stessa cosa. E comunque, anche nell’essere originali bisogna essere furbi: se ti presenti con un prodotto troppo difficile, che la gente non capisce se non dopo anni, non fai un favore a te stesso. Mi rendo sempre più conto che la gente, quando non capisce, si limita a odiare. È giusto che un lavoro possa piacere o meno, però bisognerebbe essere oggettivi almeno nel dire se è fatto bene o no.

Uno dei pezzi più belli del disco è 24H, molto efficace nella sua semplicità…
Sicuramente è semplice da capire, ma non è banale: parla del contrasto tra il mio passato e il mio presente. È stato il primissimo che abbiamo registrato, e ci sono molto affezionato. Pensa che ha addirittura rischiato di saltare all’ultimo secondo, lo abbiamo rifatto mille volte, ma alla fine mi sono intestardito ed è rimasto in tracklist.

E a proposito di semplicità e leggerezza, la maggior parte degli artisti scelgono di chiudere il disco con un brano denso e significativo: tu, invece, lo fai con una traccia apparentemente molto leggera, Porto Cervo. Perché?
Leggera sì, ma anche significativa, perché è uno storytelling che racconta della mia prima estate in cui ero ufficialmente un musicista professionista. Era uscito il mio primo album e per me tutto era cambiato, così ho deciso di prendere i soldi che ero riuscito a guadagnare e ho portato la mia ragazza in Sardegna. Per togliermi un ulteriore sfizio, siccome sono nato ad agosto e non sono mai riuscito a festeggiare davvero il compleanno, quel giorno ho deciso di andare da Gucci a Porto Cervo e regalarmi qualcosa. E davvero c’erano i ragazzini che mi facevano le foto e i video dall’esterno, attraverso la vetrina, perché si vergognavano a entrare. Che giornata assurda: ho comprato una polo e un paio di occhiali da sole e ho lasciato giù mille euro. E la polo me l’ha pure bucata per sbaglio un mio amico con una sigaretta accesa. Se potessi tornare indietro a due anni fa, mi prenderei a sberle da solo! (Ride)

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