Laurie Anderson: «Negli Stati Uniti c’è uno strano fascismo seguito da sonnambuli» | Rolling Stone Italia
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Laurie Anderson: «Negli Stati Uniti c’è uno strano fascismo seguito da sonnambuli»

Abbiamo incontrato l’artista a Roma, tra mura aureliane e silenzi per pensare. Ne è uscita una conversazione tra storia, tecnologia, amore e potere, i temi dello spettacolo ‘Republic of Love’ che porterà a Umbria Jazz

Laurie Anderson: «Negli Stati Uniti c’è uno strano fascismo seguito da sonnambuli»

Laurie Anderson

Foto: Stephanie Diani/International Music

Incontriamo Laurie Anderson nella biblioteca dell’Accademia Americana di Roma, sul ciglio del Gianicolo, il “Mons Aureus” protetto dalle mura di Urbano VIII, in un luogo che sembra fatto apposta per chi ha passato una carriera e una vita a interrogare il rapporto tra voce e potere, parola e paesaggio, campane e responsabilità. Da qui Roma non è una cartolina ma un sistema nervoso-musicale: le cupole come ritornelli, il Tevere come un basso elettrico, la città intera come un archivio di campionature in cui passato e presente si parlano in continuazione, previo opportuno arrangiamento.

Laurie Anderson è calma e concentrata, come se registrasse mentalmente tutto quello che le accade intorno. Soprattuto durante le pause, che passa a mostrarci le mappe medievali e rinascimentali appese alle pareti dell’Accademia. Talvolta ci chiede, divertita, di mettere il dito nel punto della città in cui ci troviamo; più spesso è lei a metterlo nella piaga della realtà in cui viviamo.

Quest’estate Anderson sarà in Italia per una sola data, il 7 luglio a Umbria Jazz, con Republic of Love, un progetto che nasce da una domanda pertinente e insolente: che rapporto c’è tra governo e amore, oggi? Lo spettacolo ha forma ibrida, mobile, radicalmente contemporanea: concerto, racconto, assemblaggio di voci, collage di letteratura e rock, cavalli di battaglia che cambiano senso perché è cambiato il mondo. Sul palco, accanto a lei, ci saranno ancora una volta i Sexmob: il jazz come metodo democratico, come spazio di attrito continuo tra individualità e collettivo. In questo dialogo tra l’energia imprevedibile del jazz e l’architettura concettuale del suo lavoro, Anderson vuole porre una questione che oggi è tutt’altro che puramente musicale: chi controlla il suono, chi decide il ritmo, chi ha diritto alla parola?

Come sarà Republic of Love a Umbria Jazz?
Sarà un’espansione dello spettacolo che avete visto a novembre a Roma. Probabilmente continueremo ad aggiungere ancora qualcosa nel corso delle prove. Tutto è cominciato con una mia esperienza della scorsa primavera: scrivere un talk di due ore su amore e politica, invitata dal Festival di Vienna. Ammetto di essere stata un po’ in difficoltà, sulle prime. Per cercare l’ispirazione ho riletto un po’ di autori che si erano già occupati del tema, e in particolare Marco Aurelio.

L’ultimo dei cinque buoni imperatori?
Proprio lui. Un giorno ero a Roma e stavo osservando la sua celebre statua equestre. Un poeta russo-americano che amo, Iosif Brodskij, raccontò che, proprio durante una sua passeggiata al Campidoglio, in una notte fredda e piovosa (in cui era peraltro sia alticcio che tormentato per un suo progetto), cominciò a fissare quella statua, chiedendosi cosa avrebbe fatto quel grande stoico al posto suo. Ecco che compare sulla scena un cane dalmata, che si mette a fissare, da par suo, l’imperatore. In quel momento Brodskij ha la percezione che la statua si sia mossa. Ci sono momenti in cui ti imbatti in un brano, un’opera d’arte, e di colpo ti cambia il modo di vedere le cose.

Nella tua performance le parole spesso arrivano leggermente in ritardo, come se il pensiero cercasse sempre di recuperare il gap con l’esperienza, e viceversa. Pensi che il ritardo e, con esso, l’esitazione, il silenzio, siano forme di resistenza in un mondo ossessionato dall’immediatezza?
Amo le pause. Inoltre, nel caso che citi, sono piuttosto funzionali, in quanto sul palco ho scelto di parlare anche in italiano. È una lingua che ho studiato per cinque anni all’università, ma oggi il massimo che posso farci è leggere I promessi sposi.

Mica una cosa da poco!
Quanto mi piacerebbe sostenere una conversazione in italiano! Comunque mi sto attrezzando, proprio qui all’Accademia Americana. Tornano a noi, amo le pause e la lentezza. La stessa lentezza di quell’incontro tra un uomo e una statua, in cui egli realizza gradualmente cosa sta davvero vedendo. Il ritmo e il tempo, sono tutto. Cambiando ritmo dai un’occasione alle persone che ti ascoltano di pensare: «Che strano. Sto sentendo davvero questo, quest’altro o qualcosa a metà tra le due cose?». Avevo una professoressa all’università che continuava a fare pause durante le sue lezioni sulla luministica nell’arte americana. Pensavamo che avesse dimenticato qualcosa o che fosse andata di matto. Invece ci stava mostrando il modo in cui fluiva il suo pensiero. Normalmente gli insegnanti non lo fanno. Ti spiattellano una verità e poi ti testano per vedere se l’hai capita.

All’Auditorium abbiamo avuto l’impressione che, per te, l’amore non sia mai solo sentimentale, ma sempre anche strutturale, come un’opera ingegneristica o architettonica. Se l’amore fosse un edificio, che tipo di struttura sarebbe: una rovina, un rifugio, un cantiere temporaneo?
Tutti e tre, perché costruire qualcosa è sempre un atto di amore e di fede. La villa in cui siamo è un luogo multifunzionale: ospita sia il mio appartamentino, al piano di sopra, che la biblioteca di mappe rare e antiche, in cui siamo attualmente seduti. Guardandole mi rendo conto di come immaginare questa città nell’antichità fosse un atto d’amore straordinario perché legato al proiettarla in un futuro molto anteriore a quello in cui sarebbe stata costruita. Quando vado al Forum Economico di Davos, invece, realizzo che oggi pensiamo al futuro fermandoci al massimo a sei settimane. Tic tic tic.

È bello sentirtelo dire mentre le mura aureliane ci abbracciano ancora esattamente come nel III secolo dopo Cristo.
Roma in questo è davvero la numero uno al mondo.

Nel bene e nel male. Che altro fai a Roma?
Circa sei cose diverse, tutte scollegate tra loro. Ad esempio alle 2 della notte scorsa, ora italiana (ride), l’Università di Harvard aveva organizzato un dialogo su Zoom tra quattro artisti, dal titolo Class Act. Abbiamo parlato di un sacco di cose e, in particolare, della comunicazione intergenerazionale sui alcuni dei temi che ci stanno più a cuore. L’intelligenza artificiale è stato quello che è tornato più spesso. La sfida più interessante che questa tecnologia pone è quella di imparare a usarla senza esserne usati. È in grado di fare alcune cose fantastiche ed è affascinante vederla espandersi con questa rapidità.

Come possiamo preservare l’integrità della creatività umana in uno scenario del genere?
A me non importa se una canzone è scritta o cantata da un cantante umano o artificiale: se è una buona canzone è una buona canzone. A dire la verità io non produco i miei lavori per esprimere me stessa. Non mi interessa che le mie performance portino a un mio riconoscimento. Mi interessa di poter dire, anche mediante esse: «Ehi, guarda quella cosa laggiù!». Non vi nascondo che è stato un punto difficile da tenere con gli interlocutori di ieri sera. Mi è sembrato che gli altri preferissero di gran lunga esprimere sé stessi. Come si chiama l’attrice generata dall’AI più famosa?

Tilly Norwood.
Ecco. Dicono che sia una pessima attrice. Ma se fosse brava? Non accetteremmo e valuteremmo onestamente un film con lei solo perché è una creazione dell’AI e non è umana? E ieri, in coro, mi hanno risposto: certo che no! Ed eccoci di nuovo a parlare di noi, noi, noi e non di quello che creiamo. Perché l’AI l’abbiamo creata noi. Spesso mi dicono: «Quei poveri ragazzi trasformati in zombie, tutto il giorno al telefono!». Anche i telefoni sono una nostra creazione e possono fare meraviglie. Possiamo perfino guardarci le stelle! Il difficile è insegnare ai ragazzi come bilanciare la realtà e tutto il resto.

Per questo siamo così felici di fare questa intervista di persona e non su Zoom.
Anche io. Una volta mi hanno chiesto di scrivere la voce “New York” per l’Enciclopedia Britannica. Ero eccitata e spaventata, ma mi hanno rassicurato: puoi scrivere anche solo di un aspetto della città. Allora mi sono chiesta quale fosse la cosa più umana che avrei potuto descrivere di New York. E mi sono risposta: il suono della città durante la notte. I tombini che sferragliano quando i camion dell’immondizia ci passano sopra. Ecco qualcosa sui cui un’AI non scriverebbe mai. Dobbiamo uscire per le strade, andare nella natura, ascoltare e guardare il mondo in prima persona.

Dove andresti domani?
A Minneapolis. Non c’è niente come essere lì, ora, con il tuo corpo. Possiamo parlare quanto vogliamo di quello che sta accadendo lì, possiamo scriverne anche pagine struggenti. Ma dal primo omicidio mi sveglio ogni due ore, la notte, rivedendolo nella mia mente, e vorrei essere lì. La situazione si sta inasprendo. Ho programmato di andarci anche solo per celebrare le persone che stanno creando quelle reti intorno alle due vittime. Renee Good era una poetessa straordinaria, allieva di una mia amica, e Alex Pretti era semplicemente una persona che stava cercando di salvarne un’altra.

Al centro di Republic of Love c’è una tensione tra introspezione ed esperienza comunitaria, tra io e noi. Questa tensione ha un ruolo cruciale nel panorama di oggi, specialmente in un mondo reinventato dai social media e dalla polarizzazione politica
Proprio per questo ho incluso nel programma il tema dell’Ordo Amoris, invocato dalla disputa tra il mio concittadino Leone XIV e il vicepresidente degli USA J.D. Vance, basata su idee differenti di amore e responsabilità. Leone, agostiniano, è per me un Papa d’amore. Vance, a sua volta, si dice influenzato da Sant’Agostino, ma è convinto che l’amore funzioni a strati: ami il tuo compagno, poi la tua famiglia, poi i tuoi vicini, i tuoi concittadini, i tuoi compatrioti e poi… basta. Peccato per tutti gli altri! Leone gli ha risposto: «J.D., il tuo modello è sbagliato. Non facciamo un ranking dell’amore». Una cosa stupenda e coraggiosa da dire. «Ama chi è al di fuori delle tue cerchie, chi non ha niente, chi sta soffrendo più di quanto tu possa immaginare, quanto ami tuo fratello o tua madre».

È stato capito?
Ahimè, siamo sotto il regno di un re pazzo. Nessuno lo dice, ma è più pazzo di Re Giorgio! «Voglio la Groenlandia! Voglio l’Islanda!», senza saperle neppure distinguere. «Le voglio e me le prendo. Possiamo farlo nel modo gentile, possiamo farlo nel modo non gentile». Che fare? È un tipo di fascismo strano, seguito da una scia da sonnambuli. Ci sentiamo intrappolati. Chi protesta può essere ucciso due volte: la prima quando gli sparano, la seconda quando viene accusato di essere un terrorista domestico.

Come finirà?
Penso solo che il problema debba essere affrontato con l’amore e non con altra violenza. È la lezione di Martin Luther King, durissima da apprendere.

Hai passato la tua vita a dare suono a forze astratte: paura, autorità, tecnologia, memoria. C’è ancora qualcosa oggi, politicamente o emotivamente, che ritieni non abbia ancora alcun suono, qualcosa che l’arte non è riuscita a nominare o esprimere?
Il problema non è nominare o esprimere ma essere creduto. Quando leggi Truth, o i social media, in generale ti rendi conto di come il mondo contemporaneo sia una struttura fatta di storie. Nel 2004 un consigliere di Bush disse: «Pensate ancora di poter analizzare una tal situazione mediante la realtà? La realtà non esiste più». È stata uccisa una persona? Aspetta, ti racconto un’altra storia. Scriviamo storie mentre stiamo comparse della Storia.

Una Storia scritta, come sempre, dai vincitori, ma in live action.
Per la precisione, sotto forma di improvvisazione teatrale. Non c’è neanche una trama particolarmente interessante. La trama del nostro re pazzo è la storia di sé. Nient’altro che sé. «Quanti soldi posso avere? Quanto potere posso ottenere?». Ma non facciamoci prendere dal panico. È solo un’altra storia.

Come pensi che questa idea di USA sia percepita dall’Europa, e dall’Italia in particolare?
Non bisogna fare generalizzazioni. Il fatto che abbiamo un re pazzo non significa che tutti gli americani siano pazzi. I miei amici italiani esprimono una grande simpatia per la mia condizione di cittadina USA. Non capiscono veramente cosa stia succedendo, anche perché non lo capiamo nemmeno noi. È il caos. Ogni cinque minuti c’è una notizia fresca e la solita corsa al: «Riesci a credere che lo abbia detto davvero?». Così ci tiene tutti occupati, non-stop. È quasi un hobby. È una forma di terrore che non avevamo mai visto prima. Il fascismo è successo e sta succedendo anche in alcune parti d’Europa. Questa è la versione americana. È un momento fantastico per essere vivi.

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