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Laurent Garnier: «Non ho mai venduto l’anima al diavolo»

La leggenda dell'elettronica racconta trent'anni di carriera, dagli inizi all'Haçienda fino alle influenze su New Order o Daft Punk, passando per il nuovo femminismo social nel clubbing : «È tutta una messa in scena»

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«Ricordo perfettamente la prima volta che sono entrato in un club», racconta Laurent Garnier, icona vivente della scena elettronica mondiale. «Avevo tredici anni e andavo a lavorare nel ristorante di mio fratello, i miei genitori erano contenti perché avrei guadagnato qualcosa, ma in realtà sapevo che dopo il turno saremmo andati nei locali della scena gay di Parigi, quella era la mia vera ricompensa, la musica». Inizia così l’epopea di un Dj diventato leggenda della house music, trasferitosi in Inghilterra a soli 17 anni e finito, qualche anno più tardi, a definire il futuro del clubbing europeo dalla consolle dell’Haçienda, tempio in cui esplose la scena rave made in UK.

Il ritorno in Francia, la sua impronta decisiva sul suono della French Touch e dei Daft Punk, così come era stato a Manchester per Stone Roses e New Order. Trent’anni di carriera in cui il suo nome ha conquistato i dance floor di tutto il mondo, ma la sua passione per la club culture rimane la stessa del primo giorno, la stessa dalla prima folgorazione a 120 bpm.

Ricordi la prima volta che hai sentito una traccia house?

Avevo appena finito il mio turno al lavoro ed ero andato all’Haçienda. Ero in pista, stava suonando Mike Pickering. All’improvviso il Dj fermò la musica e partì Love Can’t Turn Around di Farley Jackmaster Funk, un brano totalmente diverso da quelli che metteva di solito. Era chiaro a tutti che era qualcosa di totalmente nuovo, sembrava un suono arrivato direttamente dallo Spazio. Tutta la pista era fuori di testa e, quando il disco si è fermato, io riuscivo solo a pensare “che cazzo è appena successo?”.

E poi? 

All’epoca non si trovavano ancora abbastanza dischi per fare un vero e proprio set, quindi dopo appena due tracce il Dj ritornò alla musica di sempre. A quel punto corsi in consolle, supplicando Mike di dirmi che cosa avesse appena suonato. Quello è stato il mio primo incontro con la house music, non lo dimenticherò mai.

Poi all’Haçienda ci sei finito a suonare, diventando resident in uno dei club che hanno scritto la storia della scena elettronica europea. Qual è stato il tuo ruolo nella nascita del fenomeno house?

Credo di essermi trovato al momento giusto nel posto giusto, una città come Manchester, in cui tutti i giovani volevano partecipare alla nascita del clubbing perché si trattava di una vera rivoluzione di cui tutti si stavano rendendo conto. Tuttavia non mi sento un pioniere, i veri pionieri sono gli artisti che producevano quella musica mai sentita prima, il mio ruolo è stato scoprire i loro dischi e suonarli durante le serate.

 La tua carriera è iniziata con lo pseudonimo di Dj Pedro. Come mai?

Non lo scelsi io (ride). Quando l’Haçienda mi chiese di diventare uno dei loro Dj, stavano organizzando un nuovo format di serate, ispirate da atmosfere latine, si chiamavano Zumba, che in spagnolo dovrebbe significare party o qualcosa del genere. Per questo motivo volevano che tutto fosse in tema, persino i nomi dei Dj. Io volevo assolutamente suonare, per questo non mi feci nessun a problema ad adottare il nome Dj Pedro, ma ripeto, non lo scelsi io, sarebbe potuto essere José, Juan o Lorenzo, per me sarebbe stato la stessa cosa.

Durante gli anni all’Haçienda i tuoi set hanno ispirato band come Stone Roses o Happy Mondays, gruppi cui è attribuita una delle rivoluzioni contemporanee del rock per il modo in cui inserirono nella loro musica elementi di elettronica. Ti senti parte di quel cambiamento?
Non saprei, io mi limitavo a suonare i dischi che trovavo interessanti e nuovi. Sapevo che i Roses, i Mondays e i New Order erano frequentatori abituali del club ma non avrei mai immaginato l’impatto che avrebbe avuto su di loro la musica che mettevo. È tutto successo molto velocemente e, ad esser sincero, neanche noi Dj sapevamo che cazzo stavamo facendo, né tantomeno gli effetti che avrebbe provocato sulla storia della musica.

Poi il ritorno in Francia, dove sei considerato il re, Le Roi, della scena elettronica francese. Non a caso artisti come Daft Punk o Cassius ti hanno sempre citato come uno dei loro principali modelli di riferimento, quasi tu fossi il padrino della French Touch.
Quello del padrino è un ruolo pesante, e non mi sento di riuscire a portarne il peso da solo (ride). Certamente il mio nome è fra quelli dei precursori ma, quando tornai in Francia, c’erano già altri Dj che avevano iniziato a suonare house music, non ero né il primo né l’unico. C’era David Guetta, ad esempio, che organizzava una sua serata a Parigi, così come altri Dj poi finiti nel dimenticatoio.

E allora come mai solo tu vieni chiamato Le Roi?

Credo sia perché sono uno dei pochi ‘sopravvissuti’ di quegli anni, tantissimi sono scomparsi dalle scene. Inoltre non ho mai smesso di fare ciò che faccio, rimanendo fedele alla club culture. Durante i miei 30 anni di carriera ho sempre creduto con tutto me stesso nella house e nella techno, senza snaturarmi come alcuni miei colleghi hanno deciso di fare. Diciamo che non ho mai venduto l’anima al diavolo (ride).



Forse il segreto della tua longevità è stata anche la tua capacità impressionante di variare tra i generi musicali più diversi.
È molto pericoloso confinarsi in un genere ben definito, e fortunatamente è una cosa che ho capito fin dall’inizio. Lo stesso vale per la house e per la techno, se non ci fossero stati altri generi cui ispirarsi il risultato non sarebbe la musica che abbiamo oggi. Chiudersi in un solo genere significa suicidarsi. Si può trovare qualcosa di buono ovunque, così come si trova anche tanta merda, ma credo che il vero compito di un Dj sia di proporre il meglio da tutta la musica che ascolta, come fosse un viaggio dentro un universo sonoro in continua evoluzione. Altrimenti il mio lavoro sarebbe di una noia mortale.

Parliamo della tua autobiografia, Electrochoc. Che effetto ti ha fatto ripercorrere la tua carriera? Qual è stato il momento che ti ha fatto più effetto ricordare?

Se dovessi elencarne alcuni forse direi la mia residency al Rex, ovviamente gli inizi all’Haçienda. E ancora, quando suonai per la chiusura del Yellow Club di Tokyo o per quella del The End a Londra, i live al Panorama Bar di Berlino. Mi sono divertito tantissimo anche l’ultima volta che sono venuto in Italia, al Volt di Milano. È proprio la diversità dei luoghi in cui lavoro ciò che mi tiene vivo, non avere punti fissi ma cercare sempre qualcosa di nuovo.

In questi ultimi anni il mondo dei club, in passato accusato spesso di sessismo, ha assistito all’ascesa di molte ragazze dietro la consolle. Cosa è cambiato?
Non credo si possa parlare di cambiamento, ci sono sempre state ragazze nel nostro mondo, fin dagli inizi. Nomi come 100% Isis, Miss Kittin, Monika Krus, la scena berlinese, quella di Amsterdam, lo stesso in Francia. Non è mai stato un caso mediatico come viene trattato ora: ci sono queste quattro o cinque bellissime ragazze, che in realtà non fanno altro che un gran casino. Il problema deriva dai social media che hanno cambiato la percezione di cosa sia un Dj, è tutta una messa in scena.

E quindi cosa ne pensi di queste Dj di cui parli? Mi viene in mente Peggy Gou, una delle più seguite sui social.
Non conosco la sua musica e non capisco i Dj che usano i social maniacalmente per una promozione martellante. Uso anche io Instagram, certamente, ma in maniera molto ‘familiare’, per raccontare la mia vita e ciò che faccio, non per spingere il mio lavoro o per coltivare il mio ego. Non sono parte di questa generazione. Quando arrivò il primo social non lo vedevo come un nuovo modo di promuovere me stesso, né li ho mai usati come fossero uno strumento per ricercare nuovo pubblico, tutto ciò è fottutamente ridicolo, il mio lavoro è un altro. Vengo da un background diverso, in cui sapevi qual era l’ambiente cui ti rivolgevi e che ti ha sempre seguito. Oggi ho oltre 150mila follower, e sono sicuro che l’80% di loro non è mai stato a una mia serata né conosce la musica che faccio.

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