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L’Ariosto no global del Banco

La prima canzone del primo album del Banco del Mutuo Soccorso era ispirata al poema cavalleresco ‘L'Orlando Furioso’. Ora la band, rimaneggiata, festeggia 50 anni di carriera con un disco dedicato all’opera che secondo Vittorio Nocenzi è un antidoto all'appiattimento della globalizzazione

Banco del Mutuo Soccorso

Foto press

«Orlando è un disco non-globalizzato. Che propone musica suonata da esseri umani che sudano, si esaltano, soffrono, si emozionano, trasmettono passione e diversità. Era tanto tempo che non mi sentivo così profondamente felice di un mio album. È diverso da quello che si sente in giro, forse ha bisogno di tempo per essere interiorizzato, ma quando ti cattura non ti lascia più».

Come sempre Vittorio Nocenzi è un fiume che tracima e inonda col suo entusiasmo. Oggi ancora di più, se possibile, perché è pienamente soddisfatto di Orlando: Le forme dell’amore, quindicesimo album in studio del suo Banco del Mutuo Soccorso. E dire che il Banco è un gruppo che molti avrebbero dato per finito dopo le morti del chitarrista Rodolfo Maltese e, soprattutto, del cantante Francesco Di Giacomo. Sarebbe stato difficilissimo per chiunque andare avanti con l’assenza di un pilastro del genere. Vittorio Nocenzi però non si è lasciato prendere dallo sconforto e ha messo su una formazione nuova di zecca che alla fine ha convinto tutti per la bravura e l’onestà messa in campo nel portare avanti il messaggio della band. «Il nuovo Banco è fatto di grandi persone e ottimi artisti che suonano con tecnica e passione. E il cantante Tony D’Alessio è entrato da subito nelle simpatie del pubblico dei concerti perché non si è messo a scimmiottare Francesco, ma ci ha messo tutta la sua personalità, oltre a una voce eccezionale».

La passione di Vittorio rischia di travolgere chiunque, io però all’inizio ci sono andato cauto con Orlando. Al primo ascolto mi era sembrato un lunghissimo (oltre 76 minuti) calderone di buona musica mancante però di un guizzo, di canzoni e melodie che lasciano il segno. Mi sono spinto anche a pensare che il Banco degli anni ’70 fosse in fondo più moderno di quello attuale. In realtà stavo prendendo le cose dal lato sbagliato, perché quando hai davanti un disco prog, specie di questa durata e complessità, la cosa più errata che si possa fare è fermarsi alle sensazioni del primo ascolto. No, certi dischi vanno studiati, capiti. Questa musica non ti spara mai in faccia le cose, non colpisce immediatamente, ha bisogno di dedizione e ripetuti tentativi per essere capita. Così ho ricominciato da capo con Orlando e l’ho fatto più volte, fino a quando ho sentito il Banco rinascere a nuova vita in canzoni dallo spirito rock, ma con dentro quei passaggi burrascosi ed emozionali che piacciono tanto a chi ama il prog. Ho visto il gruppo riappropriarsi – a 27 anni dall’ultima uscita prettamente prog, Come in un’ultima cena – della sua voglia di avventura.

Vittorio è stupito del paragone che gli faccio tra Orlando e Come in un’ultima cena. «Non ci avevo pensato ma anche in Come in un’ultima cena c’erano tutta una serie di personaggi, un elenco di diverse umanità possibili: il cinico, l’ideologo, il manipolatore… In Orlando invece ci sono raccontati i vari tipi di amore, quindi c’è un’analogia. Nel 1976 poi c’era disorientamento, un continuo dibattito, si sentiva che eravamo alla fine di un ciclo storico. Esattamente come oggi».

Cicli che terminano e nuove prospettive che avanzano, ma sarà vero? Un ragazzo potrà essere attratto da questa musica? Nocenzi è convinto di sì: «Credo che questo disco possa essere apprezzato anche da un pubblico più giovane, ho la sensazione che i tempi che stiamo attraversando ci porteranno alla riscoperta di alcuni valori. Ci si sta rendendo conto di quanto può essere triste e grigia la globalizzazione, che ha appiattito le differenze, anche a livello musicale. Avverto il bisogno da parte dei giovani di ri-emozionarsi, di sorprendersi, di ricominciare ad andare alla ricerca di cose che non siano dozzinali, tutte uguali, riscoprire le diversità, la sorpresa, gli stupori».

Nocenzi è inarrestabile e prima che io possa porre una nuova domanda continua a ruota libera: «Il capitalismo ci dice che più sei ricco più vali, siamo stati colonizzati e ci è stata imposta una certa idea per quello che riguarda i valori, i costumi, la mentalità. Ma noi non siamo anglosassoni, siamo latini, mediterranei, ci piace la vita e la sua bellezza, non soltanto il potere e i soldi. Anche lo stesso funerale di Elisabetta è stata l’ennesima esaltazione della perfezione, della grandezza dell’impero coloniale. Ma chissenefrega!».

Il Banco non è mai stato un gruppo legato all’immaginario fantastico di tanti gruppi prog, ma ha sempre approfondito problematiche sociali. «È vero, già nei primissimi anni ’80 scrivemmo Paolo pa, un pezzo sull’omosessualità nelle periferie urbane che veniva stigmatizzata e ghettizzata. Oggi invece abbiamo Non serve tremare che narra della fuga di Angelica, una donna che cerca la libertà in un mondo governato da uomini. Raccontiamo una storia di 500 anni ma cerchiamo sempre un appiglio con la realtà odierna. Da questo punto di vista Orlando è a modo suo un album politico, offre un confronto esistenziale che diventa universale».

Un progetto ambizioso come Orlando nasce anche da una collaborazione tanto inaspettata quanto gradita per Vittorio, quella con il figlio: «Il destino mi ha fatto un regalo: mi ha fatto scoprire nel mio figlio più piccolo, Michelangelo, il mio alter ego musicale. Scrivere la musica di questo disco con lui mi ha rigenerato da tutti i punti di vista, questa intimità famigliare e compositiva ha ispirato il tutto».

Orlando è un’idea che parte da lontano: «È nata nel 2013, proprio da Michelangelo che un giorno in cui ero con Francesco Di Giacomo nel mio studio casalingo è arrivato e ci ha detto che sarebbe stato bello celebrare i 50 anni del Banco riallacciandoci all’atmosfera ariostesca che si respirava in In volo, il primo brano del nostro primo album, dedicando un intero lavoro proprio all’Orlando Furioso. In quell’occasione Michelangelo ci ha fatto anche ascoltare un tema che aveva composto e che io e Francesco abbiamo amato all’istante. Da lì è partita tutta l’avventura, solo che per realizzarla ci abbiamo messo quasi 10 anni, un po’ per tutta una serie di altri impegni, un po’ a causa delle dipartite di Francesco e Rodolfo. Così il progetto è andato più a rilento di quanto avessimo voluto. Nel momento del ritorno abbiamo poi deciso, prima di offrire al pubblico un concept così impegnativo, di riaffacciarci sulle scene con Transiberiana che era di impatto più immediato. Del resto si trattava quasi di ricominciare da capo, presentare al pubblico una formazione rinnovata, un nuovo cantante… Ma le cose sono andate bene e, visto l’affetto tributatoci dal pubblico con l’album precedente, questa volta abbiamo deciso di puntare più in alto offrendo finalmente la nostra opera su Orlando, basata su testi che ho scritto insieme al paroliere Paolo Logli».

Una volta compiuto lo sforzo compositivo la palla è passata alla band, da questo punto di vista Nocenzi dimostra di non essere affatto un dittatore che pretende che le sue partiture vengano eseguite alla lettera, anzi. «Io e Michelangelo abbiamo composto le musiche e scritto le parti per ciascun esecutore. Poi i musicisti le hanno fatte loro e le hanno rese personali. Esattamente come succedeva negli anni ’70, quando io davo le parti a tutta la formazione e poi ognuno le rendeva proprie aggiungendo, modificando, variando… Voglio che il gruppo condivida profondamente il lavoro, soltanto in questo modo puoi ottenere una coralità e un modo affinché tutte le personalità escano fuori, sennò che senso avrebbe fare dischi col Banco? È dalla sintesi di tanti approcci individuali che nasce la grandezza di una band».

Adesso che l’opera è stata pubblicata un’ultima curiosità, viste le sue caratteristiche sarà presentata interamente dal vivo, magari con l’ausilio di scenografie e costumi? Per ora Vittorio ci va cauto: «Se ci saranno i budget necessari Orlando potrebbe prendere vita sul palco come spettacolo teatral-musicale, per il momento però non pensiamo di rappresentarla per intero, solo alcune sezioni, poi vedremo come andrà. Dal 15 ottobre saremo in tour, che inizierà da Ferrara per toccare poi Catania, Palermo, Roma… Ci saranno tanti concerti ma non faremo come i Genesis che all’epoca di The Lamb Lies Down on Broadway portarono dal vivo quasi due ore di musica inedita, alienandosi la partecipazione emotiva del pubblico, spiazzandolo».

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