L’ansia ha il suono delle chitarre dei Dry Cleaning | Rolling Stone Italia
Post “post punk”

L’ansia ha il suono delle chitarre dei Dry Cleaning

Paranoia e dolcezza, il vantaggio di essere diventati “famosi” dopo i 30 anni e i danni della gentrificazione, l’ossessione per la musica e il costo dei tour. Intervista al gruppo che venerdì pubblicherà ‘Secret Love’

L’ansia ha il suono delle chitarre dei Dry Cleaning

Dry Cleaning

Foto: Max Miechowski/Spin-go

Secret Love dei Dry Cleaning è un disco pieno di sangue sugli schermi, bunker sotterranei da cui si comandano bombe telecomandate, guerre viste attraverso il feed, scuole e ospedali ridotti a rumore di fondo, influencer che predicano stili di vita tossici. La fine del mondo, per certi versi. Tuttavia il messaggio più radicale che emerge è quello di non rinunciare al cinismo. È un disco che sembra scritto dentro la frizione quotidiana tra ansia privata e violenza pubblica, ma con la stessa calma obliqua che ha fatto esplodere la band in questi anni. La band londinese porta all’estremo tutto ciò che ha costruito in questi anni: un rock d’avanguardia che tiene insieme la paranoia del punk e dell’hardcore statunitense dei primi anni ’80, l’andatura asciutta e un po’ stortignaccola delle chitarre, lo stoner, la no wave giocosa e un fingerpicking pastorale che sembra arrivare da un disco folk perduto. Al centro c’è sempre la voce di Florence Shaw, parlata più che cantata.

I brani di Secret Love hanno fatto un bel giro, prima nel Loft di Jeff Tweedy a Chicago, poi a Dublino nelle mani di Alan Duggan e Daniel Fox dei Gilla Band, infine in Francia, al Black Box nella valle della Loira, con Cate Le Bon a dirigere l’orchestra. Ne esce un suono più estremo e più tenero allo stesso tempo, in cui la band si concede cambi di dinamica quasi violenti, improvvise rarefazioni, fiati e tastiere che aprono spazio a confessioni finora trattenute. 
In questo contesto, i Dry Cleaning suonano come un gruppo arrivato al proprio terzo album con un’identità già solidissima, ma con una grande voglia di mettersi in discussione, confermandosi una delle migliori notizie per la musica con le chitarre dal post-pandemia a oggi. Abbiamo fatto una chiacchierata con il chitarrista Tom Dowse e il batterista Nick Buxton.

So che avete lavorato a Secret Love con un metodo diverso dai dischi precedenti.
Tom Dowse: La principale differenza è che ci siamo presi molto più tempo e abbiamo fatto un lavoro più consapevole per usare lo studio anche come strumento di scrittura. Salvo alcune eccezioni – tipo il brano che dà il titolo all’album, che era già completo quando lo abbiamo portato in studio – ci siamo riuniti con dei demo piuttosto scarni e basilari e abbiamo lavorato su quelli.
Nick Buxton: In alcuni casi i pezzi sono nati proprio in studio, per esempio I Need You.



E poi avete lavorato con Cate LeBon che si è occupata della produzione.
Nick: Sì, con lei abbiamo avuto proprio la sensazione di essere in buone mani. Ha un orecchio per i dettagli tecnici e ti coinvolge in questioni tecniche che in genere i produttori risolvono e basta trattandole come se fossero stregonerie.
Tom: Oltre a essere una grande musicista, ha anche un enorme talento nella gestione emotiva delle persone. Sapevamo che ci sarebbe stata grande sintonia ma siamo rimasti comunque piacevolmente sorpresi.

Blood è un brano che parla di Gaza, Cisgiordania, Ucraina, mischiandoli con momenti di vita quotidiana. È un po’ quello che viviamo tutti i giorni attraverso i nostri schermi e, sebbene molti dei vostri pezzi abbiano quel tipo di sensibilità verso la realtà e il presente, è anche uno dei vostri pezzi più politici.
Tom: Le parti di chitarra di quella canzone vengono da tutta un’altra vita. È un pezzo che ci portiamo dietro da tanto tempo, l’abbiamo fatto sentire anche a John Parish quando stavamo facendo i demo di Stumpwork, ma non gli era piaciuto per niente. Poi durante le sessioni di Secret Love l’abbiamo ripreso in mano. Abbiamo provato a farla diventare una cosa tipo Velvet Underground o qualcosa del genere, ridurla all’osso, farla suonare molto primitiva e scarna. E non ha funzionato neanche così. Ha funzionato una volta, poi l’abbiamo riprovata e non funzionava. Eppure non volevamo scartarla perché a volte ci entusiasmava. Alla fine l’abbiamo portata a Dublino per vedere cosa avrebbero fatto Dan e Alan dei Gilla Band. Loro hanno deciso di partire dalla grancassa per creare un mondo sonoro in cui quelle chitarre potessero esistere. Ci ricordava un po’ Mass Protection dei Massive Attack. I testi di Flo si sono incastrati subito molto bene, la canzone ha cambi improvvisi, drammatici, abbastanza violenti, e questo si sposava bene con quello di cui parla il testo.

Dry Cleaning - Let Me Grow and You'll See The Fruit

Invece Let Me Grow and You’ll See the Fruit è un pezzo molto emotivo, parecchio diverso dagli altri.
Nick: Spesso i testi di Flo hanno uno strato di opacità o di cripticità, invece in questo caso il pubblico può cogliere benissimo il sentimento generale, anche perché la musica e i testi vanno mano nella mano. A volte li mettiamo in contrasto, cerchiamo di creare una giustapposizione. Il pezzo è nato perché Tom aveva questo giro in fingerpicking e ci abbiamo lavorato molto insieme. La batteria e la chitarra si sono messe subito a dialogare. Flo ha fatto una take di voce molto istintiva, improvvisando alcune cose sul momento. Di solito quando è così poi la riscrive, la cambia completamente o ne tiene solo una parte, in questo caso abbiamo mantenuto la prima versione così com’era. Forse è quell’istintività che arriva molto alle persone.

La vostra musica ha un’aura ossessiva, nel senso che i giri di batteria, i riff, gli arpeggi, mi rimangono in testa per giorni. Mi sono chiesto se questo aspetto è valido anche durante la gestazione dei pezzi, cioè vi ossessionano di notte, vi scavano il cervello come dei piccoli vermi finché non li tirate del tutto fuori?
Tom: Sì, direi di sì. Scriviamo tutti e quattro e con un metodo piuttosto simile. Quando siamo a casa cercando idee per la band, aspettiamo i cosiddetti hook. Non li abbiamo già in testa ma li cerchiamo e poi quando arriva ci facciamo trascinare. Se il giorno dopo ti svegli, la suoni di nuovo ed è ancora in testa, la porti in sala prove. Se tutti la ignorano, fine. Se qualcuno reagisce e tutti e quattro continuiamo a tornare su quell’idea, diventerà una canzone.

Voi quattro, oltre a essere una band, siete anche dei grandi amici. Come fate a preservare questa amicizia senza che diventi solo un lavoro?
Tom: Hai detto bene, devi preservarla e coltivarla, perché ci sono momenti, soprattutto quando registriamo lontano da casa o quando siamo in tour, in cui viviamo, lavoriamo e socializziamo sempre insieme. A volte dormiamo persino nella stessa stanza, o su un tour bus. Non ci sono vie di fuga. Quindi le fondamenta devono essere piuttosto solide, e devi lavorare per capire e adattarti agli altri. D’altra parte è anche difficile per noi immaginare come sia stare in una band con persone che non sono tue amiche, o con cui hai un rapporto professionale.
Nick: Penso che uno dei motivi per cui alle persone piace la nostra musica è perché si sente quanto ci piace suonare insieme e condividere l’adrenalina dopo i concerti. Poi se un concerto va male, facciamo una specie di terapia di gruppo. È qualcosa che ci lega molto.

Avete messo insieme i Dry Cleaning quando eravate già trentenni, con un passato alle spalle e dei lavori e delle responsabilità nel presente. Cosa cambia, come si gestiscono i rischi?


Tom: È stato difficile, perché avevamo tutti dei lavori che più o meno ci piacevano. L’idea di rendere la band un impegno a tempo pieno è arrivata lentamente, dopo che ci siamo convinti che fosse possibile. Ci siamo andati piuttosto cauti. Quando sei adulto hai visto un sacco di band andare e venire e poi hai delle responsabilità, vivi con un partner, hai una casa, cani, cose del genere. Non puoi semplicemente mollare tutto. A 20 anni, se lavori in un pub e hai un concerto di sabato e ti dicono «non puoi prenderti il sabato libero», semplicemente ti licenzi. Il tuo unico vero impegno economico è mettere benzina per andare alle prove e al lavoro. È molto più facile. E pensi di avere ancora tempo per fare errori e ricominciare. Però c’è anche da dire che a 20 anni avremmo tutti faticato molto a stare in una band con questo livello di visibilità, dove devi esporre una parte della tua personalità. Quando sei giovane non sai ancora bene chi sei e rischi di essere quello che gli altri ti dicono di essere o di farti abbattere da una stroncatura e robe del genere.

A proposito di maturità, vi siete esposti molto sulla questione della sostenibilità economica dei tour.
Tom: Abbiamo appena spostato di diversi mesi un intero tour negli Stati Uniti. È soprattutto una questione di accessibilità e di non riuscire a tornare a casa in attivo. I biglietti vanno bene, ma i costi sono troppo alti. È spaventoso. Se gli incassi fossero pessimi, non penseremmo proprio di andare in tour. Non è quello. La gente fa la sua parte. Il problema sono hotel, voli, tour bus, cibo, soprattutto negli Stati Uniti, dove si spende il doppio rispetto a qualsiasi altro posto. Se sei via un mese con otto, nove, dieci persone, tre pasti al giorno… sono un sacco di soldi. In qualche modo ce la caviamo, ma penso che più persone dovrebbero esserne consapevoli.
Nick: Non è una lamentela, il punto è che la musica dal vivo è più a rischio di quanto la gente creda. Nessuno di noi suona in una band sperando di diventare ricco. È una questione di sostenibilità ed equità.

Dry Cleaning - Hit My Head All Day

Londra fa spesso da sfondo ai vostri pezzi. I cambiamenti socioculturali influenzano molto i vostri brani e direi anche il vostro modo di essere musicisti, vorrei che ne parlassimo un po’.
Tom: Uno degli aspetti più belli di Londra era la sua diversità, ma in questi anni la città è stata “sanificata”. A Peckham i palazzinari minacciano continuamente di prendersi posti come il Bussey Building e trasformarli in appartamenti costosi. E la diversità etnica di Peckham… se quella se ne va, Peckham High Street muore. I palazzinari non hanno idea di cosa siano queste cose: vedono solo qualcosa di desiderabile e ci tirano fuori il massimo guadagno possibile. Non pensano a come si costruiscono le comunità. In teoria la gentrificazione dovrebbe migliorare i servizi senza uccidere quello che c’era. In pratica strozza tutti quelli che c’erano per sostituirli con persone che hanno solo i soldi. È quello che è avvenuto a Shoreditch: vent’anni fa era un posto selvaggio. Uscivi il giovedì e c’erano piccoli eventi strani ovunque, gallerie, magazzini, rave. Adesso passi da Shoreditch solo per andare da un’altra parte.

Suppongo che questo incida molto anche sulla scena musicale di una città…
Nick: È difficile per una comunità sopravvivere in una situazione del genere ed è facile parlare di gentrificazione come qualcosa che succede senza di te, ma ovviamente succede con te dentro, siamo tutti un ingranaggio della macchina che ti fa sentire impotente.
Tom: Oggi è quasi impossibile per una band iniziare, anche noi facciamo fatica a pagare la sala prove. Non so come una band di provenienza working class possa permettersi di provare a Londra adesso come adesso. Sembra quasi che tu debba essere già ricco prima di poter intraprendere qualsiasi percorso creativo.

Tuttavia il disco finisce con un messaggio ottimista contro questi tempi così cinici e arrabbiati, ripete “don’t give up on being sweet”.
Tom: Il problema con l’ascesa della destra ovunque è che è molto difficile non arrabbiarsi e incattivirsi, e questo ti porta a comportarti sempre più come loro, che è esattamente quello che vogliono. Vogliono più divisione, più odio, più sospetto. In questo senso i piccoli gesti di gentilezza possono essere qualcosa di molto profondo e sovversivo. Essere gentili, pensare agli altri.
Nick: Era nostra intenzione finire il disco così. Sembrava il tono giusto con cui chiudere. È bello chiudere il disco in modo positivo, perché il negativo intorno a noi è troppo forte ed è molto facile farsi prendere dallo sconforto. In un certo senso è anche nostra responsabilità provare a mostrare un modo di affrontare tutto questo in modo positivo. Se le persone riescono a coglierlo ascoltando la nostra musica, è davvero bello. Stai ancora registrando?

Sì.
Nick: Ci teniamo a dire che amiamo l’Italia e che ci dispiace suonare così poco dalle vostre parti, anche perché i concerti che abbiamo fatto in Italia sono stati assolutamente fantastici. Ci piacerebbe suonare in Italia molto di più. Quindi per favore crea hype nell’intervista e facci diventare grandi in Italia.
Tom: Usa le maiuscole per tutta l’intervista!

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