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Lang Lang, dalla Cina all’Europa, via pianoforte

Arriva dalla provincia cinese, ma è diventato un virtuoso del pianoforte studiando i grandi classici europei. Parla il re della nuova classica, che tifa Barcellona e ama Lady Gaga
Il pianista cinese Lang Lang, nato a Shenyang il 14 giugno 1982, è ambassador di Hublot, il brand di orologi svizzeri. Foto: Ilaria Magliocchetti Lombi

Il pianista cinese Lang Lang, nato a Shenyang il 14 giugno 1982, è ambassador di Hublot, il brand di orologi svizzeri. Foto: Ilaria Magliocchetti Lombi

Innanzitutto non si pronuncia “Lang Lang”, ma qualcosa di simile a “Lang Laang” – vuol dire “Uomo brillante”. E quando mangia usa la forchetta perché teme che le bacchette gli rovinino le mani (così, se smettete di leggere adesso, avete già qualcosa di interessante da dire agli amici stasera).

Cinese, 34 anni, ha due occhi vivaci e una pettinatura energica che sa un po’ di K-pop. Gli addetti del Teatro dell’Opera di Firenze lo guardano incuriositi, come se se lo aspettassero diverso, più formale. Lui si siede, fa i complimenti per lo sgabello, distende le mani e inizia a suonare. Di colpo tutto ha un suo perché, nessuno fiata più. Neanche il vecchio operatore che scherzava con un certo scetticismo: «Quest’è famoso, oh, ciamm’a fa nu selfie». Lang Lang è il fenomeno di una musica che non ha bisogno di parole, ma non pensiate che si tiri indietro se si tratta di parlare. L’unico rifiuto ce lo fa sorridendo qualche minuto dopo, in platea, quando gli chiediamo se, mentre scattiamo le foto che vedete, gli va di allungare le gambe sullo schienale di fronte, per stare più comodo. «No, non in teatro! Non siamo mica al cinema».

Ti ricordi della prima volta che hai suonato in pubblico?
Avevo 5 anni, era la mia prima gara, nella mia città natale (Shenyang, a nord est di Pechino, verso la Corea del Nord, ndr). Durante l’attesa mi ero chiuso in bagno per la tensione. Ma poi, quando sono salito sul palco, di fronte a 800 persone, e ho sentito la tensione del pubblico, è stato fantastico. Si è creato un silenzio magico. È così ancora oggi.

Perché suoni musica classica nel 2015?
Molti pensano che serva a favorire la concentrazione. Io ho sempre creduto nella musica classica in quanto forma d’arte e il piano è l’unico strumento che mi permette davvero di esprimermi. È uno strumento che sta in piedi da solo, con cui posso dipingere un mondo tangibile e poi oltrepassarlo. Il pianoforte è un universo. Non potrei suonare uno strumento che suona sempre allo stesso modo, mi serve qualcosa che mi porti sempre nuove idee.

Allora non è vero che vuoi imparare a suonare la chitarra…
Mi piace lavorare con altri musicisti. Nell’ultimo anno, per esempio, ho suonato con i Metallica, PSY (“quello del Gangnam Style”, ndr), Pharrell Williams, Sting. E se ho un bravo collaboratore, uno come Paul McCartney o come John Legend per dire, non so cosa farmene di una chitarra. Io sono fatto per il piano.

Lang Lang – Liszt La Campanella (Encore Excerpt)A very short clip (sorry!) of Liszt’s La Campanella, played as an encore tonight at Teatro degli Arcimboldi. Grazie to all my Milanese friends! See you all again soon!!

Posted by Lang Lang on Martedì 30 giugno 2015

Che è molto di più di dire: “Mi piace il pianoforte”. Come hai fatto a scoprirlo?
Ci sono rimasto incollato dopo anni di esercizio senza sosta. Ci sono stati momenti durissimi, per tre volte ho quasi mollato. A 8 anni, mio padre mi disse: “Se non passi l’esame per il conservatorio ti imbottisci di pillole e ti butti con me dal balcone”. Ora non mi esercito poi così tanto, direi in media due ore al giorno. Ma mi piace tantissimo farlo. E poi c’è il palco: non potrei vivere se non potessi più suonare dal vivo. È lì che, quando apro il tuo cuore per qualche minuto, le canzoni scritte da morti illustri prendono vita di nuovo.

E ai concerti di viventi illustri ci vai?
Sono andato a sentire Lady Gaga ed è stato bellissimo: è una grande performer, suona davvero bene, una professionista. Ho visto John Legend, è un amico. Mi manca Jay- Z, mi piacerebbe andare a un suo concerto. Poi, fosse per me, quando non suono passerei il tempo a mangiare bene, a parlare per ore con gli amici e a guardarmi una bella partita di calcio.

Sei un tifoso?
Tifo per il Barcellona, anche se non so se qui in Italia mi convenga dirlo. Amo le squadre di calcio che giocano in modo artistico, come se fosse una danza.

Arrivi dalla provincia cinese, ma sei cresciuto suonando opere di compositori tedeschi, polacchi, italiani. E tifi per una squadra spagnola. Cos’hai pensato la prima volta che sei arrivato in Europa?
Avevo 12 anni, ero venuto in Germania per una competizione. Avevo suonato Haydn e tutti credevano che fossi tedesco – un’ottima notizia, mi ero detto. Poi avevo continuato eseguendo una tarantella di Franz Liszt. Vedi, non è che senta tutta questa differenza: suono da sempre musica sia cinese che europea e non mi sento straniero. Non fraintendermi però: ho studiato gli stili, so la differenza tra il Rinascimento italiano e il Romanticismo tedesco, ma alla fine la sera salgo su un palco e suono della musica, non una teoria.

Ma non puoi negare che ci sia una connessione tra musica e paesaggio.
Questo è vero. Venire a fare concerti in Europa mi ha fatto capire di più la musica che suono. Ma già studiando le strutture musicali avevo compreso più di quanto si possa pensare. Io poi faccio parte di una generazione di cinesi cresciuta in bilico tra due culture: guardiamo tutti il campionato di calcio italiano, conosciamo il cibo italiano come molti di voi conoscono la cucina cinese. Siamo il prodotto di una cultura fusion: ho molti amici cinesi che amano i film francesi più dei francesi stessi. Qualche giorno fa, in Russia, quando suonavo Tchaikovsky e sentivo qualcuno tra il pubblico piangere, non mi sentivo un cinese tra i russi, ma un interprete dell’animo umano.

Hai detto “fusion”. È una parola che ti rappresenta?
Sì. Sono un musicista classico, ma anche una persona del Terzo Millennio. Non voglio respingere il mondo, voglio abbracciarlo.

Perché non componi qualcosa di tuo?
Ci provo, ma non seriamente. Dovrei migliorare molto in fretta (ride). Per ora preferisco dedicarmi ai libri didattici per i ragazzi. Vedi, il pianoforte ha una sua logica che non ha per forza a che fare con l’esercizio. Ma non è nemmeno culturismo, la passione conta. Trovare un equilibrio è difficile, per questo sto sviluppando più metodi, uno per ogni tipo di studente.

E tu che tipo di pianista sei? Suoni mai jazz?
Il jazz è difficilissimo. Ho suonato spesso con Herbie Hancock e vorrei tanto essere un pianista jazz, ma non lo sono. Mi viene difficile. Però mi sto allargando oltre la classica, ho in mente progetti che valorizzino il meglio della musica contemporanea, colonne sonore incluse. Ci sto lavorando, ma non ho ancora trovato il suono giusto: voglio un album di alto livello che possano capire tutti.

Non voglio respingere il mondo, voglio abbracciarlo

Sento una tentazione pop, qui.
Non parlerei né di pop né di crossover. Ma, dalle mie ultime collaborazioni, in particolare con i Metallica e Sting, ho capito che la contaminazione mi fa bene. Vorrei trovare qualcosa che abbia il mio carattere, che resti come un suono “alla Lang Lang”.

Non ti importa delle critiche che ti arriveranno dai puristi della classica, dove già ti hanno definito “la Jennifer Lopez del piano”?
Non me ne frega niente. Qualunque cosa faccia, io resto un pianista classico. Per forza. Non sto rompendo barriere, voglio solo creare una musica nuova che esista ora. Non possiamo limitarci a quello che hanno scritto i grandi 200 anni fa.

Sei pronto per l’elettronica. Ti vedremo con il sintetizzatore?
Non è il mio mondo, ma ogni tanto mi ci trovo a mio agio. Il synth l’ho provato per divertimento quando ero ragazzino. Mi piaceva, aveva mille suoni. Ma ora penso: se posso suonare con qualcuno bravo con i synth, perché dovrei rinunciare al piano? Io sono leale al suono del pianoforte.

Però i suoni elettronici ti tentano.
Ti confesso una cosa: ogni tanto apro Garage Band di Apple e mi metto a giochicchiare col sintetizzatore. Mi piace tantissimo il pitch-shift, quella rotellina che fa cambiare l’intonazione della nota. Ecco, quello mi manca, vorrei tanto fare quegli slide con il piano. Ma so già che prenderei il vizio, lo userei troppo. E poi, in fondo, io voglio suonare uno strumento, non un’app.

L’accordatore, che stava preparando lo Steinway del “maestro” per la serata, si interrompe. Lang Lang si volta e urla: «Era bello! Continua a suo- nare!». Si incammina verso il camerino. «Ora dormo per un paio d’ore, poi ripasso, mi cambio, salgo sul palco e suono». Sulla porta mi saluta con un sorrisone orientale. Chiude la porta a chiave e spegne la luce.

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di luglio-agosto.
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