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L’altro sassofonista di Springsteen: intervista a Eddie Manion

Vita da E Streeter acquisito: i glory days all'Upstage, il tour di 'Tunnel of Love', le 'Seeger Sessions' casalinghe, lo spiazzamento quando Bruce improvvisa i pezzi, la morte di Clarence Clemons

Foto: Harry Scott/Redferns/Getty Images

Se dici «il sassofonista di Bruce Springsteen», la gente pensa a Clarence Clemons o a suo nipote Jake. Ma, come ha detto una persona molto saggia, «there is another». Ha iniziato a suonare il sax al fianco di uno Springsteen adolescente all’Upstage di Asbury Park nel 1969, un paio d’anni prima dell’incontro fra Bruce e Clemons. È stato ospite in varie tappe dei tour di Born to Run e Born in the U.S.A., ha girato il mondo con Springsteen ai tempi di Tunnel of Love, ha avuto un ruolo fondamentale nelle Seeger Sessions. Ed è rientrato nella E Street Band dopo la morte di Clemons nel 2012, suonando in Wrecking Ball, High Hopes, Western Stars e Only the Strong Survive. Al momento è in tour con Springsteen.

Stiamo parlando di Eddie “Kingfish” Manion. Se il nome non vi è familiare, è perché è un tipo modesto e alla mano che si tiene lontano dai riflettori e lascia che a parlare sia il suo lavoro. Lavoro che comprende anche un lungo periodo con Southside Johnny and the Asbury Jukes e collaborazioni con Little Steven and the Disciples of Soul, Bon Jovi, Bob Dylan, Keith Richards, Diana Ross, Culture Club, Robert Cray e molti altri.

«Non prendo alla leggera quel che faccio», dice a Rolling Stone in collegamento Zoom da una stanza d’albergo a Austin, Texas, il giorno dopo aver suonato con la E Street Band a Houston. «Sono orgoglioso di Bruce, della band, di essere del New Jersey. È stata una bella vita, finora».

Dove hai conosciuto Bruce?
All’Upstage. Probabilmente non si ricorda di me, ma abbiamo fatto qualche jam lì. Ogni tanto suonavo anche con la band fissa dell’Upstage, Margaret and The Distractions. Il bassista e l’organista erano nei Lazarus con me. L’autore principale dei Lazarus era Ray Cichon, che ha insegnato a Bruce a suonare la chitarra. Bruce ha ricordato Ray e suo fratello Walter in una canzone intitolata The Wall.

Com’era una serata qualunque all’Upstage, nel 1969? Descrivici l’atmosfera.
C’era un’aria famigliare. Il proprietario Tom Potte  faceva in modo che i musicisti trovassero il locale accogliente. Era un tipo simpatico, aveva a cuore i giovani. Era fonte d’incoraggiamento. «Oh, cosa suoni?». «Il sax». E lui andava nel retro a prendere un sassofono se l’non avevi con te. «Ecco un sax. Vai su a suonare». Faceva tutto per i ragazzi, per la musica, la pace, l’amore e la felicità. Il periodo era quello: l’epoca di Woodstock.

Poi quando hai rivisto Bruce?
Con la mia band, i Lazarus, provavamo in un pollaio a Howell Township. Cercavamo un chitarrista e Bruce s’è presentato per un’audizione. Ricordo le prove. Eravamo in un pollaio riscaldato con delle stufe. Lui è arrivato e ha fatto un paio di pezzi, ma non gli siamo piaciuti granché. Pensava che fossimo troppo jazz. A noi piacevano i gruppi come i Ten Wheel Drive, facevamo un sacco roba dei Blood, Sweat and Tears e dei Chicago. Troppi accordi jazz per Bruce. Pur non essendo amici, ci conoscevamo da sempre, in pratica. Ci si vedeva in giro. Nel 1971 ho frequentato l’Ocean Country College per un anno e anche Bruce veniva lì. Lo incontravo nel campus. «Ehi, come va?». Ci si conosceva, ma non parlavamo granché.

Stando a Brucebase, la prima volta che hai suonato con lui, a parte l’Upstage, è stata il 30 maggio 1976 in occasione di uno show dei Southside Johnny and the Asbury Jukes allo Stone Pony che è stato anche trasmesso in radio.
Era la trasmissione per il Memorial Day e andava nelle radio di tutto il paese. Noi festeggiavamo anche l’uscita di I Don’t Wanna Go Home, era il lancio ufficiale. Sono venuti Bruce, Clarence e Max. Anche Ronnie Spector e Lee Dorsey hanno suonato con noi. Il mio vero primo concerto con Bruce e la E Street Band è stato nell’agosto del 1976, al Carlton Theater di Red Bank, mi pare. Sei serate, credo. Erano dei veri e propri show di Bruce Springsteen e della E Street Band con l’aggiunta dei Miami Horns. Facevamo cinque o sei pezzi.

Com’è che Bruce aveva deciso di aggiungere una sezione di fiati per quei concerti?
Credo sia stato Steve a volerlo, per Tenth Avenue Freeze-Out e forse per Something in the Night e qualche altra canzone. Poi abbiamo fatto una porzione del tour del 1977, quello dopo la causa con Mike Appel. I Miami Horns hanno partecipato alle prime due settimane. Avevamo altri impegni con Southside Johnny and the Asbury Jukes, per cui abbiamo chiamato una sezione di fiati di Philadelphia a sostituirci e loro hanno finito il tour. Poi abbiamo fatto qualche concerto del tour di Born in the U.S.A. Dopodiché, non ho lavorato con Bruce fino al tour di Tunnel of Love.

Ecco, dimmi di quando sei stato invitato a partecipare al tour di Tunnel of Love.
All’epoca, Steve Van Zandt non era nella band. Bruce aveva in mente di fare qualcosa di diverso e ha deciso di usare i fiati, anche se nel disco non c’erano, e hanno chiesto a Little Steven di dare una mano ad arrangiare le parti dei fiati. Ricordo che [l’assistente di Springsteen] Terry Magovern ci ha sistemati in un complesso di proprietà della Marina. Aveva degli agganci, era stato un Navy Seal, uno dei sommozzatori che, quando una navicella spaziale tipo l’Apollo 13 ammarava nell’oceano s’immergeva per tirare fuori gli astronauti.

Terry era un amico. Ha lasciato provare Bruce in una caserma dei marines a Red Bank, nei pressi della Garden State Parkway. Lì abbiamo passato due settimane a provare le parti di fiati, ma non sapevamo ancora se avremmo fatto il tour o meno. Ce l’ha confermato Bruce dopo 15 giorni di prove. Ricordo che siamo usciti nel parcheggio e nevicava. Abbiamo iniziato a saltare su e giù: «Si va in tour!». Ed è stata una grande tournée. La band era a fuoco e Clarence era al top. È stato incredibile. L’energia era al massimo, lo show era pazzesco. Tutti erano al 100%. E siamo ancora al 100%. Gli spettacoli dell’ultima settimana sono stati incendiari. C’è tantissima energia.

Bruce ha detto che per il tour di Tunnel of Love voleva che le persone si posizionassero diversamente sul palco. Voleva cambiare un rituale diventato scontato.
Credo che l’idea fosse quella. Sicuramente c’era un’atmosfera diversa.

Come avete lavorato con Clarence per dividervi le parti di sax?
Clarence suonava le sue parti normali e gli assolo e noi lo sostenevamo con la sezione fiati. A volte si univa a noi, altre rimaneva fuori.

Parliamo delle Seeger Sessions. Il disco è stato fatto nell’arco di pochi giorni, vero?
Sì. Avevamo già registrato una versione di We Shall Overcome finita una compilation (Where Have All the Flowers Gone: the Songs of Pete Seeger, ndr). Una decina d’anni dopo, Bruce ci ha invitati a una festa di compleanno a casa sua. C’era una band che suonava all’aperto, era quella che è poi diventata Seeger Sessions Band. Quel giorno gli è venuta l’idea di fare l’album. C’era l’atmosfera giusta, tutto suonava così bene. Così siamo andati a registrare nella casa di campagna di Bruce e abbiamo fatto l’album intero in un solo giorno. La sezione dei fiati era in corridoio, con una videocamera. Bruce era nel soggiorno e la sezione ritmica in salotto. Bruce annunciava le canzoni, noi le sentivamo per la prima volta e le dovevamo suonare. Abbiamo improvvisato al momento tutte le parti e gli arrangiamenti. Non c’era nulla di pronto, nulla di scritto. Sentivamo suonare Bruce e inventavamo le parti sul momento. Lui indicava le persone che dovevano fare gli assolo. Era come suonare dal vivo.

E com’è andato il tour?
Straordinario. Andare in Europa, poi… è stato emozionante vedere che i fan europei apprezzano così tanto Bruce. È stato incredibile suonare in Italia e in Spagna. Hanno amato le Seeger Sessions. Credo in Norvegia che l’album sia stato al primo posto per parecchio tempo.

Vi ho visto negli Stati Uniti e la gente l’ha apprezzato, ma ovviamente c’era chi voleva sentire Born to Run e Thunder Road, non Erie Canal.
È stata dura fare accettare quel repertorio negli Stati Uniti, ma quando hanno sentito la band dal vivo e hanno visto Bruce suonare quelle canzoni con tanta energia ed entusiasmo, sono rimasti conquistati. Quindi la seconda volta negli Stati Uniti l’accoglienza è stata decisamente migliore.

Nel concerto di Dublino che avete pubblicato il pubblico si mette a cantare Old Dan Tucker prima ancora ancora che inizi il pezzo.
Era una grande band. Bruce riesce a far suonare bene qualsiasi cosa. È un maestro sul palco. È un maestro nel tirare fuori il meglio da chi lavora con lui.

Com’è stata l’esperienza di suonare all’Halftime del Super Bowl? Deve essere stato surreale salire sel palco sapendo che 60 milioni di persone ti stavano guardando.
Sì. Non puoi sbagliare, la pressione c’è. Era tutto dal vivo, tutti avrebbero sentito qualsiasi errore.

In quello stesso anno avete suonato al concerto per il 25esimo anniversario della Rock and Roll Hall of Fame al Madison Square Garden.
Jon Landau mi ha chiesto di curare le partiture dei fiati, che ho scritto io. Abbiamo accompagnato Darlene Love, John Fogerty e Sam Moore. E poi quella sera Clarence ha suonato Jungleland. Non l’ho mai sentito suonare quella canzone meglio di così. Gli ho detto: «Vuoi suonare anche tu con noi?». E lui: «No. Voglio risparmiarmi per Jungleland». Be’, l’ha fatto sul serio. Fantastico. È stata una grande performance. Non credo proprio che fosse in declino. Il suo modo di suonare era eccezionale.

È incredibile se si pensa che in quel periodo soffriva tantissimo.
Già, e quella sera ha suonato in modo impeccabile.

La notizia della sua morte, un paio d’anni dopo, è stato un colpo per i fan. Non riesco neppure a immaginare come sia stato per un amico come te.
È stata dura per tutti. In quel momento ero con Southside Johnny and the Asbury Jukes. Quella sera dovevo suonare e ho sentito la notizia alla radio. Sembrava impossibile. Sono crollato. Poi, qualche settimana dopo, mi hanno chiesto di suonare Jungleland in occasione di un tributo a Clarence allo Stone Pony. È stata dura. Non l’avevo mai suonata prima. Probabilmente non la suonerò mai più. Ma è stato molto emozionante per me.

Una volta superato lo shock per la morte di Clarence, immagino che tu, come molti fan, abbia iniziato a chiederti come Bruce avrebbe riempito quel vuoto sul palco.
Esatto. Per qualche mese non ho avuto idea di cosa sarebbe successo. L’invito per il tour di Wrecking Ball nel 2012 è arrivato a sorpresa. Faticavo a crederci. Ho ricevuto la chiamata solo a prove iniziate. Credo che dopo il primo giorno di prove Bruce abbia deciso di aggiungere una sezione fiati. È stato allora che mi hanno cercato. Io e Jake abbiamo condiviso il ruolo di sassofonisti per i tour di Wrecking Ball e High Hopes.

Era la prima volta che Jake suonava con una sezione di fiati. Lo hai aiutato ad adattarsi al nuovo assetto?
Jake ha fatto un ottimo lavoro. Abbiamo affrontato insieme la situazione. È stato difficile per lui, visto che era parente di Clarence, ma ha fatto un gran lavoro. Clarence ne sarebbe orgoglioso.

Una sera, in Australia, Jake ha avuto un gravissimo problema familiare e tu all’improvviso ti sei ritrovato a dover suonare da solo tutte le parti di sax.
È stato del tutto inaspettato. Credo di aver avuto due ore di preavviso. È stato un momento agrodolce. Era mancato il padre di Jake, ma lo show si doveva fare e quindi mi hanno chiesto di suonare tutti gli assolo. Anche se ho avuto appena un paio d’ore di preavviso, è andato tutto bene.

Com’è stato suonare gli assolo di Born to Run e Badlands? Li avevano sempre fatti Clarence o Jake.
Non avevo suonato Badlands e nessuno di quegli assoli, ma li avevo sentiti talmente tante volte che li conoscevo (ride). La cosa positiva è che quel giorno abbiamo rifatto un disco intero, quindi sapevo che canzoni avremmo eseguito. Non è stato come quando lui chiama i pezzi io mi trovo a dover suonare un pezzo che conosco poco. Sono stato avvantaggiato sapendo la scaletta, visto che abbiamo fatto tutto Darkness on the Edge of Town.

Com’è stare sul palco con Bruce che chiama i brani e improvvisa la scaletta? È stressante?
Molto. A volte lui fa un cenno e io e Jake ci guardiamo dicendo: «Conosci il pezzo? Io no. Tu?». Poi a uno dei due tocca suonare. Ma ce la siamo sempre cavata.

Dovete conoscere tantissimi brani, visto che lui potrebbe decidere di fare praticamente qualunque canzone del suo repertorio, anche delle B-side semisconosciute o versioni alternative di pezzi già pubblicati, tipo Racing in the Street ’78.
È un sacco di roba. Io però, con tutti gli spettacoli natalizi, gli show di beneficenza e i tour che ho fatto con Bruce, ho sempre conservato tutto. Potrei riempire un baule con gli spartiti dei concerti che ho fatto in 50 anni. Per fortuna, nel 2012 ho iniziato a salvare tutto su computer, con il software Sibelius, così ho praticamente tutti gli arrangiamenti che potrebbero servirci anche nel caso Bruce decida di cambiare qualcosa. Sono sempre stato solo io a conservare questo materiale ed è stato molto utile averlo, nel 2012.

Nel nuovo album di Bruce Only the Strong Survive in pratica ci sono solo lui, Ron Aniello, tu e gli altri della sezione fiati.
La sezione fiati, gli archi e i coristi. Rob Mathes ha curato gli arrangiamenti degli archi. Ron suona la batteria, il basso e la chitarra. Rob [Lebret], il tecnico del suono, è alla chitarra. Sono rimasto colpito dalla loro bravura. Le parti di basso di Ron sono straordinarie.

Quanti giorni hai lavorato al disco, nel complesso?
In modo discontinuo, probabilmente ho suonato in 10 canzoni dell’album. Credo ci siano state cinque o sei session diverse. Forse anche otto. Andavo in auto da Pittsburgh allo studio di Bruce. Abbiamo iniziato nel marzo del 2021.

Quando si lavora a un progetto del genere, bisogna mantenere il riserbo?
Ovviamente, è tutto top secret, durante le registrazioni devi mantenere il massimo riserbo. Non ho detto nulla a nessuno fino all’uscita del disco.

Nel tour 2016-17 Bruce non ha usato una sezione fiati, c’era solo Jake al sax. Come hai saputo che avresti partecipato al tour in corso? Ti ha chiamato Bruce o Jon Landau?
Credo fosse il giorno di San Patrizio dello scorso anno. Mi hanno telefonato dicendomi di andare in studio. Voleva un sax baritono per Do I Love You (Indeed I Do) e mi hanno detto di andare da solo. Così abbiamo registrato l’assolo di sax baritono per quella canzone di Frank Wilson. Subito dopo, lui era seduto al mixer e io sul divano. S’è avvicinato e m’ha detto: «Spero che tu abbia voglia di suonare tanto, l’anno prossimo». Che shock. Non sapevo che dire. Ho detto qualcosa di stupido tipo: «Sì, sono stanco di stare a casa e di questa storia del Covid». È stata una sorpresa.

Viaggiate in una bolla per ridurre al minimo le possibilità di prendere il Covid?
Più o meno. Facciamo i test ogni giorno. In albergo teniamo le mascherine, che indossano anche tutti i membri dello staff. Manteniamo il distanziamento tra di noi, tranne quando saliamo sul palco. Stiamo lontani dai luoghi affollati, fuori dagli stadi. Credo che il peggio sia passato. Penso che d’ora in poi la situazione sarà tranquilla (il giorno successivo a questa intervista, a febbraio, Jake Clemons ha contratto il Covid e Manion ha dovuto suonare da solo tutte le parti di sax ad Austin e a Kansas City; un paio di settimane dopo, all’inizio di marzo, la band è stata costretta a rinviare altri tre concerti a causa di un problema di salute non specificato; il tour ora è ripreso, ndr).

Bruce potrebbe avere sul palco qualsiasi sassofonista, eppure continua a chiamare te.
Sono fortunato. Sai, mia madre è morta nel 2018 ed era la fan di Bruce numero uno. Nel 2012 abbiamo suonato a Hyde Park e le ho regalato un biglietto aereo. Non era mai stata a Londra: è venuta al concerto e l’ha visto stando a lato del palco. Poi è arrivato Paul McCartney. Incontrare Paul e suonare con lui è stato incredibile. Dopo lo show, ho accompagnato mia madre verso i camerinim dov’era parcheggiata l’auto di McCartney. Mi ha toccato la spalla e mi ha detto: «Gran concerto. È stato bello suonare con te». È stato un momento importante e mia mamma era lì: ha conosciuto Paul McCartney e abbiamo chiacchierato con lui per una decina di minuti. Ecco, lì ho pensato che qualcosa nella vita l’avevo fatta.

Da Rolling Stone US.

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