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Laila Al Habash, la ragazza trasparente

Nel senso che la sua musica ne riflette il candore, anche nel raccontare ansie e paranoie. Esce oggi l'EP 'Moquette'. In copertina, Raffaella Carrà. Dentro, cinque pezzi prodotti da Stabber e Niccolò Contessa

Laila Al Habash

Foto: Tommaso Biagetti

Una serie di canzoni pubblicate su Bandcamp «per farle sentire a qualche amico». Poi l’incontro decisivo con Stabber, producer del momento della scena rap, e un trittico di singoli pubblicati nel 2019 per Bomba Dischi. Nel 2020 il passaggio a Undamento, etichetta che ha lanciato Frah Quintale, Joan Thiele, Dutch Nazari, con cui pubblica Rosé, collaborazione con Tatum Rush. Nell’estate del 2020 si è ritrovata a lavorare con Niccolò Contessa, suo idolo sin dai tempi de I Cani, e con il suo contribuito chiude il suo primo EP, Moquette, fuori oggi.

Laila Al Habash è un’artista italo-palestinese di appena 22 anni che, già dalle prime uscite, ha attirato l’attenzione. La incontro nel dehor di un bar di Milano Ovest in una mattina sospesa, quasi estranea alla crisi globale. Laila è alla mano, vivace, piacevole, e di lei colpisce il modo di parlare, e di gesticolare, che tradisce una certa passione generazionale per la cultura trap piuttosto che per la tradizionale timidezza indie-pop a cui la musica di Laila dovrebbe far riferimento.

Moquette  si disvela come puro indie pop, ma nella scrittura e nelle melodie così serrate svela richiami e rimandi all’universo del rap, come dimostrano brani come Brodo in cui a un ritornello pop che ti si incolla in testa si alternano strofe con un andamento più vicino allo spoken word e all’R&B. «Sono cresciuta con l’indie degli anni ’10, ma negli ultimi anni ho ascoltato tantissimo rap e sento questa influenza nella mia scrittura. Il flow del rap, come incastro estetico serrato di parole in rima, è affascinante. Penso di averlo inglobato nella mia scrittura, probabilmente senza nemmeno accorgermene. È un genere che ti fomenta ma, come dico spesso, io non ne faccio parte, mi limito a fare il tifo dagli spalti».

Non è dunque un caso che i produttori che accompagnano il lavoro di Laila siano Niccolò Contessa e Stabber, ovvero due persone con specifiche qualità nei loro rispettivi ambienti (indie pop e rap), ma con capacità, preparazione e intelligenza per muoversi anche su territori differenti come già dimostrato nelle loro rispettive carriere individuali. «La figura del producer funziona quando riesce ad entrare nella mente dell’artista, e viceversa. Stabber e Contessa sono persone molto diverse, ma condividono qualcosa con me. Non ho trovato grandi difficoltà a far amalgamare queste tipologie di produzioni, sono una persona a cui piace molto cambiare. Non sono ossessionata dalla coerenza».

La copertina di ‘Moquette’, opera di Caterina Adele Michi

Moquette nasce negli ultimi due anni attraverso le difficoltà che un’artista è costretta ad affrontare in un momento storico in cui siamo privati di quella normalità, di quella vita emotiva, su cui si erge l’arte. «Per fare questo mestiere devi vivere, se no cosa racconti? Ma la fortuna di chi fa questo mestiere (se lo si fa, significa che si ha una certa sensibilità) è che quando non puoi parlare di ciò che succede attorno puoi sempre raccontare ciò che ti succede dentro. Naturalmente è più difficile; quando in un brano parli di qualcosa di vero, sincero, solitamente non vuoi più riascoltarlo perché ti fa male».

Questa semplice onestà è una delle caratteristiche principali che emergono nell’ascolto dell’EP. Con la spensieratezza e la paranoia della giovane età, Laila, seduta di fronte a me, mostra la stessa trasparenza delle sue canzoni, quella dolcezza buffa di chi ci crede davvero, di chi ha scelto la musica come proprio futuro; c’è molto di twee in Laila, come persona e come musicista. «Non riuscirei a fare musica in altro modo. Ho sempre scritto con questa trasparenza. Preferisco una cosa scomoda, ma vera, che qualcosa di più elegante ma con più layer; non mi sentirei me stessa. Sono molto fiera delle cose che sto facendo perché – quando scrivo – ho davvero pochi schermi tra me e il mondo. Chi mi conosce sa quanto cuore ci metto, quanta sincerità».

Ma non scambiate questa naïveté musicale per un candore fuori dal reale: Laila è ben conscia delle difficoltà del mestiere, soprattutto in un’industria maschilista che ancora costringe le donne a dover dimostrare continuamente qualcosa di più rispetto ai colleghi maschi. «So che – da donna – devo fare uno sforzo in più per farmi prendere sul serio. Vorrei che in un futuro si smettesse di specificare “musicista donna”, “artista donna” perché siamo tutti musicisti allo stesso modo. Dire “una cantante donna” è ghettizzante. Non vedo l’ora di quando, in un futuro, si potranno spegnere le luci su questo tema perché sarà diventato un’ovvietà. Ma ora non siamo arrivati a quel tempo, c’è ancora molto da lottare. Sono cosciente di dover far più fatica dei miei colleghi uomini per essere presa sul serio, come tutte le volte che mi domandano se queste canzoni me le scrivo da sola. Ho però sviluppato una regola aurea per capire chi ho di fronte. Ho imparato a chiedermi: se fossi uomo, questa domanda me l’avrebbero fatta?».

Nonostante l’EP sia appena uscito, Laila tra qualche giorno tornerà a Roma per completare il suo disco d’esordio. «In questo momento storico – nonostante il governo non stia facendo nulla per noi artisti – fare e pubblicare musica è un regalo agli ascoltatori e alla società», mi dice, «in questa pandemia saremmo tutti impazziti senza cultura». Dopo aver consumato brioche e spremute, ordiniamo un ultimo caffè tentando di vivere il momento come se la normalità fosse tornata al suo posto. Non possiamo concludere se non parlando di Roma e delle origini palestinesi di Laila, due geografie che raccontano parte della sua vita. «Sono affezionata a Roma, ma so di non aver quella romanità classica. Vengo da una provincia da cui ho sempre voluto andarmene. Non portarmi Roma appreso, nella musica, è una scelta voluta. Non volevo diventasse autoreferenziale, un discorso esclusivo per il pubblico del Grande Raccordo Anulare. Cerco di parlare il più possibile di me, di come percepisco le cose, a prescindere dal luogo che mi ospita, che penso cambierà sempre. Per quanto riguarda le mie origini posso dire che non sono cresciuta in una famiglia italiana tipo, da Mulino Bianco, quando tornavo a casa da scuola mangiavamo la maqluba. So che la cultura palestinese di mio padre è qualcosa che ho dentro, ma voglio che venga alla luce da sé, coi suoi tempi, senza forzature. Non sono mai stata discriminata per le mie origini, né tantomeno molestata da infinite domande sul mondo arabo; sarà che sono bionda, bianca e con le lentiggini, non proprio lo stereotipo della ragazza palestinese».

Ci salutiamo mentre Milano inizia ad accendere i fornelli del pranzo. Attraverso in bici Corso Sempione quando un piccolo accenno di sole fa capolino nella tarda mattinata di questo febbraio. Penso a Laila che in Brodo canta “saremo belli come il sole” e, adesso che lo rivedo spuntare da dietro le nuvole dopo la pigrizia dell’inverno, un po’ inizio a crederle.

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