Lady Blackbird è l’anima antica del nuovo soul jazz | Rolling Stone Italia
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Lady Blackbird è l’anima antica del nuovo soul jazz

Il suo esordio 'Black Acid Soul' è un gioiello dark disperatamente malinconico. Storia di Marley Munroe, una che fa musica come se vivessimo tutti in un fumoso jazz club

Lady Blackbird

Foto press

La prima cosa che colpisce di Lady Blackbird è il fortissimo contrasto tra il mood delle sue canzoni (vi sfidiamo ad ascoltare la sua voce struggente senza farvi un bel pianto catartico) e la sua personalità spumeggiante ed estroversa. Seduta nel suo salotto di Los Angeles in compagnia del cane Reggie, un simil-maltese che si arrampica in equilibrio precario sugli schienali del divano come i gatti, appare veramente radiosa e, soprattutto, non smette per un istante di ridere.

Se le si fa notare che ascoltando il suo debutto, il meraviglioso Black Acid Soul, ce la saremmo aspettata diversa, la butta allegramente in caciara: «Stai per caso insinuando che il mio sia un album triste?». Naturalmente comprende alla perfezione il perché il suo nome sia circondato da un alone dark: tra le canzoni di un sentimentalismo straziante, il timbro da contralto pieno di sfumature e gli arrangiamenti acustici e minimali che sembrano usciti da un fumoso jazz club d’altri tempi, ce n’è abbastanza per commuovere il peggior cuore di pietra. La diretta interessata, però, giura che non è un effetto voluto. «L’intenzione era semplicemente quella di fare qualcosa di sentito. Non è detto che tutti i miei prossimi lavori saranno così. Stiamo già scrivendo i prossimi pezzi, e non sono così disperatamente malinconici. Però è possibile che piangerete comunque!».

La carriera di Marley Munroe – in arte Lady Blackbird, che secondo alcuni ha realizzato uno dei migliori album di vocal jazz degli ultimi anni – è stata fortemente condizionata dalla pandemia. Il suo primo album, infatti, è uscito in digitale a settembre 2021 (e sarà pubblicato anche in versione fisica il prossimo 28 gennaio), ma era pronto ben prima di allora: «Lo abbiamo chiuso a fine 2019» conferma. «Ho fatto in tempo a fare un concerto al Troubadour e in un paio di altre venue prima di fermarmi del tutto. Un disastro». Il suo ritorno alla musica avviene sul palco, l’estate scorsa, con una serie di preview dal vivo di Black Acid Soul. «È stata una sensazione magica: mi sono resa conto che non avrei mai dovuto dare per scontate quelle emozioni», riflette. Eppure, a non dare nulla per scontato c’era già abituata: la sua è stata una gavetta lunghissima. «Ho sempre cantato, fin da quando ero bambina», racconta. «Prima di questo progetto ho provato a sperimentare diversi stili e generi: ho avuto contratti con alcune etichette, sono stata scaricata da altre etichette… Ho fatto tutta la trafila dell’artista emergente di belle speranze, insomma, in attesa che qualcosa succedesse».

Per mantenersi con la musica, la giovane Marley fa davvero di tutto: serate di cover nei locali, autrice conto terzi, vocalist in gruppi blues o alt rock, perfino slam poetry. «Man mano che andavo avanti, ho imparato a concentrarmi soprattutto sulla mia voce e non su tutto il contorno. Per questo ho preferito puntare su un arrangiamento essenziale, che mi mettesse in una condizione di vulnerabilità, in un certo senso. È stato come tornare a casa, riassestare le priorità: ho tolto tutti gli strati superflui, ed è rimasta solo la mia vita, la mia vera natura. Devo tutto a Chris, che mi ha fatto capire qual era la direzione giusta».

Chris sarebbe Chris Seefried, musicista americano che ha cominciato la sua carriera scrivendo canzoni per Prince, ha proseguito facendo da ghostwriter per una delle tracce-simbolo della colonna sonora di Lost (You, All, Everybody dei Drive Shaft, la band fittizia di Charlie Pace) e oggi è uno dei produttori più interessanti della scena neo soul. Si sono conosciuti anni fa – «Non voglio dire quanti perché preferisco non svelare la mia età, diciamo che sono più di sei!» – quando per caso è stata chiamata a lavorare su un progetto che stava producendo lui. La sintonia è immediata, così decidono di provare a chiudersi in studio e «capire cosa funzionava meglio per me. Black Acid Soul all’inizio era una specie di hashtag, una definizione che spiegava il micro-genere che volevamo creare insieme».

Il risultato è un gioiellino da 11 tracce, prevalentemente costituito da canzoni già esistenti (solo tre tracce sono inediti scritti da lei e Chris). Ad aprire l’album è Blackbird di Nina Simone, che ha ispirato anche lo pseudonimo Lady Blackbird. «La adoro da anni, ed è stata la prima che ho portato a Chris quando abbiamo cominciato a lavorare al progetto. Stavamo ascoltando la versione originale quando lui ha detto qualcosa sul fatto che sembrasse una vera signora. Da lì è nato il nome». Parlare di cover, però, sarebbe riduttivo: in molti casi i due sono partiti da qualcosa che esisteva già per creare una magia completamente nuova. Come nel caso della bellissima Fix It, costruita su un brano strumentale del leggendario pianista jazz Bill Evans, Peace Piece. «Eravamo in studio ad ascoltare musica da tutto il giorno, e Chris l’ha messa in play», ricorda Lady Blackbird. «Ho chiuso gli occhi, ho iniziato a cantare ed è uscita come per incanto. È triste, ma è anche molto confortante, in un certo senso. È quella in cui mi sento in assoluto più vulnerabile e nuda».

Poi ci sono pezzi come Beware the Stranger, ispirata a Wanted Dead or Alive dei Krystal Generation, che all’epoca era stata scritta e prodotta niente meno che da Curtis Mayfield. «Ma è completamente diversa dalla sua, per atmosfera, tiro, taglio, perfino per questioni di gender, visto che in questo caso è una donna che parla di un uomo», scherza. «Inizialmente non la conoscevo, ma me ne sono innamorata subito. Non appena ho sentito i cori alla fine, ho capito che era da lì che dovevamo ripartire. Doveva trasmettere una sensazione di mistero e inquietudine, e trasportarti in un altro mondo».

Paradossalmente, oggi è qualcun altro a prendere le canzoni di Lady Blackbird e a trasformarle in qualcosa di diverso: i remix tratti da Black Acid Soul sono numerosi e tutti davvero riusciti. Quello di Beware the Stranger, firmato da Matthew Herbert, è stato perfino la colonna sonora della sfilata di Victoria Beckham. È davvero bizzarro ritrovarsi a ballare su brani originariamente pensati per essere accompagnati da un trio jazz. «È strano anche per me, non credere», ride lei. «Anche perché, non avendo mai pubblicato un album in precedenza, nessuno aveva mai remixato una mia canzone prima di oggi. È davvero interessante ascoltare le reinterpretazioni che qualcun altro ha creato partendo dalla tua creatività».

In attesa di poter tornare a cantare dal vivo, la dimensione che più le si confà, Marley è rientrata in studio e sta lavorando a nuova musica, ma la prende con filosofia: «Speriamo di tornare presto a un minimo di normalità per poter dare un seguito a tutto ciò che avevamo in mente!». Glielo (e ce lo) auguriamo anche noi.

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