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La vita migliore di Jake La Furia

L’MC dei Club Dogo torna con un disco solista. Ma qui niente dissing: solo «il desiderio di stare meglio»

Francesco Vigorelli, a.k.a. Jake La Furia, ha iniziato la sua carriera artistica come writer, per poi approdare nel rap a metà anni ’90. Foto: Mattia Balsamini

Francesco Vigorelli, a.k.a. Jake La Furia, ha iniziato la sua carriera artistica come writer, per poi approdare nel rap a metà anni ’90. Foto: Mattia Balsamini

«Sei fortunato, di solito i giornalisti me li mangio. Ma tu mi stai simpatico», mi dice a fine intervista Jake La Furia, graziandomi come ha fatto con se stesso in Fuori da qui. Il disco, secondo da solista al di fuori del percorso con i Club Dogo, segna un cambiamento profondo nella vita del rapper, che a 37 anni sta cominciando a pensare di mettere da parte festini e vita di strada per qualcosa di più salutare.

Nel disco si sente un po’ ovunque una perenne fuga. Da cosa?
Non è esattamente un fuggire. Il mio è stato un desiderio di cambiamento, di stare meglio. Il disco parla, anche con toni dark come ho sempre fatto, del levarmi di dosso la vita dissoluta che ho sempre condotto. Voglio fare musica migliore e avere una vita migliore. Ci sono stati dei grossi cambiamenti poco – come dire? – giornalistici. Non interessano.

Certo che interessano!
No, ma tanto non te li dico! Ti basti sapere che ho visto un notevole miglioramento della qualità della mia vita e ho voluto raccontarlo come so fare meglio, con un disco.

È il giusto sequel di Musica commerciale o lo volevi diverso?
Lo volevo un pelino diverso. Parlando della parte meramente tecnica, è diverso dal punto di vista della scrittura. Musica commerciale l’ho fatto un po’ di fretta, sacrificando anche molte cose che mi piacevano al posto di tracce più infantili.

Non mi sembra di aver sentito dei dissing nel disco.
No, perché in realtà non ho grandi litigi in corso e poi, salvo casi eccezionali, non credo nella formula del dissing. Alla fine è tutto un gioco: non è che poi ci si becca in un locale e ci si prende a schiaffi. Diciamo che, se succede qualcosa di grave, ce li ho lì pronti per essere sfoderati. Ma tanto in Italia si dissolve sempre tutto, è il Paese dei tarallucci e vino.

Forse, allora, l’unico dissing lo fai a te stesso quando in Qualcuno dici che vorresti dare fuoco a tutti i tuoi cd.
Non lo farei mai per davvero. Quel pezzo parla di rinunce, perché il successo ti porta inevitabilmente a farne. Ho perso tante persone a cui volevo bene e anche tante libertà. Non è che ora sono Eros Ramazzotti, però per esempio non posso più andare in serenità alla fiera degli Obej Obej.

Ok, quindi non rinneghi il passato: le Sacre Scuole, i Dogo…
Ma io i Dogo non potrò mai rinnegarli. Innanzitutto, sfatiamo il mito che circola su Internet secondo cui non farò più niente con loro in futuro.

Anche perché, vuoi mettere sciogliersi e poi fare la reunion col botto?
Il bello è che non ci siamo mai sciolti, non so chi abbia messo in giro ’sta voce. Non lo siamo né a livello umano né contrattuale. È giusto che ognuno si faccia un po’ i cazzi suoi, come quando sei sposato e hai voglia di fare un cornino al di fuori del matrimonio.

Nel disco ci sono molti featuring. Come sta Fibra?
Io e lui ci vediamo soltanto agli eventi. Nel senso che lui è un personaggio criptico. Si chiude in studio a produrre e non esce per giorni. Sto diventando anch’io così, ma non arriverò mai ai suoi livelli, perché è uno stakanovista della scrittura, un workaholic. Pensa che, quando gli abbiamo proposto il featuring, lui ha accettato e dopo tre giorni ce l’avevamo. Era ora che facessimo un pezzo insieme, io e lui da soli. Ci conosciamo da così tanto! Mi ricordo ancora quando andavamo a spese nostre alle gare di freestyle con l’Ypsilon 10. La macchina era di Joe, purtroppo. Dico purtroppo, perché molto spesso guidava con un occhio chiuso e uno aperto. Non so neanche come faccio a essere qua a raccontartelo.

E che mi dici di Carboni?
Lui è uno dei miei artisti preferiti, da sempre. Questo perché ha un modo di scrivere che si av- vicina molto al rap, per via dello storytelling, di mostrare il lato brutto delle storie, come in Silvia lo sai. Mi è stato detto che lui è fan del rap, ma non gliel’ho mai chiesto per paura di sentirmi rispondere il contrario. Ho sempre paura di conoscere persone che stimo artisticamente. Mi è successo con un paio di attori, che poi si sono rivelati delle merde umane.

Dicono che Abatantuono non sia molto friendly.
Ecco, vedi? Io lui lo stimo, ma se mi dici così non lo vorrei conoscere. E poi ho avuto un trauma da piccolo che non potrò mai dimenticare. Ero al ristorante e mi sono avvicinato a Seedorf per chiedergli una foto. Sai che cosa mi ha risposto? “Ma non vedi che sto mangiando?”. Quel giorno mi sono ripromesso di fare foto con chiunque, se mai fossi diventato famoso. Ora, anche se sto mangiando, mi faccio rompere i coglioni, perché non mi dimenticherò mai di quella volta.

Questa intervista è stata pubblicata su Rolling Stone di maggio.
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