La versione di Ghigo Renzulli dei Litfiba: «Che fatica fare rock in Italia» | Rolling Stone Italia
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La versione di Ghigo Renzulli dei Litfiba: «Che fatica fare rock in Italia»

Quarant'anni di musica in un libro e in questa conversazione: le critiche che considera ingiuste, i litigi con Piero Pelù, i rapper che comprano le basi e la rete «che ha uniformato il pensiero»

Ghigo Renzulli coi Litfiba nel 2015

Foto: Mairo Cinquetti/NurPhoto via Getty Images

“Sembra facile ripulire una chitarra dal sangue… non lo è affatto”. È una frase che appare a un certo punto di 40 anni da Litfiba, il libro di Federico “Ghigo” Renzulli. Sembra una frase a effetto – e lo è – ma non è scritta con questo intento: per il chitarrista è una semplice constatazione, un tipico momento di realtà e di realismo all’interno di quattro decenni che difficilmente altre rock band italiane potranno vivere allo stesso modo.

È persino con una sorta di sottile low profile, senza calcare la mano sull’epica e l’autoesaltazione (non è il suo stile, anche se qualcun altro nella band ne è notoriamente provvisto) che in queste pagine il fondatore del gruppo fiorentino costringe tutti coloro che sminuiscono l’intera avventura dei Litfiba a confrontarsi con una lunga marcia contrassegnata da scorpioni suicidi, martellatori di canguri, perquise continue, umidità in Thailandia, uova bolsceviche in URSS, caldo sahariano e pioggia belga, fucili a canne mozze a Los Angeles, squali commestibili e insetti cannibali, incidenti mortali, premi appiccicosi, pistole che saltano fuori un po’ qua un po’ là, amicizie virili e liti ancora più virili, paresi e fibromi, lavori saltuari, bare sul palco, star straniere molto disponibili, presunte star italiane che invece se la tirano, colleghi musicisti che non ce la fanno e lasciano, ritrovarsi ad aprire i concerti dei Clash, poi ritrovarsi a farsi aprire i concerti dai Ramones, e tutto intorno un pubblico molto rock’n’roll, donne molto rock’n’roll, droghe molto rock’n’roll.

Renzulli non risparmia i dettagli, inclusi quelli sugli aspetti pratici, tecnici del fare musica, andati un po’ persi in quest’epoca in cui sembra un’attività fondata su proclami e marketing. Ma destino ha voluto che nel momento in cui celebrare i 40 anni di questa vita on the road iniziati con il primo concerto nel dicembre 1980, i Litfiba si dovessero fermare come tutti…

Come va, Ghigo?
Bene, dai. Non ricordo nemmeno più se oggi siamo in zona rossa, o gialla, o arancione. Siamo in un mondo psichedelico, i colori cambiano di continuo.

Quest’anno è stato molto diverso per voi che fate musica, ma anche per chi la ascolta. Come ascoltatore, cosa è cambiato per te?
Ho approfittato della prima fase del lockdown per riascoltare quasi tutta la mia collezione di CD, e c’erano cose che non ascoltavo da 20, 30 anni. Sicuramente stare più tempo in casa porta fa venir voglia di musica diversa. Per esempio i Pink Floyd in macchina è difficile ascoltarli, magari anche per un discorso di dinamica: per sentire Ummagumma bisognerebbe guidare con la mano sul volume, tanta è la differenza di volume tra le varie parti. Del resto in auto si ascoltano canzoni più che musica. Poi ho ricominciato ad ascoltare classica e jazz, per esempio Nigel Kennedy, il violinista: suona il violino a dei livelli da Paganini, ma è eclettico, a suo agio con Mozart così come col violino elettrico insieme alla Kroke Band, una band polacca con cui ha inciso un album intitolato East Meets East che consiglio a tutti. Per certi versi questo periodo mi ha reso più facile concentrarmi sulla musica cui sono interessato in questo periodo, quella strumentale che ho proposto nel progetto Novox. E concentrarmi sul libro 40 anni da Litfiba.

Foto: Cesare Dagliana, da ’40 anni da Litfiba’

Ecco, parliamone. Intanto, cominciamo col dire che la quantità di dettagli che tiri fuori su concerti, dischi, incontri, eventi della tua vita e quella della band è stupefacente. Sei uno che tiene diari?
No, è che ho una memoria quasi da hard disk. Mi ricordo veramente tutto. Ci ho messo sei mesi a scriverlo, alzandomi la mattina presto, mettendomi al computer, e spesso senza staccarmi per giorni interi. E quando ho finito, devo ammettere che mi sono detto: cazzo, che vita! Non è stata molto normale, no…

Hai omesso qualcosa? In un paio di pagine, espressamente, ti trattieni: “Preferisco non aggiungere altri dettagli in merito”.
Qui mi dai l’occasione per spiegare che ci ho messo un po’ per capire che taglio dargli: ci sono molti modi per fare un libro, io ho optato per un taglio narrativo scorrevole e simpatico in cui mi mettermi a nudo raccontando tanti aneddoti a chi vuole conoscere la storia di una band. Senza buttare merda su nessuno. Di libri rancorosi e stizzosi ce ne sono già stati nel passato, penso sia il comportamento giusto nei confronti della vita, le cose avvengono, ma passa l’acqua sotto i ponti. Come ho detto, mi ricordo tutto e bene, ma non sono rancoroso. Quando scrivo “meglio non parlarne” intendo dire che raccontare la dinamica di certe liti, che ovviamente ci sono state, e il racconto non le nasconde, sarebbe stato spiacevole. Cosa fai, metti tutte le offese personali? Nessuna lite è piacevole, comporta un linguaggio offensivo. Chiunque si rivede mentre litiga, giustamente, è in imbarazzo. Se proprio qualcuno vuole un linguaggio più pittoresco, il mio socio ci ha già pensato qualche anno fa in un suo libro…

Oh, interessante – anche il fatto che tu lo abbia chiamato “il mio socio”, e non col suo nome.
No no no, era solo un modo di dire, il mio socio è Piero ed è così che lo chiamo, e in questo periodo ti potrà confermare che siamo in buoni rapporti.

Pelù ha letto il libro?
Se non lo ha letto lui lo avrà letto la sua assistente che lo avrà rassicurato che non ha nulla di cui preoccuparsi. Ci sentiamo spesso – in questo periodo con WhatsApp, per forza di cose – e so che se ci fosse stata una minima contrarietà mi avrebbe mandato al diavolo, conosco il mio pollo, ahaha! Però tanto per farti capire cosa intendo parlando di autocensure: nel libro si parla di droga, perché la mia generazione e l’ambiente del rock hanno attraversato spesso queste esperienze. A un certo punto c’è il racconto della prima ragazza che ho visto farsi di eroina, e nella prima stesura ero stato molto realistico con la descrizione del sangue, della bava alla bocca e dei rantoli. Forse anche troppo realistico. Mi hanno fatto notare che poteva risultare molto spiacevole, così l’ho riscritto cercando di far capire il mio punto di vista sull’eroina senza esagerare coi particolari cruenti.

Foto: Luciano Viti/Getty Images

In effetti una cosa che colpisce è la fisicità del tuo racconto. La fatica, il corpo che si ammala, che si ferisce, che mangia, che collassa, che suda… Non ti sei messo a intellettualizzare il percorso dei Litfiba, hai fatto vedere la strada, l’elettricità che entra negli amplificatori, le cantine impolverate, e a volte gli eccessi dei fan.
Che ci vuoi fare, sono una persona rustica. Ma in generale il rock che ho conosciuto io era questo.

In questi anni vanno molto di moda i film celebrativi. Il tuo libro è più sul versante del documentario.
Io penso che sia giusto raccontare quanto e come ce la siamo conquistata, questa vita che abbiamo fatto. Noi e gli altri che si sono sbattuti per fare rock in Italia. Qualcuno pensa che sia stato facile. Dopo tre dischi pubblicati e un bel po’ di concerti all’estero, e qualche copertina di rivista importante, io ancora vivevo in un appartamento condiviso e guidavo una Opel Kadett di seconda mano.

Non precisamente un immaginario da rap italiano, tra vestiti firmati e Lamborghini.
Musicalmente a me la trap non dispiace, perché io come musicista sono onnivoro, ma è un modo di lavorare coi computer più che con gli umani, non si parte da una persona che prende uno strumento e compone e sviluppa il tutto con altri musicisti. C’è un rapper con cui ho collaborato che comprava basi internazionali che sono su internet e ci rappava sopra, la musica è soltanto un corollario, questa è la loro scelta, e non la condivido. Poi, per quanto riguarda l’immaginario, riflette alla perfezione quello di una società in cui è più importante dimostrare quello che possiedi e non quello che sei realmente.

Sono certo che qualcuno potrebbe dire che il tuo è il punto di vista di un’altra generazione.
Lo è per forza. Ma non ho nessun pregiudizio e non mi trovo male in questa società; sono abbastanza portato con tecnologia e computer, mentre magari molti produttori rap non saprebbero cosa fare di uno strumento musicale.

A proposito di pregiudizi, ci sono dei cliché sui Litfiba che ti hanno fatto male?
A un certo punto bisogna avere le spalle larghe. All’inizio piacevamo ai critici e meno al pubblico, poi abbiamo cominciato a piacere al pubblico e guarda caso siamo piaciuti meno ai critici. È normale, non puoi rompertici la testa, nel rock trovi milioni di queste storie. L’anno scorso sul tuo giornale è uscito un articolo che si chiedeva che senso hanno i Litfiba oggi. Capisco la voglia di scrivere un pezzo che fa il botto e tira su i like. Ma è scritto da un 25enne e si vede, anche nel tipo di critiche.

Nel senso che chi vi conosce da più tempo vi fa critiche diverse?
Non necessariamente: molto spesso si è sbrigativi per la voglia di emettere sentenze. Noi abbiamo attraversato decenni diversi, e molto diversi tra loro, e l’Italia è cambiata in modo clamoroso; noi abbiamo vissuto questi cambiamenti e siamo cambiati a nostra volta. I Litfiba degli anni ’80 non sarebbero stati possibili negli anni ’90, e viceversa. E a volte, invece di capire che cambiare era inevitabile, quelli che ci hanno conosciuti negli anni ’80 hanno iniziato a denigrare i fan che ci hanno conosciuti negli anni 90 dicendo «I nostri erano i veri Litfiba!».

Tipico.
Poi a un certo punto tutte e due le fazioni si sono messe a stressare quelli che ci hanno conosciuti nei decenni successivi. Ma non ha senso. Sono vari momenti della band, sono quarant’anni di storia, ogni periodo ha una sua ragione d’essere, prima eravamo in cinque a comporre, poi in due. Accetto che a qualcuno non piaccia, ma non che butti merda. Ancor oggi leggo che Infinito era un pessimo disco, resta il fatto che ha venduto un milione di copie. E guarda, nemmeno io ho condiviso tutte le scelte per quell’album, dai testi di Piero alle scelte della casa discografica, ma è un buon disco pop, è piaciuto a tantissima gente, e insultandolo si insulta quella gente. A me non piace Gigi D’Alessio, ma non insulto i gusti delle centinaia di migliaia di persone a cui piace.

Foto: Luciano Viti/Getty Images

Nel libro difendi l’idea di aver continuato a tenere in piedi la band anche nel periodo senza Piero Pelù.
Io so quanto ho lottato per formare questa band, e lo so più di quanti scrivevano sui giornali cosa dovevo fare. Ma poi, come se il cantante fosse intoccabile in una band. Bisognerebbe avvertire Deep Purple, Black Sabbath e Genesis.

Al di là delle critiche sugli aspetti istituzionali, per così dire, cosa pensi di quelle sulle scelte musicali?
Che anche quelle sono questione di gusti, perlomeno fino a quando non trovi chi invece che esprimere un giudizio si sta semplicemente facendo grande buttando merda su qualcun altro. Ogni tanto mi imbatto in chitarristi che nel salotto di casa loro, col gatto come spettatore, fanno scale su scale e mi criticano – ma allora non hai capito niente, il punto non è la tecnica o la velocità, la personalità è la cosa più importante ed è con quella che i Litfiba hanno fatto il loro viaggio, cercando di dare emozioni al pubblico.

Una cosa che scrivi più di una volta nel libro è che diversi musicisti italiani se la tirano. Però glissi sui motivi. Puoi accennare qualcosa, per sommi capi?
Basterebbe il titolo del libro di Freak Antoni Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti, chissà dove l’ho messo, non lo trovo più… Il problema è che l’Italia musicalmente è un paese di serie B – mi riferisco soprattutto al rock, perché per il pop di un certo livello non siamo secondi a nessuno. Io ho lavorato un po’ con produttori stranieri, poi da giovane ho vissuto in Inghilterra e ho visto che lì è un altro mondo, abbiamo un mercato piccolo e siamo frustrati, cosa che ha come conseguenza essere poco gentili ed educati, come se questo potesse dimostrare al mondo chi siamo. È una guerra tra poveri, che non a caso si vede spesso anche nel rap italiano. Nel libro racconto per esempio dell’incontro con Jeff Beck, uno che non deve dimostrare niente a nessuno, quindi non se la tira.

Ma di Piero anche tu hai pensato che se la tirasse.
Ah, gli capita… Si sa come sono i frontmen. Abbiamo avuto divergenze in passato, le abbiamo superate; ne avremo sicuramente anche in futuro anche perché non è detto che non si faccia ancora qualcosa insieme, anche se al momento ancora più del lockdown è soprattutto la musica a renderlo complicato.

In che senso?
Io in questa fase sono un talebano della musica, o è impegnata o non mi interessa. Lui crede ancora in un compromesso con il nazionalpopolare. Ma so anche che partendo da questi opposti, possiamo incontrarci da qualche parte: in fondo la musica dei Litfiba è il risultato di due teste pensanti, io mi occupo delle atmosfere musicali e lui del testo, le melodie vocali e l’immaginario. C’è da dire che il viaggio Novox mi ha permesso di fare cose che coi Litfiba erano improponibili. Lavorare senza un cantante dà più libertà, non devi rispettare un testo e le immagini che questo richiede.

È interessante che tu viva questa fase di integralismo musicale in un periodo in cui la musica arretra rispetto alla voce, e sicuramente rispetto ai “generi”.
Su come è cambiato il rapporto delle persone con la musica potrei scrivere altri tre, quattro libri. Il fatto è che per cent’anni ogni tipo di musica è venuto fuori da grandi movimenti e cambiamenti, a cominciare dagli anni ’20 e ’30 con l’esplosione del jazz e dixieland, e poi il rock’n’roll dopo la guerra, e poi il periodo hippy e Woodstock, poi il punk – e infine si è arrivati al rap che è stato anche lui un movimento di ribellione che ha cambiato mentalità delle persone cambiando anche arte, teatro e cinema. Sono stati tutti movimenti a 360 gradi che hanno condizionato tutte le arti, la moda, la cultura e il modo di pensare. La rete ha bloccato le cose.

In che modo?
Da quando ha veramente collegato tutto il pianeta questi movimenti hanno perso consistenza perché avendone vissuti tanti penso che la rete abbia uniformizzato il pensiero delle persone, oggi si pensa e si ragiona e si decide col pensiero comune della rete che in molti casi è manipolato dai motori di ricerca, dall’algoritmo, da un’approvazione generica. Il web è una gran bella cosa per molti aspetti, porta molti vantaggi ma si pagano con una grande mancanza di individualità, il pensiero non è nostro ma pensiero della rete. La ribellione c’è, ma è slegata dalle idee, da una voglia interiore di cambiare e fare qualcosa di diverso. E anche la musica di questo momento ne risente, si lavora di computer, le teste pensanti e creative sono meno necessarie. Mi dispiace sembrare sempre uno che pensa a com’erano le cose prima, perché non vivo di nostalgia, gli anni 70 sono stati anche anni di piombo… Però certe cose davano speranza. Ora è difficile vederle. Magari ci sono, ma se non le vedi è più dura crederci. Una volta anche solo girare il mondo dava speranza, anche prima del lockdown penso che i ragazzi lo facessero sempre meno.

Musicalmente, dati alla mano, gli italiani non guardano molto all’estero.
Già, ad esempio. E il rock, anche quello italiano, ci piaceva perché alla base c’era una voglia di cose nuove e lontane. Ma sto parlando di una musica che è destinata al conservatorio. Forse la insegnano già ora.

Forse presto insegneranno anche il rap.
E i conservatori saranno pieni di computer. Bello, eh?

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