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La vedova Mayfield: «Solo scrivendo mio marito Curtis ha capito se stesso»

Gli anni d'oro degli Impressions, le lotte sociali, Martin Luther King, ma anche il tragico incidente che paralizzò il cantante: sua moglie era sempre lì, e tutt'oggi si commuove a parlarne

La notizia è che la Rhino Records ristamperà in un unico bundle i primi quattro, importantissimi album di Curtis Mayfield. Quattro pietre miliari del soul e dell’attivismo black, rinunite sotto il titolo molto azzaccato di Keep On Keeping On: Studio Albums 1970-1974.

Già, perché se c’è qualcuno che ha sempre continuato a continuare, quell’uomo è Mayfield, fra un’infanzia difficile, l’esordio con gli Impressions, la straordinaria carriera solista e infine il tragico incidente del 1990, quando durante un concerto a Brooklyn gli caddero in testa delle luci lasciandolo paralizzato dal collo in giù. La cosa però non gli impedì di continuare a scrivere ed essere Curtis Mayfield, almeno fino alla fine dei suoi giorni una decina d’anni più tardi.

Accanto a lui, in tutti questi decenni di momenti belli e tragici, la moglie Altheida, una donna incredibile che non ha mai smesso un secondo di amarlo e proteggerlo. E che ancora oggi si commuove a parlarne.

L’idea della ristampa è stata sua?
In realtà sono state Warner e Rhino Records a propormelo. Ho subito pensato che fosse una bellissima idea.

Quando ha incontrato suo marito per la prima volta?
Oh my God! Credo fosse appena dopo l’uscita di For Your Precious Love con gli Impressions, quindi intorno al 1959/60. Mi sembra come se fossimo cresciuti insieme! A volte succede, quando passi tanto tempo con una persona.

Qual è stata la prima impressione di lui?
Ero molto giovane, e anche lui. La mia prima impressione su di lui? Mmm.. Direi invadente. Ero una ragazzina che camminava per strada e lui stava in macchina insieme agli altri Impressions seguendomi. Erano più o meno i tempi di For Your Precious Love. A quei tempi era normale, i ragazzi ti seguivano per strada all’epoca. Ma per me era inusuale, ero una ragazza che veniva dalla campagna mentre lui era un topo di città. Non conoscevo ancora la sua musica, avendo solo fatto un disco. Ma nei sobborghi stavano già riscuotendo successo.

La copertina della ristampa

E poi da lì a qualche anno Martin Luther King avrebbe usato le loro canzoni durante i comizi. Che effetto faceva a Curtis questa cosa?
Non so bene se si rendesse conto. Anche perché Curtis era così naturalmente se stesso che scriveva e buttava fuori ciò che aveva dentro, ma anche ciò che vedeva attorno a sé. E il mondo attorno a lui stava cambiando. E questo lo aiutò molto a farsi conoscere, perché la gente si rispecchiava in quello che diceva nelle canzoni, e questa gente era molto importante come il Dr. King ma anche sconosciuta. Lui semplicemente aveva le parole giuste per descrivere tutto, e la gente amava questa cosa. Le sue parole tornavano utili anche nei comizi, perché erano molto chiare e condivise.

Non si sentiva sotto pressione per questo?
Si sentiva molto sotto pressione. Veniva dalle case popolari, che non è un lieto vivere in America, quindi ha sviluppato sin dalla tenera età una voglia immensa di comunicare, di far sentire la sua voce. Ma aveva un grosso problema di dialogo, di linguaggio. Così sua madre da piccolo gli disse di scrivere. Se scriveva, le sue parole uscivano molto meglio che dalla bocca. Scriveva ciò che sentiva e ciò che non riusciva a dire. Era costantemente alla ricerca di se stesso. Scrivere era l’unico modo che aveva per conoscersi. Ecco chi era Curtis.

Ma come mai si staccò dagli Impressions? Non si esprimeva abbastanza con la band?
No, penso che a un certo punto si cresce e ognuno deve andare per la sua strada. A un certo punto, lui era diventato troppo grande per gli Impressions. Doveva fare le cose per conto suo. Erano un grande gruppo insieme, armonizzavano in una maniera assurda, ma per lui era tempo di andare oltre. E così fece.

Aveva dei rimpianti?
No, non penso. The Impressions sono stati solo l’inizio. Solo una volta che ha iniziato a fare da solo, Curtis ha cominciato a capire davvero se stesso.

Come ha trascorso gli ultimi anni di vita?
Ha dovuto attraversare molte cose che le persone normali per fortuna non conoscono. Ha dovuto imparare di nuovo a vivere e lavorare ma in maniera diversa. Per lui era molto importante il fatto che poteva comporre anche da paralizzato. E che il mondo continuava ad apprezzarlo come prima dell’incidente. E forse solo dopo quella tragedia si rese conto di quanto le persone lo amassero, quanti amici lo supportassero e quanti colleghi artisti lo stimassero.

È triste però che nei suoi testi ispirava le persone ad avere un futuro migliore. Ma lui stesso non ha potuto averne uno.
Non ti so descrivere il buio di quei momenti, ma poteva andare molto peggio. Io e Curtis all’epoca avevamo sei bambini, tutti molto piccoli. La sera che lo riportarono a casa dall’ospedale, lo misero per terra su una coperta. Quella sera tutti i bambini dormirono sul pavimento di fianco a lui. Mi commuovo se ci penso. Non ha mai smesso di lottare.

Potrebbe succedere lo stesso a me. Ma come mai solo i primi quattro album verranno ripubblicati?
Inizieremo così, poi chissà. Abbiamo molte cose in mente, molte uscite e iniziative per mantenere viva la memoria di Curtis. Penso che se lo meriti.

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