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La testa di Girl in Red è un gran casino, ma produce un suono meraviglioso

Scrive senza filtri di salute mentale e sessualità, suona praticamente tutti gli strumenti, è incasinata e incredibilmente autoironica, e ha scritto un gran disco d’esordio. Tenetela d’occhio

Foto: Jonathan Vivaas Kise per Rolling Stone US

Marie Ulven, ovvero Girl in Red, si ferma a metà frase, come fa chi teme di parlare troppo velocemente o non è sicuro di avere l’attenzione dell’interlocutore. «Non voglio chiedere scusa», dice la musicista, 22 anni, mentre racconta il suo nuovo album If I Could Make It Go Quiet. «Non voglio essere una di quelle persone che si scusa per ogni cosa. Non ho niente di cui scusarmi. Ecco, Marie, sei tu la protagonista». Anche se Ulven ci parla via Zoom con la telecamera spenta la sua personalità supera ogni distanza e fuso orario.

Deliziosamente verbosa, sarcastica e autoironica e «pessima coi limiti» (definizione sua), Ulven si è conquistata un posto nella scena indie rock facendo appello alle insicurezze e ai desideri dei suoi ascoltatori. Il suo alter ego Girl in Red – immaginatevi la spavalderia di Billie Eilish mischiata con una bella dose di college rock anni Zero – canta alternativamente di salute mentale e desiderio sessuale non corrisposto. È una combinazione che le ha permesso di conquistare gli utenti di TikTok e pure chi è troppo vecchio per la piattaforma. Come dice lei, scherzando con questa giornalista trentenne, «stare su TikTok ti permette di essere cool, alla moda, e di regalare i tuoi dati personali alla Cina».

Ulven è cresciuta in una piccola città vicino a Oslo, scrive canzoni da quando aveva 8 anni (la sorella l’ha sentita cantare un pezzo scritto da lei sotto la doccia e l’ha registrata di nascosto). A 14 anni ha comprato una chitarra e iniziato a scrivere più seriamente. Nel 2014 ha iniziato a produrre la sua musica, dopo aver comprato un MacBook con i soldi della cresima. Cresciuta con i classici di David Bowie e degli Smiths, ha iniziato a fare quello che fanno tutti i ragazzini con una chitarra e un computer: pubblicare le sue canzoni in rete. Nel 2018, dopo aver caricato su YouTube I Wanna Be Your Girlfriend – un’ode confusa a chi vuole qualcosa di più dell’amicizia – le cose hanno iniziato a cambiare.

«Sono piuttosto sospettosa, forse perché mio padre è un poliziotto», dice dei manager che si offrivano di gestire la sua carriera in quel periodo. «Quei primi mesi del 2018 sono stati intensi ed eccitanti. Mia madre non era contenta di tutte quelle riunioni, le premeva che finissi il liceo». Lo ha fatto, ma un anno dopo ha lasciato il college e si è trasferita a Oslo. Poi ha pubblicato due EP: Chapter 1 nel 2018, che conteneva I Wanna Be Your Girlfriend e Summer Depression, e Chapter 2 nel 2019. Il secondo conteneva un gran pezzo, Bad Idea!, e la deliziosa inquietante Dead Girl in the Pool. If I Could Make It Go Quiet, uscito il 30 aprile, è il suo primo vero album, dove suona praticamente tutti gli strumenti.

«Suono un po’ di basso, un po’ di chitarra, il pianoforte e canto», dice. «Ah, c’è anche il violoncello. Ne ho comprato uno. Ero in un periodo un po’ maniacale, credo. L’avrò toccato una volta. Insomma, l’ho usato solo per questo. Ho anche comprato un sassofono. Ero convinta che me ne sarei innamorata, ma l’avrò preso in mano una volta. Sto parlando troppo veloce. Oggi ho bevuto un sacco di caffè».

Scritto tra il 2019 e il 2020, l’album approfondisce i pensieri di Ulven su sessualità e salute mentale. «Il disco è pieno di rumore mentale», dice del titolo If I Could Make It Go Quiet. «Non sono neanche sicura che esista davvero, ma a volte mi sembra di sentirne tanto nella testa».

Il primo brano, Serotonin, prodotto da Finneas, getta subito l’ascoltatore nella cacofonia del cervello di Ulven. «Non avevo mai parlato così della mia salute mentale. Nel pezzo dico che ho paura che lo psicologo mi odi», dice. «Ho smesso di rispondergli perché ero convinta che non volesse parlare con me. A volte la testa fa davvero strani scherzi».

Con la sua solita onestà, Ulven rivela che ha iniziato a pensare alle complessità della mente dopo un incidente in auto del padre. All’epoca lei aveva 12 anni. «Per farla breve, quella roba mi ha incasinato la testa», dice. «Guardavo un sacco di strani video su YouTube, gente con strane malattie. E mentre li guardavo, ho iniziato a pensare a cose assurde, come tagliarmi le mani. Avevo paura di andare in cucina. Ero finita in una spirale, avevo paura di diventare folle e sola, e in Serotonin parlo proprio di questo, elenco tutte le strane sensazioni che ho provato. Ora so che non ero sola, e mi sento più a mio agio a parlarne».

Ulven torna sul tema un po’ in tutto il disco, soprattutto in Body and Mind (sul capire che siamo mortali) e Apartment 402, come il posto in cui vive. «Vivo in questo posto piccolissimo da davvero tanto tempo. Mi sono chiesta: che effetto ha avuto su di me?. L’idea di traslocare sembra sempre troppo difficile, soprattutto se già fai fatica ad alzarti dal letto. Insomma, è una canzone che parla di chi è bloccato sul pavimento a guardare il sole che illumina la polvere, a chi è incastrato da qualche parte. È assurdo, amica. Non so perché continuo a chiamarti amica», dice. Poi si interrompe. «Ma io chi sono? Dio, non lo so. Abbiamo parlato per mezz’ora, ormai siamo amiche».

Il disco contiene alcune riflessioni sull’amore: la splendida e deprimente Midnight Love, che parla di essere una scopamica controvoglia, e il rock di Stupid Bitch, un brano che si spiega da solo. Poi c’è I’ll Call You Mine, un pezzo che parla «di fidarsi di una persona, aprirsi e lasciare che butti giù i tuoi muri interiori. Ma solo per amarti, non per ferirti». Ulven spera che la canzone diventi il suo primo classico, uno di quei brani a cui torni dopo decenni, «tipo Patti Smith».

«Quando arriva il ritornello alzo il pugno in alto», dice prima di interrompersi un’altra volta. «Aspetta, voglio farti vedere direttamente». Lo schermo nero si riempie col suo ghigno incorniciato da un cappuccio grigio. Ed eccola, l’impenitente, che alza il pugno di fronte alla videocamera.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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