La super session di Joan As Police Woman: «Non sarò mai una popstar» | Rolling Stone Italia
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La super session di Joan As Police Woman: «Non sarò mai una popstar»

Al posto di scrivere pezzi radiofonici, Joan Wasser ha realizzato ‘The Solution Is Restless’ partendo da una jam con Tony Allen e Dave Okumu. C'entrano Damon Albarn e l'idea di fare musica in totale libertà

Joan Wasser

Foto: Lindsey Burns

Non piace stare ferma, a Joan Wasser alias Joan As Police Woman. Da quando, nel 2006, ha pubblicato il primo album Real Life, la songwriter americana ha portato avanti un percorso ricco di svolte e collaborazioni che l’ha vista passare dall’intimismo essenziale e malinconico degli esordi a un sound più solare con The Classic, e immergersi, in tempi più recenti, in un mondo pop-soul intriso di synth, di funk, di virate trip hop a seconda dei momenti.

Nemmeno il Covid l’ha frenata: nei mesi scorsi Wasser ha continuato a pubblicare musica, nella fattispecie un disco di cover e un album live, ma soprattutto si è ritrovata in mano la registrazione di una jam session messa in piedi qualche mese prima della pandemia con il collaboratore di lunga data Dave Okumu (The Invisible) e il batterista Tony Allen, proprio lui, il pioniere, con Fela Kuti, dell’afrobeat, morto il 30 aprile 2020 all’età di 79 anni. «Ci eravamo incontrati per suonare insieme in uno studio a Parigi: quando mi sono ritrovata chiusa in casa per il lockdown, ho ripreso in mano il materiale scaturito da quella serata di improvvisazioni e mi ci sono tuffata dentro».

È così che è nato The Solution Is Restless, uscito il 5 novembre: un album trainato dall’inconfondibile drumming e dalle poliritmie di Allen, che con il basso e le chitarre di Okumu hanno regalato a Wasser le fondamenta su cui costruire (e produrre) 10 tracce dalle atmosfere jazzy, in cui la sua voce sensuale vola su una struttura totalmente libera che gioca col soul-r&b, col funk, con note di pianoforte, Moog, melodie d’archi, fraseggi di tromba, con la voglia di lasciarsi inebriare dalla musica senza vincoli di sorta.

«Non mi pongo limiti, lascio sempre la porta aperta a quel che sarà», ci conferma Joan, connessa su Zoom da una stanza del suo appartamento newyorkese simile più a una sala prove che all’angolo di una casa.

Ti va di raccontare la genesi di The Solution is Restless?
Tutto è nato da un invito di Damon Albarn a partecipare a un evento del suo progetto Africa Express, cui avevo partecipato nel 2011 andando con lui in Etiopia. Naturalmente ho accettato, era il 2019 ed è stato in quell’occasione che ho incontrato Tony Allen la prima volta (il batterista suonava con Albarn in The Good, The Bad & The Queen, nda). Momento divertente, tra l’altro, stavo parlando con Damon e dopo aver fatto una battuta ho sentito una risata dietro di me, mi sono voltata e c’era Tony. Ci siamo presentati e non so come spiegarlo, ma abbiamo legato dal primo istante. Poi abbiamo suonato insieme una nostra versione di I Wish I Knew How It Would Feel To Be Free di Nina Simone e a fine serata gli ho chiesto se gli sarebbe piaciuto registrare qualcosa insieme e mi ha risposto di sì. Anzi: «Assolutamente sì». Così ho contattato Dave Okumu, che è un mio caro amico con cui lavoro da molto, e gli ho proposto di unirsi a me e a Tony in una session che avrei organizzato di lì a breve. E così è stato, ci siamo ritrovati a Parigi una sera di novembre e abbiamo registrato.

Prosegui, com’è andata?
Non avevo portato nulla di già scritto, appositamente. Abbiamo semplicemente suonato, volevo che lo facessimo in libertà e così è stato. Ne è venuta fuori una jam che poi, durante il lockdown, dopo che il mio tour è stato cancellato, ho ascoltato e riascoltato, fino a che ho deciso di metterci le mani sopra. Non è stato facile, trasformare delle improvvisazioni in una serie di brani è un’operazione davvero complicata, che richiede un sacco di tempo e tantissimo lavoro. Anche perché per alcune tracce del disco, per esempio quella di apertura, The Barbarian, ho preso solo delle parti alla batteria di Tony, su cui ho costruito tutto per intero. Dopodiché ce ne sono altre come Geometry of You che rispecchiano maggiormente quello che è accaduto durante la jam a tre.

Nei crediti compaiono anche degli ospiti, dal trombettista Cole Kamen-Green allo stesso Damon Albarn in una traccia. Ma mi chiedevo: cosa hai provato quando Tony Allen ci ha lasciati?
Credo che tutti pensassimo che sarebbe vissuto per sempre, io di sicuro, per cui la notizia della sua morte mi ha colta di sorpresa, mi ha sconvolta. Sono molto grata di aver potuto registrare con lui almeno una volta e quando se ne è andato mi sono detta che avrei realizzato questo disco nel migliore dei modi per rendergli omaggio. Non so se aveva mai sentito parlare di me quando ci siamo conosciuti nel 2019, non ne ho idea, se ci siamo trovati è stato per una questione energetica, chimica: ci siamo subito messi a scherzare e a ridere insieme, poi ci siamo trovati bene a suonare, e adesso sono orgogliosa di poterlo celebrare e di onorare la sua memoria con queste nuove canzoni.

Nell’album lo stile di Allen è protagonista, è come se trainasse le composizioni. Questo dal punto di vista dell’ascoltatore, ma com’è andata per te in fase di scrittura?
Per tutta la mia vita mi sono interessata tanto al ritmo, ne sono sempre stata attratta. Ricordo che la prima volta che sentii i Led Zeppelin pensai a quanto mi gasava la batteria, ed ero solo una ragazzina. Reagisco in maniera particolarmente intensa al suono della batteria e al ritmo, è così da sempre. E sì, è vero, per The Solution Is Restless questi elementi sono diventati la base su cui poggiare il resto: la struttura di ogni traccia è stata costruita a partire dalla batteria, quindi a seconda di come Tony aveva suonato. Per fare un esempio, in Enter The Dragon ho lasciato un lungo spazio libero all’inizio, prima che la canzone per come la si intende classicamente cominci: non potevo entrare in quello spazio così evocativo.

Un altro elemento importante sono gli archi: sei tornata alla tua antica passione per il tuo primo strumento, il violino?
Gli archi sono tutti miei, frutto di un lavoro estremamente personale. È difficile da esprimere a parole, ma il mio insegnante russo di violino, traducendo dalla sua lingua in inglese, mi diceva sempre «make it feel cozy!», e nonostante in gergo tecnico quel cozy non volesse dire nulla di preciso, per me ha sempre avuto un grande valore: si tratta di creare un’atmosfera che ti abbracci, che ti scaldi, e che faccia viaggiare la mente.

La voce, invece, è morbida, riverberata: come l’hai trattata?
Come gli archi, le tracce vocali le ho registrate qui a New York, in casa. Dato il lockdown, la città era calma come non era mai stata, era tutto strano, l’unica cosa a cui pensavo in quel momento era che bisognava proteggersi. Questo pensiero, unito alla quiete che avvertivo fuori dalle finestre, mi ha portato a cantare quasi a bassa voce: in questi nuovi brani non canto mai forte al microfono, è tutto molto intimo, soft, sarà anche che le parti cantate, cori inclusi, le ho incise tutte di notte, con il buio e il freddo fuori. Anche stratificando: in Reaction, la canzone che chiude il disco, ci sono almeno 30 tracce vocali sovrapposte e penso che l’effetto sia evidente.

Perché incidevi di notte?
Perché di giorno posso fare un mucchio di lavoro di editing e roba simile, ma a livello creativo mi accendo quando va via la luce. Sono contenta del risultato, perché la voce è intima, ma poi c’è la batteria che è vigorosa: una combinazione particolare.

Il titolo The Solution Is Restless riprende un verso di Geometry of You, una delle tracce del disco: qual è il senso?
Con questo titolo voglio dire che nessun problema prevede un’unica soluzione, che i problemi sono perlopiù complessi e le soluzioni possono essere molteplici. Non esistono solo il bianco e il nero, in mezzo ci sono infinite sfumature di cui non si può non tenere conto quando si affronta una qualunque questione, ma per fare questo è necessaria una condizione: bisogna essere disponibili al confronto. Confrontarsi e dialogare è essenziale, perché solo se le persone interagiscono tenendo la mente aperta e ascoltando opinioni diverse dalle proprie si può creare uno spazio per la collaborazione. In caso contrario non si va da nessuna parte, ognuno resta aggrappato alle proprie posizioni e vince l’immobilismo. Non sono un’esperta di fisica, ma la teoria quantistica ci ha insegnato che niente è come sembra, una molecola può mostrarsi come un’onda o come un piccolo puntino, e tutto ciò è così liberatorio e misterioso, perché la vita lo è. È questo che mi guida anche nella quotidianità.

Che cosa intendi?
Hai presente quando ti chiedono «cosa farai nei prossimi cinque anni?»? Io non so mai cosa dire, perché non pianifico mai nulla, non programmo, non mi piace e non mi viene nemmeno. Alla fine di solito rispondo che farò quel che verrà: sono convinta che se non si smette di essere curiosi i nuovi progetti arrivano da sé, si mettono sulla tua strada.

The Solution Is Restless è anche uno slogan politico?
Capisco cosa intendi e sì, ci sta, visto che in questo momento negli Stati Uniti siamo politicamente divisi in due e abbiamo due partiti, i Democratici e i Repubblicani, che non comunicano in nessun modo l’uno con l’altro: è la rappresentazione perfetta di ciò che dicevo prima rispetto al bianco e al nero e alla scomparsa dei grigi. Si è scatenata una polarizzazione che permea tutto, un disastro, a volte mi viene da sperare che il sistema partitico scompaia. Perché, specie da una parte del Paese, non sento mai parlare di umanità, mi sembra di avere davanti dei bulli e basta.

Però fuori dai confini americani c’è qualcuno che ti convince: che mi dici del singolo Take Me To Your Leader, ispirato – così hai dichiarato – a Jacinda Ardern, primo ministro della Nuova Zelanda?
Di Ardern sono una grande fan, c’è stato un periodo in cui l’ho seguita molto. Oltretutto condividiamo il giorno del compleanno, pensa che lei ha 10 anni meno di me, è talmente cool! Ad ogni modo, nel primo periodo di pandemia osservavo il modo in cui stava gestendo la situazione e pensavo: è così che bisognerebbe guidare una nazione. Ed è quello che dico nel singolo: “take me to your leader, ’cause I’m ready to play”. Volevo suggerire ai nostri leader, americani ma non solo, di andare da lei e di farsi insegnare come si governa un Paese onorando e rispettando la popolazione, tutta la popolazione. Ma probabilmente per i nostri politici questo significherebbe ammettere la loro debolezza.

Quindi non sei così soddisfatta di Biden?
Nel sistema malridotto che abbiamo Biden fa quello che può. Il brano non parla di qualcuno in particolare, è più un’esortazione generale.

Va detto che la strategia “zero Covid” portata avanti da Ardern è fallita, tant’è che ultimamente è stata criticata; ora ha annunciato che punterà sui vaccini.
Tutti veniamo criticati prima o poi e quanto ad Ardern nello specifico, non credo si sia mai definita infallibile, anzi, sono sicura che di fronte alle critiche la sua reazione sia quella di dire «ok, sono un essere umano, posso commettere errori». A parte ciò, Take Me To Your Leader è un incitamento alla collaborazione, alla condivisione, e se penso al futuro… Secondo me dobbiamo ricordarci due cose: punto uno, le cose miglioreranno; punto due, miglioreranno molto, molto lentamente. Ma accadrà, sono ottimista, il fatto che abbiamo più diritti oggi rispetto a quanti ne avessimo decenni fa mi dà speranza: continuerà così, anche se ci vorrà tempo.

Tempo e pazienza.
Molta pazienza, basti pensare che in Texas hanno ripristinato una legge che vieta alle donne di abortire. Ma i governanti che hanno tolto alle donne la libertà di scelta moriranno presto, no? Davvero, sono seria! Come sono convinta che in tutto ciò noi donne dobbiamo essere solidali: so bene che non è semplice, la società ci ha lasciato pochi spazi e questo ci spinge alla competizione, perché magari trovi un tuo spazio e a quel punto hai paura che qualcuno te lo rubi eccetera. È per questo che è fondamentale continuare a creare più spazi per noi, forti anche del fatto che la maggior parte dei giovani uomini di oggi hanno una mentalità più aperta.

Foto: Lindsey Burns

Dal prossimo febbraio sarai in tour, verrai anche in Italia per più concerti.
Incrociamo le dita! Girerò con la band, alla batteria ci sarà Parker Kindred, con cui suono da sempre. Io canterò, oltre a suonare chitarra, tastiere, violino… Siamo già al lavoro sugli arrangiamenti, stiamo cercando di capire come proporre questi brani dal vivo, come farli vivere. Una bella sfida, io poi in sala prove mi diverto sempre.

Come ti collochi in un’industria musicale impostata su ritmi frenetici come quella di oggi, in cui il mainstream tende sempre più a fagocitare il resto? Andare controcorrente ti fa sentire sola?
Interessante… Sai, sono cresciuta sentendomi sempre un po’ fuori luogo, anche a scuola, conosco il senso di solitudine di cui parli, lo provo tuttora. Al tempo stesso, però, negli anni ho conosciuto tante persone che si sentono così e che come me provano a fare ciò che amano nel modo che preferiscono e senza condizionamenti. Ecco, molte di quelle persone sono amici con cui condivido questa visione ed è questo che conta: posso sentirmi sola ogni tanto, ma con loro. Quanto alla mia collocazione nell’industria musicale, posso solo dire che non m’interessa: la musica è la mia religione, la mia spiritualità, e io provo a onorarla come meglio posso. È questo lo spirito con cui mi sono sempre mossa in passato e benché non sappia quale sarà il prossimo passo, sono sicura che ci sarà. Perché quando onori la musica, la musica onora te.

Nessun rimpianto? Hai mai sognato di essere una popstar?
Mai. Figurati che da ragazza le popstar le schifavo, adesso quel mondo non mi interessa, ma allora lo consideravo addirittura offensivo. Non è un caso che abbia iniziato suonando il violino in una band (i Dambuilders, nda): non cantavo nemmeno, né volevo scrivere canzoni, mi premeva più che altro imparare a suonare. Ho studiato e dopo il violino mi sono data alla chitarra, al piano, al basso, ho imparato a usare la mia voce e a scrivere canzoni. Il tutto sempre con in testa Nina Simone, gli artisti r&b degli anni ’60, Joni Mitchell, e sempre con l’idea che ciò che facevo dovesse piacere a me. Tante volte mi è capitato di sentirmi dire «perché non fai un singolo un po’ più radiofonico?», ma non me ne è mai fregato nulla, altrimenti non avrei certo pubblicato il mio primo album a 35 anni. Scrivo quel che mi viene, faccio musica per me stessa, seguo la mia ispirazione. È ciò che ha sempre fatto David Bowie, per citare un altro artista che amo: chissà quante gliene hanno dette quando ha inciso Low, eppure è un capolavoro. Puoi avere più o meno successo, ma è così che si fa ed è il motivo per cui non ho rimpianti: perché tutto ciò che ho fatto nel corso della mia carriera, non avrei potuto farlo altrimenti.

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