La storia di Jack Irons nei Pearl Jam | Rolling Stone Italia
Home Musica Interviste Musica

La storia di Jack Irons nei Pearl Jam

Ha presentato Eddie Vedder agli altri musicisti e ha suonato la batteria con loro ai tempi del tour di 'Vitalogy' e degli album 'No Code' e 'Yield'. Ci ha raccontato com'è andata e perché ha mollato

Jack Irons dal vivo con Eddie Vedder e Flea

Foto: Paul Redmond/WireImage

Il nome di Jack Irons spunta fuori di continuo nella storia del rock alternativo anni ’90. Non è stato solo il primo batterista dei Red Hot Chili Peppers, ma ha anche presentato i futuri membri dei Pearl Jam a un cantante sconosciuto di San Diego chiamato Eddie Vedder. Irons è entrato nella band nel 1994, quarto batterista della loro storia, ma ha lasciato quattro anni dopo per via del ritmo intenso dei tour.

Ha anche suonato con Neil Young, Joe Strummer, Wallflowers, Courtney Love, What Is This?, Eleven. Negli ultimi vent’anni si è concentrato soprattutto sulla carriera da solista e sui dischi registrati con l’ex chitarrista dei Red Hot, Josh Klinghoffer. Di recente ha pubblicato l’EP Koi Fish in Space.

La storia del tuo incontro con Eddie Vedder a San Diego è stata raccontata un sacco di volte. Senza entrare nei dettagli, lui lavorava in un distributore di benzina e di sera faceva il roadie, mentre tu suonavi la batteria con Joe Strummer e avevi appena lasciato i Red Hot. Cosa ti colpì di quello sconosciuto e come siete diventati amici?
Non so, ci siamo capiti al volo. Era un ragazzo molto dolce, ci siamo piaciuti subito. Eravamo molto giovani. A quell’età, avrò avuto 26 o 27 anni, quando incontravi una persona e ti piaceva e tu le piacevi, si diventava amici. Avevamo ancora il liceo dentro. Per qualche ragione ci piaceva stare assieme anche dopo lo show. Ci piacevano il basket, la musica. Stringere nuove amicizie era divertente.

È curioso, perché in quel tour con Joe Strummer, al concerto precedente l’incontro con Eddie, ho conosciuto quella che sarebbe diventata mia moglie. Ora siamo sposati da 31 anni. È stato un tour importante, insomma. L’ho incontrata a San Francisco. Avevamo un giorno libero, sono andato a San Diego e ho visto Eddie. In quei quattro giorni, grazie a Joe, ho posto le basi per il mio futuro.

Come hai conosciuto Stone Gossard e gli altri ragazzi di Seattle?
Non li conoscevo, erano loro che mi avevano notato coi Red Hot. Dopo i Green River (e dopo i Mother Love Bone, ndr) volevano mettere in piedi un’altra band. Non so come siano arrivati a me. Ricordo di aver incontrato Stone e Jeff (Ament, ndr) nel loro hotel. Erano venuti a Los Angeles per fare delle foto. Mi hanno chiesto se volessi entrare nella loro nuova band e fare una prova.

Io avevo un sacco di cose in ballo a Los Angeles. Dopo Joe Strummer, avevo fondato gli Eleven con Alain (Johannes, ndr) e Natasha (Shneider, ndr). Avevo dedicato tanto amore, tempo ed energia a quel progetto. E la mia futura moglie era incinta quando ho conosciuto Jeff e Stone. Quel lavoro prevedeva che mi trasferissi a Seattle e non potevo proprio. Avevo anche un impegno con il tour di Redd Kross, per tre mesi, e avevo bisogno di quell’ingaggio.

Mi hanno dato una cassetta e mi hanno detto che cercavano un batterista e un cantante. Io ed Eddie ci frequentavamo già, eravamo diventati amici. Cantava in diverse band ed era molto bravo, lo sapevo, così gli ho dato la cassetta. E questo è quanto, più o meno.

Dev’essere stato bello cambiare la vita di un’altra persona. Eddie aveva tanto potenziale e grazie a te è riuscito a realizzarsi.
Non l’ho mai vista in questo modo. Dovresti chiedere a lui (ride).

Sapere di aver acceso quella scintilla…
Davvero, non ci ho mai pensato. In quel periodo succedevano un sacco di cose, non mi prendo alcun merito. Ero parte di qualcosa che nel corso degli anni ha aiutato me, la mia famiglia, la mia carriera. C’era qualcosa nell’aria. Se pensi ai Red Hot, a Joe e a tutto il resto, è successo tutto nel giro di tre o quattro anni. Era semplicemente il momento giusto. Io la vedo così. Non mi sembra di aver fatto chissà che. Ho unito i puntini col mio modo di suonare e con la musica che ho scritto, e di questo sono grato.

Ti ha colpito la velocità con cui i Pearl Jam, i Red Hot e altri gruppi underground sono diventati mainstream?
Assolutamente. Nessuno se lo aspettava. Sono esplosi. Dal punto di vista di uno che era a Los Angeles e cercava di farcela con gli Eleven, che lavorava duro, è stato incredibile vedere l’esplosione della scena di Seattle. L’industria discografica, in qualche modo, si stava già preparando. Evidentemente, anche se io non me n’ero accorto, qualcosa stava succedendo se i dischi come quelli di Nirvana e Pearl Jam hanno venduto tanto. È venuto fuori tutto grazie a Seattle.

Come sei finito a suonare con i Pearl Jam?
Era il 1994. Gli Eleven erano nati più o meno nel periodo in cui suonavo con Joe Strummer, quando ho dato la cassetta a Eddie. I Pearl Jam avevano già avuto tre batteristi. Due (Dave Krusen e Dave Abbruzzese, nda) erano ufficiali e registravano i dischi, mentre Matt Chamberlain aveva suonato con loro in tour. In quel periodo ero rimasto amico di Eddie, si parlava del mio ingresso nella band e quando è nato mio figlio ho chiesto a Eddie per quanto tempo sarebbero stati on the road. E lui: «Beh, abbiamo date per un anno e mezzo di fila». Nessuna pausa? «Eh no». Non potevo lasciare la famiglia, ho detto di no. Amavo gli Eleven e avevo un sacco di buone ragioni per restare a Los Angeles. E insomma, ne abbiamo parlato, ma non mi vedevo nella band. Siamo comunque rimasti amici.

Nel 1994 gli Eleven avevano già fatto due dischi. Avevamo appena finito un tour in cui aprivamo per i Soundgarden. Pensavamo che il secondo disco, quello con Reach Out, fosse la nostra occasione migliore per avere un po’ di successo. Credevamo che sarebbe successo qualcosa, ma non è andata così. E così io e mia moglie abbiamo deciso di lasciare Los Angeles prima che nostro figlio compisse 5 anni. Durante il tour con i Soundgarden avevamo comprato una casetta a Norman, California, a 800 chilometri da Los Angeles. Mia moglie ha spostato tutte le nostre cose lì.

Credo fosse il giugno del 1994. Quando è finito il tour, ci sono andato e non sono più tornato a Los Angeles. Non sapevo che cosa mi avrebbe riservato il futuro. Ero pronto a fare altri lavori e guadagnare qualcosa, ero diventato padre, avevo una casa mia. Suonare non bastava, ma non sapevo cosa avrei fatto. Poi, ad agosto di quell’anno, ho scoperto che i Pearl Jam si erano separati da Dave Abbruzzese. Li ho chiamati e ho chiesto se cercavano un batterista, volevo avere una chance.

E com’è andata?
Credo stessero già suonando con altri. Ognuno di loro aveva un batterista da proporre. Io sono arrivato con Eddie. Abbiamo fatto una jam, ho passato un po’ di tempo con Stone. Suonavamo nella sua cantina. Credo sia lì che abbiamo registrato Hey Foxymophandlemama, That’s Me. Di sicuro abbiamo registrato la jam che poi si è trasformata in quel pezzo.

Dovevano fare il Bridge School e hanno scelto me per suonarci. Credo di essere entrato ufficialmente nella band dopo il benefit a Washington DC, credo fosse l’evento di Gloria Steinem. La cosa di Neil Young è arrivata al momento giusto. Abbiamo suonato un pezzo con lui e poi il set dei Pearl Jam. È stato allora che ho pensato: bene, sono nella band.

Mirror Ball è arrivato subito dopo. Dev’essere stato difficile ritrovarsi all’improvviso nei Pearl Jam e per di più fare un disco con Neil Young.
Molto difficile. Ero un grande fan di Neil. Ero uno di quei tizi che girano per Los Angeles in una vecchia auto ascoltando A Man Needs a Maid e altri pezzi meno rock che amo. Prima di entrare in studio per quelle session ero nervoso. Chiedi a mia moglie. Per lei sarà stata una tortura. Dice che l’ho stressata a tal punto da farle venire un herpes.

Avete registrato quel disco in pochi giorni, molto velocemente.
Vero. E io ero in preda all’ansia nervosa. Eravamo tutti troppo nervosi per suonare con lui, ma io di più perché avevo meno esperienza. I Pearl Jam lavoravano a ritmi serrati quando sono entrato nel gruppo. Mi ci stavo abituando. Ma Neil aveva scritto dei pezzi da suonare belli dritti. Dovevamo stare entro i confini nel pezzo e darci dentro. Questo voleva e aveva scritto le canzoni giuste per farlo. Perciò alla fine è stato facile, è bastato seguire il flusso.

Amo quelle canzoni, ma I’m the Ocean è la mia preferita. È un capolavoro dimenticato…
È una grande canzone. Solida, ma movimentata. Quando la suonavamo live non sapevamo se sarebbe durata cinque o dodici minuti.

Lui è convinto che la prima take di solito sia la migliore…
Sono d’accordo. So che tipo di musicista sono, nelle prime take c’è un’energia particolare, perché conosci il pezzo ma non troppo bene.

Com’è stato il tour europeo con Neil nell’estate del 1995?
Molto divertente. Abbiamo suonato in posti interessanti. Un paio di concerti in Israele, altri in posti dove le band di solito non suonano. Ricordo Praga, eravamo in un campo da hockey o qualcosa del genere. Abbiamo suonato in posti fighi e interessanti, in grossi festival come il Reading. Erano tutte esperienze nuove per me.

Brendan O’Brien alle tastiere era una bella aggiunta alla band…
Sì, Brendan è un grande musicista. Sa suonare bene tutto, qualsiasi strumento. Ma resta un pianista. Era molto felice di partire con noi.

Mi piace No Code. È uno dei miei dischi preferiti dei Pearl Jam. Com’è stato registrarlo?
Grandioso. Abbiamo fatto gran parte del lavoro al Lithio (lo studio di Seattle di proprietà di Stone Gossard, nda). Adoro quel posto e il periodo che abbiamo passato lì. Era possibile fare le cose per bene e allo stesso tempo a non perdere l’energia. Sentivamo la musica proprio come ce la immaginavamo, Brendan e i ragazzi che lavoravano ai suoni riuscivano a produrre il suono che desideravamo.

Brendan mi ha insegnato a mettere degli asciugamani sulla batteria, come faceva Ringo. Ne ero affascinato, adoro quei suoni. Quando abbiamo registrato Off He Goes abbiamo catturato un momento speciale, a notte fonda. È questo che amo della musica.

Sei accreditato come co-autore di Who You Are insieme a Stone. Ricordi com’è andata?
Sì. Avevo questo groove che mi piaceva suonare. Era la mia migliore reinterpretazione dei grandi batteristi jazz come Max Roach, che ti sembra suoni come se avesse quattro braccia, ognuna dotata di un suo cervello. Non riuscivo a capire come facesse, così ho cercato una strada diversa, un sincopato unico.

A me piace fare tutto in forma di groove, cerco sempre dei ritmi rock. A quello di Who You Are lavoravo da anni, la cassa era come il battito di un cuore. Probabilmente lo stavo suonando in sala, l’avrò proposto agli altri. Poi Stone ha tirato fuori la sua parte. Il pezzo è decollato piuttosto in fretta. Credo che Stone volesse registrarlo così, fresco.

Tu ed Eddie siete co-autori di I’m Open.
All’epoca sperimentavo molto. Avevo appena iniziato a scrivere le mie cose più strane. Avevo un registratore a quattro piste e amavo sperimentare con gli steel drum. Amo il quattro piste perché ti permette di rallentare il tempo. Sperimentavo nel mio piccolo studio. Amavo quel suono, amo il suono degli steel drum rallentati. Così ho scritto un brano basato su questo. Vivevo a Seattle, in un seminterrato. Mi piaceva, l’ho proposto durante le session ed Eddie ci ha scritto sopra una canzone.

Poi siete partiti per un tour in venue che non lavoravano con Ticketmaster. Era una causa nobile, ma sarà stato difficile…
Organizzare quel tour ci ha posti di fronte a molte sfide. Non ne ero consapevole. Gli altri avevano già esperienza, avevano già suonato in venue molto grandi. Avevano conoscenze ed esperienza che io non potevo avere. Così mi sono fatto guidare dalla band. All’inizio con i Pearl Jam era quasi sempre così. Stavo imparando. Scoprivo quali erano i problemi legati a determinate situazioni, ma non ero coinvolto nelle decisioni del gruppo.

Una delle cose più belle di un concerto dei Pearl Jam è che in scaletta potrebbe apparire un qualsiasi brano del catalogo. Dev’essere stato difficile per te, che eri il nuovo batterista…
Facevo un sacco di pratica, ma la cosa mi rendeva sempre molto nervoso. Ci vuole molto tempo per imparare tutte le canzoni e suonarle agevolmente. E il mio stile è molto diverso da quello dei batteristi che mi avevano preceduto. Le canzoni avrebbero avuto un suono diverso, la band doveva abituarsi a suonare con me. È un processo che richiede tempo. Ai Pearl Jam, invece, piaceva provarci subito. Non c’era molto tempo per provare insieme. Erano in modalità tour, avevano fatto un sacco di concerti prima che io entrassi nella formazione. Forse non mi sono adattato bene a tutti i pezzi, ma era parte del lavoro.

Raccontami delle sessioni di Yield.
Avevo l’impressione che fossimo più fluidi. Avevamo suonato insieme, c’era stato il tour. Areavamo pronti. Gran parte di Yield è stato registrato allo Studio X, a Seattle. Avevamo una stanza più grande del solito e un suono più imponente, riverberato, di No Code. Io avevo montato un kit in acciaio che aveva un suono col tiro di un live. Tutti questi elementi hanno influenzato le session. Credo che fossimo più musicali, più a nostro agio, suonavamo con più dinamica e in maniera più rilassata rispetto a No Code. In quel disco c’era più ansia nell’aria, molta più energia. Per me Yield è stato più fluido. È il modo migliore che ho per descriverlo.

Cosa puoi dirmi di The Color Red?
È un altro di quei pezzi che ho scritto col quattro piste, a casa. Ho iniziato con un ritmo di batteria, l’ho rallentato, accelerato e aggiunto altre cose. Cercavo sempre di proporre le mie idee, facevo il possibile per essere parte della band. E loro erano fantastici a lasciarmi fare. Hanno tutti idee creative. Quel pezzo è nato così, era un piccolo interludio, poi Eddie ha trovato una parte vocale. È così che l’abbiamo scritto.

Perché hai lasciato la band?
È andata come con i Red Hot, ma senza tragedie. Non gestivo bene lo stress dei tour, all’epoca. Avevo una famiglia giovane, due bambini. Ero esausto, sentivo una fatica profonda. I Pearl Jam erano pronti a tornare on the road al massimo della forma. Era dopo il tour anti Ticketmaster, volevano ripartire.

Siamo andati in Australia e ho sofferto molto. Faticavo a trovare un equilibrio, a riposare, a recuperare e prepararmi per il concerto successivo. C’erano un sacco di pressioni. Io prendo sul serio questo lavoro, come tutti gli altri nella band. E quelli erano concerti enormi. È importante suonare bene, lavorare bene. Io però me la passavo male. Insomma, stavo male con me stesso, non voglio dire altro.

Era il momento di prendersi una pausa. Ero pronto a mollare e iniziare un viaggio diverso, un percorso di guarigione. Dovevo sistemare certe cose della mia vita, non ci ero ancora riuscito. Mi ero spinto al limite ed ero a secco. Era il momento.

Avevo due figli e tanto tempo che speravo di avere davanti a me. Non pensavo che ce l’avrei fatta con altri 50 concerti programmati negli Stati Uniti. Quando ci siamo fermati a marzo sapevo che non sarei riuscito a recuperare in tempo. Sapevo che avevo iniziato un percorso lungo, che dovevo riuscire a diventare un buon padre, un buon marito, a trovare un equilibrio e smettere di essere un matto stressato.

Sapevo di non poter suonare in quel tour. Sapevo che non potevo più sentirmi come in Australia. Erano semplicemente troppi concerti. Era un impegno troppo grande, così mi sono fermato. Ho detto: devo fermarmi per il mio benessere, e l’ho fatto.

Di solito quando si lascia una band svaniscono anche le amicizie con gli altri musicisti. Tu però sei ancora vicino ai Red Hot e ai Pearl Jam. È una cosa rara…
Vero. Voglio bene a tutti. L’importante è non fargli causa (ride). È una pessima battuta. Per dirla meglio, a volte con le band la situazione si incasina per ragioni di soldi. Non dico che lo capisco, ma so che le cose vanno fuori controllo quando il business prende il sopravvento. E credo ci sia sempre un modo giusto per fare le cose. Io ho sempre voluto bene ai miei amici, li ho trattati come tali e credo che loro facciano lo stesso con me.

Che obiettivi hai per il futuro?
Vorrei che la mia musica aprisse la strada a nuove opportunità di lavoro. Sarebbe bello se qualcuno trovasse il modo di affiancarci delle visuals. Non voglio necessariamente tornare in tour. Sarebbe bello, ma fare concerti per me oggi significherebbe suonare con una base e la parte visiva. Deve funzionare tutto con la logistica di un tour.

Mi piacerebbe che la mia strana musica trovasse una collocazione nel mondo del cinema e della tv… mi sembra che il mondo, in generale, grazie alla tecnologia e alle nuove possibilità del digitale, dia agli artisti la possibilità di esprimersi come vogliono. Anche se a giudicare dalla musica che viene scelta e dalle opportunità di guadagno direi che stiamo comunque andando in una direzione commerciale. Io continuo a fare la mia arte. I miei obiettivi? Non ne ho idea. Probabilmente mediterò di più, qualcosa del genere.

Estratto da un articolo di Rolling Stone US.

Altre notizie su:  Jack Irons Pearl Jam