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La storia di ‘AL Magazine’, quando l’hip hop italiano era una nicchia

Tra gli anni ’90 e il 2000 la rivista ha dato voce per prima a Fibra, Guè e altri grandi del nostro rap. Ora gli articoli storici sono disponibili online «per far scoprire le fondamenta di questa cultura»

Paola Zukar e Claudio “Sid” Brignole nella redazione di 'AL Magazine' a metà degli anni '90

Foto per gentile concessione di Claudio “Sid” Brignole

Immaginatevi che da un giorno all’altro Facebook, Instagram e Twitter chiudano, tutti insieme, lasciando che la divulgazione delle notizie sul vostro argomento preferito sia affidata solo a una manciata di blog. È più o meno quello che successe alla scena hip hop italiana nel 2001, con le dovute proporzioni, quando chiuse AL Magazine, Aelle per gli amici. L’unica rivista a occuparsi di rap, writing, breakdance e turntablism – ma anche di R&B e musica black, cinema e letteratura urban, abbigliamento streetwear, reportage dall’estero e molto altro – era stata un polo aggregativo per tutti quei pionieri di un movimento che, dispersi sul territorio e senza una rete Internet capillare, cercavano di diffondere una cultura ancora piuttosto sconosciuta e di veicolare al meglio i loro prodotti. Senza quel mensile, restava poco o niente. Non a caso, la più grande crisi dell’hip hop italiano è arrivata proprio in concomitanza della sua chiusura.

Negli anni le vecchie copie del magazine sono diventate una sorta di feticcio di culto, rivendute al quintuplo del prezzo di copertina e custodite gelosamente da chi ancora le possiede. Oltre a tracciare un’impagabile fotografia di un’epoca, infatti, Aelle ha ospitato le prime interviste di Fabri Fibra, Guè, Jake La Furia, Dargen, Luchè, Articolo 31, Sottotono, Colle Der Fomento, Cor Veleno, Bassi Maestro. Fino a qualche settimana fa materiali introvabili, e oggi finalmente reperibili sul web grazie a un sito che progressivamente riproporrà tutto l’archivio degli articoli. A realizzarlo è stato il fondatore della rivista, Claudio “Sid” Brignole: genovese, classe 1970, nella vita fa l’art director e la passione per l’hip hop non è mai tramontata, «anche se al momento mi considero soprattutto uno spettatore in platea con i pop corn: guardo quello che fanno gli altri».

L’idea di rimettere online l’archivio arriva dal rinvenimento di uno scatolone di CD-rom sepolto nel garage dei genitori, contenenti i file digitali di Aelle. «Sia chiaro, non è coinvolto nessun altro della vecchia redazione, quello del sito è un progetto personale e nato per passione», racconta. «Mi spiace deludervi, ma Aelle non è tornata per creare un nuovo polo di informazione per il rap. L’intenzione era di diffondere gli articoli storici e farli arrivare anche a chi non aveva mai potuto leggerli, nella speranza di incoraggiarli a scoprire le fondamenta di questa cultura, indispensabili per continuare a costruire».

Nelle poche settimane trascorse dal lancio del sito, Brignole è stato sommerso da un’ondata di affetto inaspettata anche per lui, che non immaginava tanto entusiasmo attorno a una testata chiusa oltre vent’anni fa. La storia di Aelle comincia nel 1991. «In quel periodo non avevo nulla da fare: avevo finito di studiare e non potevo cominciare a lavorare, visto che aspettavo che mi chiamassero per il servizio civile», ricorda. «Decisi di usare il tempo libero che improvvisamente mi ritrovavo per aprire una fanzine. Seguivo l’hip hop già dall’87, ma era difficilissimo informarsi. In un viaggio a Londra scoprii una rivista dedicata, Hip-Hop Connection, e provai a fare qualcosa di simile, pur non avendo alcun tipo di esperienza, né i mezzi».

In che modo?
Arrangiandomi. Come giornalista ero davvero a livello zero, in compenso avevo studiato grafica alle superiori. In quegli anni, però, era un insegnamento che non prevedeva neanche il supporto di un computer: ce l’avevano fatto vedere solo una volta, da lontano, «vedete, quello in futuro si utilizzerà per fare il vostro lavoro, ma ora non abbiamo idea di come si usi» (ride). Insomma, la situazione era drammatica, ma non mi sono arreso. Ho trovato in soffitta una vecchia macchina da scrivere di mio nonno e l’ho rimessa in funzione. Incollavo gli articoli battuti a macchina su fogli A3 insieme alle immagini che ritagliavo da Hip-Hop Connection, a cui nel frattempo mi ero abbonato. C’erano anche foto mie, principalmente di graffiti, che scattavo durante i miei viaggi. I font dei titoli erano dei trasferelli, che probabilmente le nuove generazioni non hanno neanche mai visto. Erano fogli acetati trasparenti che proponevano l’alfabeto in mille versioni diverse: per trasferire ogni lettera sul foglio dovevi sfregarla con una moneta, tipo Gratta e vinci. Per stampare sono ricorso alle fotocopie, passando giornate intere in copisteria, un incubo. Rilegavo tutto a mano: non avevo neanche la graffettatrice per chiudere i punti, lo facevo io con le dita.

Dopodiché iniziava la distribuzione, un’altra impresa DIY…
Esatto. Le prime 100 copie le ho portate personalmente in giro per le poche jam che c’erano in Italia (le tradizionali feste hip hop che di solito si tenevano in strada o nei centri sociali, organizzate alla buona e via passaparola, nda) e vedendo che c’era un buon riscontro ho deciso di continuare. Con questo sistema ho stampato sei numeri. Riguardandoli oggi, a livello grafico quei fogli fotocopiati sono perfino più creativi dell’evoluzione successiva di AL: mi riferisco alla prima versione stampata a colori, che ancora non andava in edicola.

Che cosa è successo dopo?
Nel 1993 sono riuscito a comprare il primo computer, uno scassone che ci metteva cinque minuti ad aprire Photoshop, ma era il meglio che potevo permettermi. Da bravo autodidatta senza pratica, abbondavo con tutto: filtri, effetti… Quei numeri sono davvero bruttissimi (ride). Però era già un passo ulteriore, rispetto alle fotocopie, anche in termini di numeri stampati, e ho capito che avrei dovuto trovare un canale più professionale per vendere la rivista. Foot Locker aveva appena aperto i primi negozi in Italia, così mi venne in mente di chiedere a loro, visto che molti fan del rap si rifornivano lì. Chiamai la sede centrale e mi convocarono a Torino per parlarne. Arrivai lì col cappellino storto e i baggy jeans, e mi ritrovai a colloquio con l’amministratore delegato.

Alla fine la collaborazione cominciò e continuò per diversi anni.
La cosa buffa, la racconto perché nel frattempo spero che sia caduta in prescrizione, è che Foot Locker non aveva la licenza per vendere anche riviste, quindi facevamo tutto quasi di nascosto: io spedivo loro le copie con un pacco, e mi pagavano ogni due mesi tramite vaglia postale. Andò benissimo, a volte la rivista andava addirittura esaurita. Da lì capii che la situazione stava diventando troppo grossa per continuare così, e decisi di tentare il grande salto: l’edicola. Un salto nel buio, di fatto, perché all’epoca per coprire almeno la metà delle edicole italiane con paio di copie, bisognava stamparne circa 50 mila. Per fortuna la rivista si vendeva, e il fatto di procedere gradualmente ci aveva permesso di crescere senza dover investire soldi che ancora non avevamo. Galleggiavamo sulla linea della sopravvivenza, diciamo: quello che entrava usciva subito.

Nel frattempo avevate accumulato esperienza, eravate una macchina rodata anche dal punto di vista dei costi e, soprattutto, si era aggiunta un’altra preziosa compagna di avventura: Paola Zukar.
L’ho conosciuta perché mi mandò una lettera. Ai tempi non viveva in Italia, era tornata a Genova per le vacanze e trovò una copia di AL in un negozio di dischi. Era già una grande appassionata di hip hop, così mi scrisse proponendomi di darmi una mano: conosceva bene l’inglese e si offriva di aiutarmi sulle interviste agli artisti stranieri. Io sull’inglese ero totalmente negato, perciò mi sembrò una manna dal cielo. Ci demmo appuntamento per lettera – immagina quanto tempo ci volle – e alla fine ci incontrammo. Ci siamo trovati da subito molto bene, perché eravamo complementari. È grazie a lei se siamo diventati qualcosa di più rispetto a una fanzine amatoriale. Anche Paola era un’esordiente nel mondo del giornalismo, ma sicuramente era molto più brava di me a scrivere. Non che ci volesse molto: quando rivedo gli errori grammaticali che riuscivo a infilare nei primi numeri di AL, rabbrividisco (ride). Ed era anche bravissima a stringere accordi pubblicitari e a tenere i contatti con etichette e altre realtà, a differenza mia, che sono il classico genovese timido e orso.

A voi si sono poi aggiunti molti dei nomi che sono poi diventati firme storiche del giornalismo musicale italiano…
Damir Ivic, Silvia Volpato, David Nerattini, Alberto Castelli. E poi Phase2 e Fly Cat per il writing, Beat1 per la breakdance, Vez per le recensioni… Ce ne sarebbero tanti altri da citare. Avevamo costruito il team con tanto entusiasmo e con estrema difficoltà, perché all’epoca non c’era quasi nessuno che scrivesse di hip hop in Italia.

La redazione di ‘AL Magazine’. Foto per gentile concessione di Claudio “Sid” Brignole

A proposito, spesso c’era qualche rapper che s’incazzava e diceva che AL era di parte. C’è una barra delle Sacre Scuole (il primo gruppo di Guè, Jake La Furia e Dargen D’Amico) ormai passata alla storia: “Tutti star dentro ad Aelle, ma è questione di pelle / se il recensore è il tuo produttore il tuo disco è alle stelle”. Come la vivevate?
Vale lo stesso discorso di prima: all’epoca c’erano pochissimi giornalisti e recensori specializzati in rap, e tra i migliori alcuni erano anche parte di gruppi famosi, come il già citato Vez, che era un membro degli Otierre. Si poteva scindere poco, purtroppo, perché la scena era una comunità talmente minuscola che tutti facevano tutto. Posso dire, però, che ad AL siamo sempre stati assolutamente corretti: non abbiamo mai preso soldi per fare articoli o recensioni, come invece oggi succede spesso nelle testate di settore. E se facevi pubblicità sulla rivista, la cosa non ti garantiva automaticamente spazio nei contenuti editoriali.

Anche perché altrimenti in copertina ci sarebbe stata sempre la Do Ut Des Gang, nota crew dall’estetica trap ante litteram, famosa per le sue tragicomiche pubblicità che ogni mese campeggiavano a tutta pagina su AL: davanti a un finto castello, circondati da donne e macchine sportive…
(Ride di gusto) Tra parentesi, a proposito di polemiche: una volta la Do Ut Des Gang fece stampare una pubblicità in cui compariva della droga sul tavolo e molti si scandalizzarono. Ma noi non ne sapevamo niente: gli avevamo semplicemente venduto lo spazio pubblicitario della quarta di copertina, del tutto ignari di cosa volessero farne. Per aggirarci, a chiusura già avvenuta spedirono la pagina direttamente in tipografia, con la scusa di alcuni ritardi del grafico. Quando uscì il numero, sorpresa! Se l’avessimo vista prima, ovviamente avremmo messo un veto. (In realtà, a un riesame dei fatti con Sid stesso, si tratta probabilmente di una sovrapposizione: la Do Ut Des Gang dichiara di non avere mai pubblicato su Aelle una pubblicità in cui compariva alcun tipo di droga, e l’episodio in questione è da attribuire a un altro gruppo rap, nda)

Dici “ovviamente” perché portavate avanti una politica strettamente anti-droga, cosa piuttosto curiosa per un magazine hip hop, visto che è sempre stata una cultura molto antiproibizionista. Come mai?
Io e Paola siamo sempre stati abbastanza straight edge: non censuravamo nulla, ma non avevamo nessuna intenzione di spingere contenuti riguardanti sostanze stupefacenti. Lo avevamo scritto anche nel “Credo” di Aelle, una sorta di dichiarazione di intenti che compariva di fianco al colophon in ogni numero: oltre a dichiarare che ci rifiutavamo di parlare di dischi e prodotti che offendessero la cultura hip hop e che eravamo strettamente non-violenti, aggiungevamo anche che AL “non intende pubblicizzare prodotti come l’alcol e le sigarette e non intende parlare positivamente, nelle parti redazionali, di qualsiasi tipo di droga”. E così abbiamo sempre fatto, anche se col senno di poi potrebbe sembrare una posizione molto ingenua. Una volta avevamo perfino intervistato un dottore del Sert che ci spiegava tutti i problemi che potevano derivare dall’uso prolungato della cannabis (ride).

La storia di AL è anche circondata da una serie di leggende metropolitane. Come quella secondo cui alcuni esponenti della scena hip hop, scontenti dei vostri articoli, fecero irruzione in redazione per sfasciare tutto…
Nessuno ha mai sfasciato niente, ci tengo a specificarlo. Però è capitato che alcuni gruppi arrivassero a sorpresa sotto il nostro ufficio per discutere di ciò che non apprezzavano. Tutti sapevano dove eravamo, quindi si limitavano a presentarsi e a citofonare. Non penso che a Rolling Stone sia mai successo niente del genere, neanche con i rapper con cui avete avuto le diatribe più accese. Il problema è che un tempo, a parte qualche blog che cominciava a spuntare, praticamente c’era solo AL, e quindi non c’erano altre possibilità di veicolare i propri dischi: quello che scrivevamo era di un’importanza centrale. E poi, un tempo la scena hip hop si fregiava di una presunta purezza secondo cui chi guadagnava dalla musica era un venduto: valeva per gli artisti, e a maggior ragione valeva per noi che ci mantenevamo parlando della musica degli altri. Adesso non è più così, anzi, è il contrario, se non ostenti i tuoi guadagni sei uno sfigato.

Internet in Italia era ai suoi albori e i social non esistevano ancora, perciò succedeva anche una cosa abbastanza curiosa: i rapper più o meno famosi finivano per discutere o litigare tramite la rubrica della posta di AL, un po’ come si fa oggi con le storie di Instagram.
Già, era l’unico modo per comunicare gioie e frustrazioni. Diciamo che il concetto era esattamente quello delle storie, solo più lento. Prima di riuscire a esternare quello che avevi da dire dovevi metterlo nero su bianco, comprare una busta, un francobollo, imbucare la lettera… Insomma, avevi tutto il tempo per ragionare bene su quello che volevi dire. Se vogliamo guardare l’aspetto filosofico, c’era più tempo per pensare e forse c’era più consapevolezza del peso delle parole. Oggi, invece, la prima cavolata che ti viene in mente la metti sui social, e magari poi te ne penti.

Nel 2001, prima ancora che potesse essere interessata dal cambio di passo della tecnologia e della comunicazione di massa, AL chiude per vostra scelta. Perché?
Era calato l’interesse attorno all’hip hop in Italia, anche se vendevamo ancora 25 mila copie ogni mese, un’enormità per gli standard di oggi. Soprattutto, però, erano aumentate le spese. Quando abbiamo chiuso pagavo cinque stipendi al mese, l’affitto della redazione a Milano… E non avevamo delle riserve tali da permetterci di stare in rosso per qualche numero e poi riprenderci senza problemi.

Cosa provi quando vedi che l’hip hop italiano è diventato il genere più ascoltato del Paese, quello che traina il mercato discografico?
Il fatto che sia diventato di massa, che sia la musica che ascoltano tutti i ragazzini – da quelli delle periferie ai figli della borghesia – è straordinario. Oggi finalmente siamo al pari di Francia, Gran Bretagna e Germania, anche se ci è voluto parecchio tempo per arrivare qui. Come sempre, ci sono pro e contro, ad esempio il fatto che la sovrabbondanza di uscite porta anche a tanti prodotti che non hanno un grande spessore. Non è un caso, credo, se ci sono ancora così tanti nomi storici del rap italiano a tenere alta la bandiera: hanno saputo costruirsi un’identità forte e consolidarla sul lungo periodo.