La storia dell’unica band che faceva paura a Prince | Rolling Stone Italia
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La storia dell’unica band che faceva paura a Prince

Quarant’anni fa i Time pubblicavano il disco di debutto. Ne abbiamo parlato col cantante Morris Day, che ci ha raccontato tutta la storia, dal primo incontro col genio a una battaglia col cibo
 da 5000 dollari

Morris Day sul palco con i Time

Foto: Paul Natkin/Getty Images

Nel 1990 Prince, un tipo tanto competitivo quanto virtuoso, fece una rara ammissione di vulnerabilità: «I Time sono l’unica band che mi abbia mai fatto paura».

Era stato lo stesso Prince a contribuire alla nascita del gruppo formato da grandi musicisti della sua città, Minneapolis, per cui ha anche scritto diversi brani. Quando nel 1981 sono apparsi sulla scena con un disco pieno di funk e uno show coreografato impeccabilment, hanno subito centrato due hit da top 10: Get It Up, un brano che cercava di convincerci a “impazzire tutta la notte”, e la super ballabile Cool, che racconta la storia di un playboy ricchissimo e infaticabile, ovviamente interpretato dal cantante Morris Day.

I Time hanno pubblicato altri due dischi – e sono apparsi nel blockbuster Purple Rain – prima di sciogliersi e riunirsi per un disco nel 1990. Per festeggiare il 40esimo anniversario di The Time, la band ha ripubblicato il disco e diffuso il video di Cool in alta definizione.

Morris Day ha raccontato a Rolling Stone la nascita del gruppo, la collaborazione con Prince, la storia di come la loro rivalità sul palco si è trasformata in una battaglia col cibo.

Ricordi quando hai incontrato Prince per la prima volta?
Mia mamma trasferì la famiglia da Springfield a Minneapolis. Io avrò avuto 8 anni. Dovevamo andare in California e fermarci a Minneapolis solo per visitare una zia malata. Ci siamo rimasti vent’anni. Quando avevo 12 anni vivevamo nella zona a nord, in Vincent Street. Prince viveva dietro l’angolo. Era un piccoletto, non solo di statura, aveva 10 o 11 anni. Li vedevo spesso suonare in giardino, abitavamo nello stesso isolato, ma non lo conoscevo di persona. Ho collegato tutto più avanti.

Siamo andati a licei diversi, ma vivevamo tutti nel North Side. Io non trovavo la mia strada. Non ero uno sportivo, non frequentavo ancora i giri giusti, non trovavo il mio posto. Poi, una sera, hanno liberato la sala da pranzo del liceo per il ballo della scuola, e suonava una band, i Grand Central. Io ci sono andato pensando di incontrare una ragazza. Poi ho visto suonare la band e ne ero incantato. Sono rimasto lì ad ascoltarli per il resto della serata. Avevano 13 o 14 anni ma suonavano come se ne avessero 25. Prince faceva degli assolo alla Santana, roba folle.

All’epoca suonavo già la batteria da qualche anno, ero immerso in quel mondo. Sono riuscito a incontrare Andre Cymone, il bassista, dopo quel concerto. Un giorno avevamo saltato la scuola, eravamo a casa di mia madre e ho iniziato a suonare la batteria. Dietro al kit avevo una cassa enorme, e ho fatto Soul Vaccination dei Tower of Power nota per nota. Finito il pezzo, Andre era lì con gli occhi sgranati, come per dire: «Non pensavo sapessi suonare così. E abbiamo giusto qualche problema con il batterista. Prendi lo strumento e lascia che Prince e gli altri ti ascoltino».

L’ho fatto. Prince era già uno all’avanguardia. Non disse molto, mi guardava e annunciava le tonalità delle canzoni. Io mi sono seduto dietro la batteria e non mi sono più alzato. A quel punto facevo già parte del gruppo.


Sapevi già cantare? 

Cantavo per conto mio. Avevo una sorella maggiore che sapeva della mia bella voce. Ogni volta che invitava le sue amiche mi faceva cantare di fronte a loro. Ho iniziato così. Prince si occupava di tutte le principali parti vocali dei Grand Central, ma c’erano pezzi che non voleva cantare e altri che invece volevo fare io. Ho iniziato a cantare da dietro la batteria, con il boom mic, ma è capitato anche che cantassi in prima fila, con il nostro percussionista al mio posto.

La mia vera passione, però, era la batteria. Quando abbiamo messo insieme la band, non trovavamo un cantante. Abbiamo provato con alcune donne, con Alexander O’Neal (che più avanti registrerà gemme come Hearsay, nda), ma non andava bene nessuno. O’Neal ha cantato qualche pezzo scritto da Prince, era eccezionale. Ma voleva i soldi in anticipo, era convinto che con le major funzionasse così. Che io sappia, noi non avevamo ricevuto un dollaro. Così ha detto che la cosa non gli interessava più ed è arrivato il mio turno.

I Time erano già formati ai tempi dei lavori sul primo album?
Sapevamo che tipo di gruppo saremmo stati. Ma il primo disco è opera soprattutto mia e di Prince. Lui ha scritto e prodotto la maggior parte dei pezzi, io ho suonato la batteria, cantato e fatto i cori. C’erano anche altri coristi oltre a noi.

Abbiamo messo insieme la band e scattato le foto subito dopo. Io volevo usare i Flyte Tyme, adoravo Jimmy (Jam) e Terry (Lewis) grazie alla produzione che avevano fatto con Cynthia Johnson. Lei poi ha fatto Funky Town, una hit mondiale. Sapevo che erano musicisti straordinari. Prince voleva anche altra gente che aveva visto suonare in giro, ma ha lasciato che scegliessi i Flyte Tyme.

Jerome (che nei Time sarà la spalla comica di Day, nda) era il fratello di Terry Lewis. Era sempre con noi, come un valletto. Quando abbiamo iniziato con i tour, veniva a raccogliere i bagagli e li metteva sul bus, faceva quello di cui avevamo bisogno. Ha sempre avuto una personalità forte. Un giorno, stavamo provando Cool e c’è una parte in cui dico “qualcuno mi porti uno specchio”. Jerome si è precipitato in bagno e ha smontato lo specchio dal muro, poi me l’ha portato di corsa. Si sono fermati tutti. C’era anche Prince. Ci siamo guardati e abbiamo capito che doveva far parte dello show. È così che è passato da fare il roadie a entrare nella band, con quel gesto.

Com’era lavorare in studio con Prince? 

A Prince piaceva come suonavo la batteria, quindi non facevamo che improvvisare. Era fatto così. Andava dietro alle donne, andava nei club per scoprire che musica si suonava, ma per il resto era sempre concentrato a registrare, improvvisare, fare qualcosa legato alla musica. Inventava linee di basso e ritmiche, trovavamo qualcosa che piacesse a entrambi e iniziavamo a lavorarci. Il groove prima di tutto.

Get It Up è uno dei pezzi a cui non ho partecipato, Prince l’aveva già registrata. Me l’ha fatta sentire quasi subito. L’aveva scritta per i Brick ma loro non la volevano, così l’ha subito inserita nel repertorio della nostra band.

After High School, invece, è nata da una jam. Spesso Prince aveva un’idea, tipo: «Voglio un ritmo new wave, uptempo, quel tipo di atmosfera» e ci mettevamo a lavorare. All’epoca stava passando dall’R&B al suono di Dirty Mind, una mossa coraggiosa. Ha rinunciato alla popolarità per seguire la sua strada. E voleva che la band avesse elementi di quel suono.

All’epoca mi sembrava che fossimo molto ispirati. Ero davvero felice della musica. Non sapevo come avrebbe reagito il pubblico, Cool era diversa da tutto quello che passava in radio. Ma amavo il concept, mi piaceva fare il frontman.



Prince era molto esigente in studio, com’era registrare le parti vocali per lui? 

Era un tiranno. A volte era sfiancante. Non riusciva a fermarsi, puntava tutto sull’emozione e la personalità. Non gli interessava più di tanto l’intonazione perfetta. A volte capitava di registrare una frase, o anche una parola, venti volte. Mi ha insegnato molto, era come andare a lezione di produzione. A volte mi chiedeva di rifare delle cose e io non capivo cosa non funzionasse. Era divertente, ma anche estenuante. Ma grazie alla sua attenzione alle voci, riesco ancora ad ascoltare con piacere canzoni come Oh Baby.

Ne hai già parlato altre volte, ma puoi spiegarmi com’è nato il personaggio di Jamie Starr, accreditato come produttore del disco? 

Prince voleva che avessimo una nostra identità autonoma. Così ha nascosto il suo lavoro di produzione dietro al nome Jamie Starr. Voleva che fosse un personaggio misterioso, faceva parte del mito che voleva costruissimo. La gente era curiosa: ma chi è Jamie Starr? Mi chiedevano di produrre dei dischi e di conoscerlo, ma ovviamente era impossibile!

Prince non mi lasciava lavorare con gli altri. All’inizio degli anni ’80, quando eravamo più famosi, mi hanno offerto 75 mila dollari, una cifra enorme per l’epoca, per produrre un disco di Evelyn “Champagne” King. Ovviamente Prince non me l’ha permesso. È in quel momento che ho capito che nel suo giro non sarei mai cresciuto come autore o produttore. Non era una ragione sufficiente per mollare, ma sarebbe stato bello poter fare altre cose.

Prince una volta ha detto che i Time erano l’unica band che riusciva a spaventarlo…

Dico sempre che ha creato un Frankenstein. Quando eravamo ragazzini c’erano tante buone band nel North Side. Sembrava che ce ne fosse una in ogni isolato. Abbiamo imparato a suonare da molto piccoli. Quando Prince ci ha messi insieme, siamo migliorati ancora, sera dopo sera. Era colpa o merito suo, forse entrambe le cose, perché spingeva molto sull’etica del lavoro. Voleva provare, provare e provare.

Quando siamo partiti in tour, alcune sere la gente diceva che eravamo meglio di lui. E lui: «Oh cazzo, che cosa ho fatto?».

Quanto spesso provavate? 

Praticamente tutti i giorni, che ci piacesse o meno. Durante il tour lo facevamo nel soundcheck. Era una prova costante, continuavamo a perfezionare ogni cosa.

Ma avevi tempo libero? 

Ero in studio con Prince quasi ogni giorno. Andavamo ai club insieme, mi capitava anche di incontrarlo al supermercato nei giorni liberi. Lui mi diceva sempre: «Ho bisogno che tu venga in studio stasera». Diamine, era davvero costante.

È vero che i Time e la band di Prince hanno fatto una battaglia col cibo? 

Io la chiamo “la battaglia dei 5000 dollari”. Era l’ultima sera del tour, credo in Ohio, e lui e la sua band si sono messi a tirarci delle uova. Noi eravamo incazzati cercavamo di suonare. Lui e la band ridevano, mi minacciava e non voleva che facessimo la stessa cosa anche a lui. Ma io avevo già deciso. Abbiamo mandato un tizio a comprare delle uova e abbiamo bombardato il palco. Lui si è arrabbiato e da lì è scoppiato un casino. Siamo quasi arrivati alle mani. Diceva: «Ma come hai potuto fare una cosa del genere?». E io: «Cosa ti fa pensare che invece tu possa farlo?».

La battaglia è continuata anche lontano dal palco. Abbiamo fatto 5000 dollari di danni. Ovviamente Prince li ha scalati dai miei soldi.

Era senza cuore. 

Sì, guadagnavo 7500 dollari a settimana. Mi sono giocato quasi tutto lo stipendio.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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