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La storia della prima arena per concerti che rispetta il distanziamento sociale


«All’inizio non capivamo il senso dell’operazione. Ma se è l’unica cosa che si può fare, allora siamo pronti», dicono i Libertines, che suoneranno per primi nell’arena in cui i fan vedranno i concerti da alcune piattaforme

I Libertines stanno per tornare su un palco. Sarà un palco diverso dal solito, nella prima sala inglese approntata a norma di distanziamento sociale. «Vogliamo essere in prima linea nel trovare modi sicuri per far ritrovare la gente», spiega Carl Barât. «Certo, la soluzione è bella bizzarra, e dice molto di come vanno le cose. Siamo al punto in cui le persone devono stare sedute dentro una bolla per vedere un concerto, è assurdo. All’inizio non capivamo se e come poteva funzionare. Ma se è l’unico modo per far musica legalmente, allora siamo pronti».

Dall’inizio della pandemia, artisti, promoter e gesori dei locali hanno pensato varie soluzioni al blocco dei concerti. Sono nate idee innovative con vari gradi di successo. Gli artisti hanno fatto livestream e anche se l’idea si sta facendo strana non può certo rimpiazzare un vero concerto. I promoter e le location di tutte le dimensioni hanno provato con i drive-in, un’opzione sempre più comune e che in alcuni casi ha funzionato anche economicamente, ma che non è neanche lontanamente redditizia quanto un normale concerto.

Ora è il momento di un altro esperimento: la prima arena pensata per il distanziamento sociale. La Virgin Money Unity Arena, aperta dal promoter SSD Concerti a Newcastle, ha annunciato che da agosto ospiterà concerti di Libertines, Two Door Cinema Club e Supergrass. Concettualmente, l’esperienza non è poi diversa dai concerti nei drive-in, in cui il pubblico parcheggia l’auto di fronte al palco e può guardare l’esibizione da uno spazio dedicato. Nel caso della Unity Arena, però, le auto verranno parcheggiate molto lontano. Il pubblico vedrà il concerto su piattaforme rigorosamente separate l’una dall’altra. L’arena, formalmente un ippodromo, può ospitare fino a 20 mila persone, ma sarà costretta a limitare gli ingressi a 2500 a causa delle norme che regolano l’emergenza sanitaria.

«Abbiamo preso in considerazione l’opzione delle auto, ma l’atmosfera non sarebbe stata la stessa», dice Steve Davis, direttore di SSD Concerts. «Senza macchine, l’atmosfera ricorda quella di un vero concerto. Abbiamo cercato di avvicinarci il più possibile a com’era prima della pandemia. Abbiamo dovuto risolvere diversi problemi con il comune, ma alla fine abbiamo trovato una soluzione».

I Libertines dal vivo nel 2019. Foto: Matthew Baker/Getty Images

SSD ci sta lavorando da aprile e sembra aver tenuto in considerazione tutte le norme necessarie. Una volta entrati nell’arena, gli spettatori potranno ordinare alcol e cibo all’ingresso, così da evitare code; i bagni chimici alla fine delle piattaforme verranno puliti dopo ogni utilizzo e gli spazi veranno delimitati da catenelle. Gli organizzatori stanno pensando a quanti biglietti assegnare a ogni piattaforma, così che ogni spettatore possa seguire il concerto col suo gruppo di amici. Davis sa quant’è difficile impedire a chiunque di passare da una piattaforma all’altra, ma chi lo farà verrà allontanato dall’arena. Inoltre, per limitare il numero di lavoratori sul palco, solo gli headliner potranno suonare con una formazione completa, mentre gli altri saranno obbligati a esibirsi con un set acustico (i membri delle band avranno tutti camerini singoli).

Dave Bianchi, manager di Libertines e Supergrass, dice che la proposta di SSD spicca sulle alternative perché è un progetto unico, soprattutto grazie all’idea delle piattaforme. Le band non guadagneranno come al solito – Davis dice che prenderanno il 25% in meno del loro tipico cachet – ma non andranno neanche in perdita e potranno concentrarsi sulla qualità del show.

«Durante il lockdown ci hanno proposto diverse idee e soluzioni. Alcune erano spazzatura, altre erano ok e altre ancora ben strutturate», dice Bianchi. «Per quanto riguarda i concerti a Newcastle, sembra che siano molto organizzati e che abbiano pensato a tutto. Finché c’è un margine di guadagno, i soldi sono meno importanti della qualità dei concerti. Non so se saranno belli o meno, perché non ne ho ancora visto nessuno. Mi piace l’idea che tutti abbiano piccoli palchi separati, ma forse l’atmosfera sarà ancora strana sia per il pubblico che per gli artisti. Ma questa proposta resta la migliore che abbia visto».

Staremo a vedere se l’idea ripagherà gli sforzi degli organizzatori. Davis dice che si aspetta che l’azienda guadagni da questi concerti, ma ha anche aggiunto che servirebbero 45 serate per raccogliere lo stesso denaro che prima guadagnava in una settimana, il tutto grazie ad alcuni accordi pensati specificamente per i promoter. Insieme allo sconto sui cachet degli artisti, SSD ha avuto prezzi di favore per altre spese, come i bagni chimici e le luci.

«Siamo convinti che l’idea sia redditizia, ed è una delle ragioni per cui l’abbiamo messa in pratica», dice Davis. «Il progetto non costa molto di più di un festival di tre giorni, non serve un budget enorme. E visto che andrà avanti per 45 serate, abbiamo buone possibilità di guadagno. Certo, lavoreremo quattro volte il normale, ma il profitto c’è». È meglio di niente, in questo periodo difficile, e Davis dice che l’azienda è pronta a continuare anche nel prossimo inverno, ovviamente a patto che i vecchi concerti restino impossibili.

I Two Door Cinema Club dal vivo. Foto: Frank Hoensch/Redferns

Kevin Baird dei Two Door Cinema Club dice che prima di accettare di suonare, la band ha dovuto verificare alcune cose. Volevano assicurarsi che il pubblico fosse al sicuro e che il concerto non sarebbe stato troppo dissimile da quello in un’arena tradizionale. «Avevamo delle riserve. L’ultima cosa che vuoi fare è organizzare un concerto per poi scoprire che i fan l’hanno vissuto male», dice Baird. «Era importante avere un vero palco e un sistema audio che non dipendesse dalle radio delle auto dei fan».

Baird è convinto che suonare dal vivo serva anche a mandare un messaggio: l’industria musicale – secondo Baird ignorata dal governo britannico – funziona ancora e può offrire esperienze di qualità. Il Regno Unito ha stanziato 2 miliardi di sterline per aiutare musei e locali e arene per concerti: Baird ha elogiato l’iniziativa, ma ha anche detto che il fondo è arrivato dopo che il governo «è stato convinto dalle urla e dai calci di chi lavora nel mondo delle arti. Diciamo tutti la stessa cosa: possiamo continuare e possiamo farlo in sicurezza. I concerti sono una parte importante della vita delle persone, non solo per gli artisti e per chi lavora nell’industria».

Come molti altri artisti, Baird si preoccupa che tutti abbiano il denaro di cui hanno bisogno, e sostiene che questi concerti con il distanziamento sociale non sono una soluzione a lungo termine. «Sarebbe difficile continuare a lungo senza alzare molto i prezzi dei biglietti, ma in questo momento è tutta una questione di fiducia, ci sono persone che non sanno se è sicuro andare a uno di questi eventi. Queste paure rendono più difficile l’acquisto di un biglietto, e se aumentiamo troppo i prezzi finiremmo per allontanarli. Non è una soluzione sostenibile nel lungo periodo».

«Non dobbiamo essere avari», dice. «Questi concerti sono un modo per dire al mondo che siamo qui, siamo disposti a fare compromessi e vogliamo far ripartire la musica dal vivo».

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