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La storia del disco fantasma dei Rats

La racconta la cantante Claudia Lloyd, che per quasi 40 anni ha custodito i nastri di 'Tenera è la notte'. Cronache di un tempo in cui il rock italiano era giovane, selvaggio, ingenuo e libero

Foto: Red Ronnie. dal booklet di 'Tenera è la notte'

La storia della musica indipendente – italiana e non – è piena di dischi fantasma mai usciti da un archivio o da un solaio, dimenticati o accantonati per i motivi più disparati, dalle beghe contrattuali alle band che scoppiavano, passando per capricci, furti, questioni di principio e tutto un vasto campionario che lasceremo alla fantasia. Col passare dei decenni, queste incisioni acquisiscono spesso uno status quasi leggendario, da Santo Graal, nonostante nella maggior parte dei casi nessuno ricordi o sappia effettivamente di cosa si sia a caccia.

Uno dei tesori di cui da anni si parla, e che pareva effettivamente andato perduto, è Tenera è la notte del 1982, il secondo album dei Rats, la formazione di Spilamberto (Modena) protagonista un anno prima di un classico del punk/post punk made in Italy, ovvero C’est Disco, pubblicato dalla Nice Label di Gabriele Ansaloni aka Red Ronnie con il patrocinio di Italian Records.

Come è noto, dalla fine degli anni ’80 la band guidata da Wilko (Ulderico Zanni) è stata protagonista, con formazione mutata, di una virata stilistica, fino alla incarnazione rock con look da indiani padani e alcuni successi di classifica come Chiara. Prima di questa metamorfosi ci furono delle session in studio con la medesima line-up di C’est Disco, quindi con Claudia Lloyd alla voce, da cui avrebbe dovuto scaturire Tenera è la notte. Non uscì mai, ma ora è stato recuperato dalla Spittle, che riesce a completare la missione di riportare alla luce un album perduto.

È questa l’occasione per un’intervista a Claudia Baracchi, alias Claudia Lloyd, oggi docente universitaria di filosofia e saggista, nonché protagonista anche del ritrovamento delle session di cui si era persa traccia.

Come ti sei avvicinata e appassionata alla musica?
Fin da bimba mi attirava, ricordo con piacere le lezioni di educazione musicale a scuola. Poi verso i 13-14 anni c’è stata la scoperta di alcuni artisti: il primo grande amore furono i Pink Floyd. Poco dopo mi sono avvicinata a certe sonorità newyorchesi, in particolare ai Velvet Underground e Lou Reed. Credo fosse l’anno della prima superiore quando ricevetti il mio primo stereo – prima avevo avuto una fonovaligia Lesa e un mangiadischi – e comprai il primo LP su vinile, un album che ancora oggi penso di ricordare a memoria in ogni singolo dettaglio, assoli di chitarra compresi: era Rock’n’Roll Animal di Lou Reed. Passai l’estate a Londra nel 1978: avevo 16 anni, era il mio primo viaggio da sola all’estero. Tornai a casa con un sacco di 45 giri che qui non si trovavano. Da un certo punto di vista, nel 1978 il punk in Inghilterra era finito: i Sex Pistols non esistevano più, i Clash si stavano trasformando in qualcosa d’altro, però c’erano diversi gruppi più crepuscolari, si stavano affacciando sonorità più dark. Ad esempio i Bauhaus, che a me piacevano tantissimo, ma anche i Magazine. Ricordo che andai a vedere i Damned dal vivo e mi colpirono davvero, così come gli Stranglers. Presi anche Marquee Moon, il primo album dei Television, che amavo moltissimo. È in vinile rosso, la mia copia, e ancora la conservo con tutti gli altri dischi.

Hai citato i Television: il tuo nome di battaglia, Claudia Lloyd, è un omaggio a Richard Lloyd?
No, lo adottai perché è un cognome tipico gallese. Mi piaceva molto l’idea del Galles, uno Stato con forti spinte secessioniste rispetto all’Inghilterra e con una storia piena di conflitti. Poi lo scelsi anche per una questione di suono: secondo me con Claudia stava bene.

Claudia Lloyd- Foto: Red Ronnie, dal booklet di ‘Tenera è la notte’

Come sei entrata in contatto coi ragazzi dei Rats?
Era autunno, erano già iniziate le scuole, vennero loro a cercarmi. Credo fosse il 1979. Anche se vivevamo tutti a Spilamberto ci conoscevamo solo di vista, non eravamo amici e non ci si frequentava… non rammento se venne Wilko da solo o con qualcun altro della band: comunque suonarono il campanello della casa dove abitavo coi miei. Io non scesi neppure: loro rimasero di sotto e io sul pianerottolo del primo piano. Mi spiegarono che suonavano (all’inizio la band si chiamava Sextons, nda) e mi chiesero se mi andasse di unirmi a loro. Al che io risposi: «Perché no? Parliamone… quando?». E in pratica è iniziato tutto così.

So che facevate le prove in un luogo peculiare…
(Ride) Sì, la piccionaia! Noi ci scherzavamo: si parlava sempre di band e musica underground, ma noi suonavamo overground, perché eravamo in alto. In pratica le prove si svolgevano a casa del bassista, Franz (Francesco Monti, nda). Suo papà aveva una specie di deposito di frutta – una cosa piuttosto tipica, da quelle parti, allora – e all’interno c’era una sorta di soppalco molto vecchio e pericolante, con anche un buco in mezzo. Noi suonavamo là sopra, non potevamo neppure muoverci troppo liberamente, per via del buco, e rimanevamo sempre relegati ai margini della struttura, verso i muri. Ah dimenticavo: per salire si usava una scala a pioli, per cui ogni volta dovevamo trascinare su e giù gli strumenti e gli amplificatori. Per anni abbiamo provato lì: abbiamo iniziato ad andarci nel 1979 e abbiamo continuato. La chiamavamo la piccionaia perché il papà di Franz teneva anche dei piccioni e nelle parti alte di questo magazzino c’erano le casette per i volatili.

Che tipo di chimica c’era fra voi, in quella fase dei Rats?
La parola principale che mi viene in mente, pensando a quel periodo, è naturalezza. Eravamo proprio completamente noi, quasi selvaggi, e tutto succedeva in maniera facile, lineare, senza filtri. Ricordo che ci trovammo perfettamente a nostro agio fin dal primo momento: avevamo la stessa leggerezza e voglia di divertirci. Certo, poi eravamo tutti arrabbiatissimi col mondo, perché eravamo molto giovani, in una delle fasi più cupe dell’esistenza… ma tutto ciò che toccava le nostre vite confluiva poi nel suonare e nel fare musica insieme. A livello di scrittura dei pezzi sicuramente i due punti di forza erano Franz e Wilko, che secondo me avevano proprio un talento naturale. Wilko era già bravissimo a 14 anni e ha sempre lavorato molto sul suo strumento, però mi ricordo che alcune cose d’ispirazione Stranglers nascevano dai giri di basso che inventava Franz: lui era il nostro Jean-Jacques Burnel e un pochino gli somigliava. Io, anche se avevo preso lezioni di chitarra e stavo iniziando a studiare pianoforte, all’inizio non contribuivo musicalmente, ho cominciato a farlo solo più tardi. Nei primi tempi più che altro mi occupavo di scrivere le parole e, come succede un po’ in tutti i gruppi, mi confrontavo con gli altri sugli arrangiamenti. Anche Wilko ogni tanto scriveva qualche testo, come ad esempio quello di Nazi, che includemmo in C’est Disco.

Come era la situazione a livello di live? Trovavate date facilmente?
Ho ricordi piuttosto sfumati a questo proposito… Il primissimo concerto lo facemmo proprio a Spilamberto, secondo me nel teatrino parrocchiale: ci vergognavamo moltissimo di suonare lì, perché non c’entravamo nulla – non eravamo, per intenderci, ragazzi da oratorio – ma effettivamente era un bello spazio. Ci sentivamo fuori contesto in quel momento e ci salvò il fatto di esserci portati dietro tutti gli amici. Fra l’altro a Spilamberto erano attivi diversi gruppi che suonavano rock e musica indipendente. Poi facemmo qualcosa in locali di paesi limitrofi. Più avanti, nell’80, a un certo punto facemmo un concerto a Modena con alcune band locali – tipo i Kerosene – e in quell’occasione conoscemmo la persona che poi diventò il nostro manager: Sergio Capone, che si occupava di mille cose e ci prese sotto la sua ala per un bel po’ di tempo. Quindi a quel punto le serate ce le cercava lui… e ci divertiva molto l’idea di avere un manager (ride): lo trovavamo abbastanza surreale. Noi non ci davamo certo da fare per procacciarci serate, almeno stando a quanto mi ricordo. Era Sergio che, periodicamente, ci procurava degli impegni, anche se non è che tenessimo tanti concerti. Però facemmo delle cose interessanti, andammo anche a Roma e suonammo un po’ in giro – certamente non ai livelli dei Rats del secondo periodo, diciamo, che andarono anche all’estero e raggiunsero una bella notorietà. Poi le serate si intensificarono un po’ dopo l’uscita dell’album, nel 1981, anche perché – sarebbe inutile negarlo – l’incontro con Red Ronnie fu fondamentale anche a questo proposito.

Di Red Ronnie che ricordo hai? Come erano i vostri rapporti?
Red è sempre stato una persona sui generis, stravagante e molto istintiva. Senza di lui e senza il suo aiuto noi non avremmo inciso il disco: quando ci sentì, pensò subito che valesse la pena farci entrare in studio. Era come noi, uno molto spontaneo. Così disse a Oderso Rubini della Italian Records: «Bisogna assolutamente portarli a registrare». Premetto che negli anni non l’ho seguito molto e non conosco tutte le cose che ha fatto, ma quando l’abbiamo conosciuto era un entusiasta e ho l’impressione che lo sia ancora: una persona che non si fa molto condizionare dall’esterno e segue una propria via. E allora era così: se gli piaceva una cosa, andava fino in fondo e con convinzione. Ricordo che era molto legato al suo sentire, all’istinto: se secondo lui una cosa era buona, allora valeva… non gli interessava molto andare a scoprire cosa ne pensassero gli altri. E penso che fosse proprio per questo che era uno scopritore di artisti e cose underground, non note, che andava a scovare e valorizzava. Questa è una cosa per cui merita molto rispetto. Per noi avere a che fare con Red era molto semplice, perché per certi versi era come noi, anche se era più grande e di una generazione precedente: era uno genuino, che non posava, che non era pretenzioso, si buttava nelle cose, come facevamo noi. Lui all’epoca aveva questi riccioli rossi lunghi: ecco, forse a livello di acconciatura non avevamo nulla in comune (ride).

I Rats davanti al Disco d’Oro di Bologna. Foto: Red Ronnie, dal booklet di ‘Tenera è la notte’

Cosa ricordi del tempo passato in studio per C’est Disco?
Che io ricordi fummo lasciati molto liberi. Anche Red non venne mai, forse una volta all’inizio o alla fine di una session; qualche volta si presentò Oderso, ma noi avevamo davvero libertà totale… non so come funzionino le cose adesso, ma ho l’impressione che non sia così. Certo, tutta quella libertà ha avuto anche qualche lato negativo, perché se ora ascolto ciò che incidemmo sento delle parti in cui io sono giù di un quarto di tono o faccio cose strane… insomma ci sono delle imperfezioni. Però si lavorava così, in presa diretta, in modo spontaneo. Con noi all’Harpo’s Studio, alla console, c’era il mitico Stefano Barnaba. Eravamo a Bologna, in Via San Felice, per entrare in studio si doveva varcare un portone di legno molto grande, massiccio; l’isolamento delle pareti era fatto ancora alla vecchia maniera, coi cartoni delle uova. Stefano era accogliente, attento e pazientissimo con noi, che peraltro facevamo cose che credo non c’entrassero nulla con lui; però sapeva metterci a nostro agio e tirava fuori il meglio da noi. Passammo molto tempo in studio, anche perché sostanzialmente eravamo dei perdigiorno, quindi non ci presentammo con tutti i pezzi pronti e perfetti per accorciare i tempi… finimmo per perdere tanto tempo, ma fortunatamente era tutto gentilmente concesso dalla Italian Records, quindi a titolo gratuito.

Hai nominato la Italian records: come interagivate con Rubini?
Con Oderso avevamo un rapporto più formale rispetto a quello con Red. Questo perché, oltre a non averci scoperti lui, penso non gli interessasse particolarmente il nostro sound: non eravamo di sicuro il “suo” gruppo, diciamo. Probabilmente eravamo troppo duri ed elementari. Però ha avuto il grande merito di mostrarsi molto aperto all’ipotesi di farci registrare un disco. Non ci pubblicò sotto il marchio Italian Records, ma ci offrì tutto il supporto strutturale ed economico necessario, con Red che credo si sia accollato giusto le spese di stampa del vinile. Ecco, devo dire che allora Oderso lo conoscevo molto poco, mentre invece nel tempo ho avuto occasione di approfondire. Negli anni mi ha cercata, abbiamo interagito, ed è stato proprio lui che – venuto a sapere che avevo ancora i master del secondo album inedito – mi ha contattata per organizzare l’uscita di Tenera è la notte.

C’est Disco è stato ristampato nel 2014 da Spittle, ma le copie originali sul mercato del collezionismo hanno quotazioni abbastanza interessanti, fra i 50 e i 100 euro, a seconda delle condizioni. Cosa ne pensi?
Quando vedo quei prezzi mi viene da sorridere, provo anche un po’ di tenerezza. Certo, mi viene anche da dire che è stato un gioco abbastanza facile… con una tiratura di un migliaio di copie, dopo un po’ di anni un disco diventa difficile da trovare quasi automaticamente. Quindi ci sta che sia una rarità o quasi. Certo è che allora il disco girò abbastanza e, come ha già raccontato benissimo anche Wilko, arrivò addirittura nelle mani di John Peel della BBC, che lo passò nella sua trasmissione.

Veniamo a Tenera è la notte. Come sono andate le cose?
Era l’inizio del 1982 direi, quando tornammo in studio. Avevamo delle idee nuove, per cui si ritenne fosse importante fissarle e registrarle. Lavorammo ancora con Stefano Barnaba, ma se non ricordo male nel frattempo l’Harpo’s Studio aveva fatto un upgrade e il mixer non aveva più soltanto 8 piste come la volta precedente. Il problema fu che ci presentammo con metà del materiale pronto: il resto era ancora in fase di scrittura. Ascoltando il disco appena stampato è chiaro che alcuni brani hanno una loro struttura e si sente, altri non ce l’hanno e si percepisce chiaramente: erano ancora in fase quasi improvvisativa. Diciamo che alcuni sono più sfilacciati. Persino i titoli non erano ben definiti e li abbiamo aggiunti dopo.

Quindi in pratica il disco non era terminato quando avete sospeso le session e messo nel cassetto i nastri.
Esatto. Ci arenammo anche perché era un momento in cui stavano succedendo diverse cose nelle vite di tutti noi. Inoltre eravamo davvero dei romantici, in un certo qual modo: di un’ingenuità disarmante. Per cui il fatto di andare in giro a suonare, di trovarci ad avere anche un minimo di notorietà, di dover fare cose non era molto nelle nostre corde. Almeno per me suonare era un modo di esprimermi, di buttare fuori emozioni: questo era quanto. Poi i rapporti con la Italian Records si erano ulteriormente allentati, non c’era quella componente di eros, di attrazione, per cui noi come band non fummo seguiti molto. Red c’era sempre, ma era da solo: il resto della struttura era molto meno coinvolto. Penso anche si fosse incrinato qualcosa fra di noi; per esempio a me iniziavano a interessare cose più sperimentali, forse anche più poetiche, rispetto al post punk/punk-rock da cui eravamo partiti. Gli altri tre invece, anche se con qualche distinguo, erano più compatti e orientati verso una vena più rock, più sanguigna. In effetti esiste qualche registrazione live di quel periodo in cui si sente che io c’ero e non c’ero: si percepiva un certo scollamento.

Immagino sia questo il momento in cui si esaurì la tua esperienza nei Rats.
Sì. Ricordo che una sera arrivai in piccionaia e mi defenestrarono, nel senso che letteralmente mi buttarono giù (ride). Mi dissero che avevano capito di avere bisogno di percorrere una strada musicale diversa. Ma anche questa risultò una cosa molto naturale, era in asse con gli sviluppi e i mutamenti che anche io stavo sentendo. Nel corso degli anni si sono sentite storie diverse su questo evento, ma non fui io ad abbandonarli: furono loro a chiedermi di andarmene… però non ci fu acredine o malumore. Poi per vari motivi ci siamo visti molto poco, a sono persone che ho sempre reincontrato con piacere e affetto. Alla fine dell’università partii e andai all’estero, per cui le bobine di Tenera è la notte sono rimaste per anni e anni negli scatoloni delle mie cose.

Il titolo di questo secondo album era già stato definito allora? È ispirato al romanzo di Francis Scott Fitzgerald?
Sì, l’avevamo già scelto, per via dei temi di tutti i brani: è un disco notturno. Sono tutte canzoni sul buio e sulla notte, sul lutto. Poi Fitzgerald ci piaceva, ma la genesi del titolo deriva proprio dal fil rouge tematico che lega i pezzi.

Dopo l’uscita dai Rats hai chiuso con la musica o hai fatto altre cose?
No, anzi. Mentre facevo l’università ho continuato a suonare, in particolare il piano… passavo giornate intere chiusa in camera a scrivere e comporre e ho anche qualche home recording di quello che facevo. Poi dopo la metà degli anni ’80 sono successe molte cose: come ti dicevo sono partita e ho girato molto all’estero. Già nel ‘90 ero negli Stati Uniti, dove sono stata per 20 anni, per cui la vera cesura con la musica è avvenuta lì.

Che effetto ti faceva e ti fa il nuovo corso dei Rats, quello più rock, quello degli indiani padani?
Non so bene come rispondere… Diciamo che non era quello in cui mi ritrovavo e il mio cuore era senza dubbio altrove. Per me la musica ha continuato a essere sempre importante, però spaziando ampiamente. Per farti un esempio: al tempo dei Rats stavo scoprendo Beethoven e mi colpiva moltissimo per quello che io all’epoca, magari in maniera un po’ grezza, chiamavo l’arrangiamento. Questo per dire che mi sono sempre interessate tante cose diverse, come del resto anche a Wilko e agli altri, ma quel tipo di rock sanguigno, col cuoio e i tatuaggi forse non era la mia cosa. Confesso di avere sentito poche cose dei loro dischi; conosco però la loro cover del pezzo de I Corvi, Ragazzo di strada, che mi ha fatto molta tenerezza perché lo ascoltavamo da un vecchio juke-box in un caffè dove andavamo da adolescenti. Aggiungo che mi è capitato negli anni di vedere Wilko suonare con altri artisti, come turnista, e l’ho sempre trovato assolutamente credibile: lui è un rocker vero e penso sia una cosa rara, soprattutto in Italia, perché il rock non fa parte della nostra cultura e nel tempo – purtroppo anche ultimissimamente – si sono visti dei gran mascheroni, artisti finti e costruiti a tavolino. E per me è una cosa non bella.

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